Potere alla parola (7): Music And Politics – Lo straordinario 1992 di Arrested Development e Disposable Heroes Of Hiphoprisy

Tanto per ricordare che gli Arrested Development restano una delle cose più belle che siano mai successe all’hip hop. Tanto per ricordare che i Disposable Heroes Of Hiphoprisy furono molto più che la palestra nella quale Michael Franti preparò l’avventura Spearhead.

Arrested Development 1

Atlanta, Georgia

Sembrerebbe a prima vista la realizzazione perfetta del Sogno Americano, Atlanta. È a detta di molti la municipalità meglio amministrata degli Stati Uniti ed è prospera di una prosperità che si è dimostrata a prova di recessione. Si direbbe senza fine il suo boom economico, che la fa fiera di sé, in superficie almeno, e l’ha resa ricca al punto di consentirle di chiedere (e ottenere) l’assegnazione dei Giochi Olimpici del 1996. È la città della Coca Cola e alzi la mano chi riesce a immaginare qualcosa di più intrinsecamente a stelle e strisce e ottimista della suddetta bevanda. È anche un esempio per il resto del paese in materia di integrazione razziale, un esempio, oltretutto, che viene offerto dal Sud: qui sono neri governatore, sindaco e capo della polizia. Da qui prese le mosse il movimento per i diritti civili e questa ne fu, negli anni ’60, la capitale. Qui ebbe i natali Martin Luther King. Ma, insegna la saggezza popolare, ogni medaglia ha il suo rovescio e se luccica non è detto che sia d’oro. Sì, Atlanta era la città del grande leader nero ma è pure il luogo dove egli è sepolto, e morì assassinato. E la sua tomba è circondata da un fossato che ha la funzione di impedire alla teppa razzista di lordarla con scritte ingiuriose. Anche ad Atlanta ci sono stati disordini dopo il noto verdetto che ha mandato assolti i poliziotti che avevano pestato Rodney King. Quanto ai politici neri…

Un uomo politico di colore spesso non può aiutare la sua gente quanto un bianco. Perché se si impegna troppo per quelli che hanno la pelle come lui viene automaticamente etichettato ‘radicale’ e non sarà più appoggiato dai bianchi, che avranno la tendenza a vederlo come un nemico. Mentre invece se è un politico bianco a battersi per i neri lo voteranno sia questi che i bianchi. E vivranno tutti felici e contenti. Tranne il sottoscritto, che è persuaso che il sistema sia sbagliato sin dalle fondamenta.

Questo il pensiero di Todd Thomas, meglio noto come Speech, autore di larga parte del repertorio, rapper e portavoce, leader insomma, della posse che per prima ha posto Atlanta sotto i riflettori della scena hip hop e che è forse la più chiacchierata fra quelle salite alla ribalta quest’anno. Hanno avuto la prestigiosa copertina di “Echoes”, gli Arrested Development, e articoli su “New Musical Express”, “Melody Maker”, “Vox” e tante altre testate ancora. Meritano in pieno, i Nostri, questa fresca fama: “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of…” (Chrysalis) è un LP splendido e freschissime sono l’immagine e l’attitudine che esprime.

Tanto per cominciare, di Arrested Development fanno parte sia donne che uomini e questo miscuglio di sessi è cosa che non si era mai vista nell’hip hop. Al massimo, finora, una donna poteva essere ospite di un gruppo maschile, o viceversa (pensiamo a Queen Latifah e ai suoi scambi di favori con De La Soul, Jungle Brothers e Naughty By Nature). Vi è poi fra loro, con mansioni di “consigliere spirituale”, tale Baba Oje, un signore di sessant’anni, altra cosa mai vista. È infine inedita la loro immagine: tanto la copertina dell’album che il video di Tennessee, il singolo che è stato scelto per fargli da apripista, li colgono in ambiente campagnolo, sparsi per un campo o radunati sulla veranda di una rustica casa colonica: dichiarazione esplicita di riconoscimento delle radici sudiste e rurali della loro musica del tutto nuova per il rap americano. Se c’è un aggancio con il passato (non soltanto per la musica ma pure a livello di look) è con un passato remoto, con Sly Stone e la sua Family, che tanto piacquero alla nazione di Woodstock.

Ma come si è sottolineato qualche paragrafo fa le apparenze spesso sono ingannevoli. Di hippie gli Arrested Development hanno gli abiti sgargianti, le collanine e poco d’altro. Se propagandano indubbiamente una visione positiva e sostanzialmente ottimistica della vita sono anche realisti come pochi degli hippie purtroppo furono. E se da molti punti di vista sono figli dei De La Soul di “3 Feet High And Rising” di sicuro non vengono da Marte come i tre di Amityville, che non avrebbero mai composto versi rabbrividenti come questi, tratti dal 45 giri: “Cammino per le strade che percorsero i miei avi/Mi arrampico sugli alberi ai quali furono impiccati/e chiedo loro di trasmettermi quanto da ciò hanno imparato”.

Il problema razziale è affrontato da Speech, Headliner, Aerle Taree, Montsho Eshe, Rasa Don e Baba Oje da una prospettiva diversa da quella di quei Public Enemy dei quali pure si dicono convinti ammiratori, più sfumata, in nessuna occasione bordeggiante il “tanto peggio tanto meglio”. Convinti, come i visi pallidi Disposable Heroes Of Hiphoprisy, che ogni rivoluzione parta dal cuore e dalla vita di tutti i giorni di chi vuole metterla in essere, gli Arrested Development non risparmiano attacchi a quello che secondo loro non va nella mentalità dell’uomo di colore medio statunitense. Eccoli dunque, in Mama’s Always On Stage, prendere di mira quanti si atteggiano a rivoluzionari e poi non portano rispetto alle donne; in People Everyday attaccare i gangster di colore, le cui prime vittime sono proprio i loro compagni di razza; in Fishin’ 4 Religion mettere in discussione la Chiesa Battista, che all’oppressione che subiscono i neri non sa offrire come rimedio che un’ipotetica ricompensa ultraterrena per le sofferenze patite. Non criticano solo, ad ogni buon conto, sono propositivi e la loro filosofia di vita può essere riassunta esemplarmente da quei versi di Give A Man A Fish che recitano “Dai un pesce a un uomo e avrà da mangiare per un giorno/Insegnagli a pescare e avrà da mangiare sempre”.

Ma la musica, direte voi, com’è? Formidabile, dal primo all’ultimo solco, dalla base superfunky dell’iniziale Man’s Final Frontier al soul indolente ai limiti del torpido della conclusiva Washed Away. In mezzo ogni delizia: l’armonica blues che fa lo slalom fra il basso funky e il rapping alla De La Soul di Mama’s Always On Stage, l’omaggio a Sly Stone di People Everyday e quello a George Clinton di Children Play With Earth, le orecchiabilissime Mr. Wendall e Tennessee e Natural, che sa tanto di Earth, Wind & Fire (e difatti gioca su un campionamento di Sunshine), per non dire che delle più prelibate. Chi mai potrà arrestare gli Arrested Development?

Disposable Heroes Of Hiphoprisy

San Francisco, California

A limitarsi alle vedute da cartolina, parrebbe una città ideale San Francisco: clima dolcissimo e tanta Europa – nell’urbanistica, nel suo essere a misura d’uomo, nelle istituzioni culturali – in quell’angolo d’America, la California, che è terra da sogno anche per chi sui sogni ha costruito una nazione. Guai a buttar l’occhio dietro la facciata, però, ché c’è di che star male. Contrasti razziali non devastanti come quelli che hanno fatto esplodere Los Angeles ma comunque aspri e l’AIDS dilagante come in nessun altro luogo. Lato buono della medaglia: una consapevolezza dei problemi e un impegno nel politico e nel sociale diffusi, senza pari negli USA. Impegno che sovente ha trovato riflessi in musica. Fra la fine dei ’70 e i primi anni ’80 furono i Dead Kennedys di Jello Biafra, provocatori fin dal nome, a esprimere con i loro testi taglienti e la loro musica abrasiva il disagio di giovani e intellettuali. Oggi sono, principalmente, Consolidated (li chiamano “i Public Enemy bianchi”) e Disposable Heroes Of Hiphoprisy a svolgere questo ruolo. Il legame fra le due scene, lontane sia temporalmente che musicalmente, è assai più stretto di quanto non si potrebbe pensare. I Disposable Heroes sono nati da una costola dei Beatnigs, che fecero uscire il loro unico LP per la Alternative Tentacles, etichetta di proprietà di Biafra, e hanno in repertorio una rilettura hip hop di California Über Alles, classico per antonomasia dei Kennedy Morti e del punk della West Coast tutto. Ma andiamo per ordine…

Come già detto, in principio c’erano i Beatnigs, un quintetto che si muoveva con grande abilità/agilità fra sperimentazioni soniche ai limiti dell’industriale, punk e rap. Prima di sciogliersi, per contrasti sulla direzione musicale da seguire, fecero in tempo a dare alle stampe (era il 1988) un omonimo album, un pelino acerbo ma parecchio intrigante e con almeno un brano da antologia: Television, dura requisitoria contro lo strapotere della TV che la reincarnazione attuale della band ha ripreso in una versione aggiornata nel testo e non troppo dissimile nella musica. Dissolvenza.

Il Natale del ’90 si sta approssimando quando, grazie alla bitannica Workers Playtime, giunge nei negozi un mini (tre pezzi, di cui due offerti anche in versione strumentale) attribuito a tali, sconosciuti Disposable Heroes Of Hiphoprisy. Chi si nasconda dietro l’inedita ragione sociale è svelato dai “credits” sul retro di copertina: trattasi di Michael Franti, già deus ex machina dei Beatnigs, e del suo vecchio compagno d’avventure Rono Tsé. È un grande esordio Famous And Dandy Just Like Amos & Andy. In questi termini ne scrivemmo su altre colonne: “…porta avanti con ancora maggiore vigore e intelligenza il discorso di contaminazione rock/hip hop/rumore dei Beatnigs. Percussioni industriali, un basso funky spesso ultradistorto, campionamenti azzeccatissimi (quel riff fiatistico nella title-track! il coro chiesastico e le voci arabeggianti in Satanic Reverses!) e testi molto politicizzati sono gli ingredienti della ricetta di Michael Franti e soci. Che in Famous And Dandy sembrano degli ipotetici Public Enemy affidati alle cure di Adrian Sherwood, in Satanic Reverses gli Eric B. & Rakim dell’indimenticabile Paid In Full e in Financial Leprosy si avvicinano all’hip hop terrorista dei Decadent Dub Team. Mantenendo sempre una loro fortissima personalità”. Nuova dissovenza.

Giugno 1992: vede finalmente la luce (a pubblicarlo è la 4th & B’Way, braccio rap della Island) il debutto sulla lunga distanza dei Nostri. Che non solo non delude le attese, rese spasmodiche dall’uscita su singolo nei mesi immediatamente precedenti dell’edizione riveduta e corretta di Television e del nuovo capolavoro Language Of Violence (una storia agghiacciante di quotidiana, ordinaria violenza su uno sfondo hard-boiled alla MC 900 Ft Jesus), ma finisce per indicare nei Disposable Heroes uno dei nomi cardine dell’hip hop odierno. Per la musica, che è sempre più incisiva e variegata e alla tavolozza già nota (oltre ai brani usciti a 45 giri, sono stati ripresi tutti e tre i pezzi del mini) aggiunge colori ora smaglianti (il siparietto scat che precede il funky vertiginoso della title-track), ora delicati (la base latin jazz di Music And Politics). Per i testi, che ne fanno l’album di rap “politico” più incisivo di sempre. Ove la politica non è un’arida faccenda di slogan ma una riflessione dolente sui problemi del mondo (il razzismo, il consumismo, la catastrofe ecologica, il nuovo ordine planetario) e sui travagli cui ci sottopone la vita tutti i giorni. Mai si erano udite in un disco rap rime simili: “Se mai la smettessi di pensare a musica e politica/ti direi che a volte è più facile desiderare/e cercare l’ammirazione di cento sconosciuti/che accettare l’amore e la lealtà/di chi ti è vicino./E ti direi che talvolta/preferisco guardarmi/con gli occhi di qualcun altro./Occhi che non siano annebbiati dalle lacrime generate dal sapere/quale bastardo io possa essere, come i tuoi./…/E ti confesserei che talvolta/ricorro al sesso per paura di comunicare/ed è una buona scappatoia./Ma so esprimere altre emozioni che non siano il riso, il pianto e ‘scopiamo’./…/Se mai la smettessi di pensare a musica e politica/ti direi che rivoluzionare la propria vita/è tanto difficile/ma è il primo passo di qualunque altra rivoluzione”. “Hypocrisy Is The Greatest Luxury” è già nella storia della musica di questa fine di secolo. Oltre che nei nostri cuori.

Pubblicato per la prima volta su “Dance Music Magazine”, settembre 1992.

2 commenti

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2 risposte a “Potere alla parola (7): Music And Politics – Lo straordinario 1992 di Arrested Development e Disposable Heroes Of Hiphoprisy

  1. Orgio

    Bello, come tutti gli articoli sull’hip hop che stai recuperando, ma mi permetto due appunti sul “c’è molto di Europa in San Francisco”: l’urbanistica non ha nulla di europeo, trattandosi di rete di strade perpendicolari (peraltro apposta su terreno collinare, laddove in Europa situazioni simili hanno originato città urbanisticamente opposte, come Roma e Lisbona); la misura d’uomo è tutta da verificare, specialmente se per San Francisco intendiamo la grande area metropolitana, comprensiva sì dei piacevoli borghi della North Bay ma anche dell’industriale Oakland e delle anonime periferie sud verso l’aeroporto e San Jose (probabilmente questa idea della città a misura d’uomo è legata al quasi inevitabile confronto con l’altra grande città californiana, Los Angeles, che a misura d’uomo indubbiamente non è); sul clima dolcissimo ricorderai bene la celebre massima d Mark Twain.
    Resta, tuttavia, il miglior laboratorio culturale nelle Americhe.

  2. Alfonso

    Si può lasciare un commentino in ritardo? Ieri sera ho messo su per la prima volta 3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of… e sono rimasto con le cuffie tre ore, l’ho dovuto far girare per intero tre volte prima di spegnere. Non avrei mai pensato si potesse fare hip hop così, esattamente come a 17 anni non pensavo si potesse fare punk-rock senza amplificatori e poi ho ascoltato i Violent Femmes. Neanche mezzo minuto di banalità e però 57 di piacevolezza continua, roba come Mr. Wendall e Tennessee le canticchierebbe persino mia madre. E i testi… Radicalismo sorridente si può dire? Boh, dischi del genere mi ricordano quanto è bello essere un semplice appassionato di musica. Grazie per il pezzo Eddy, era un anno almeno che non facevo una scoperta del genere.

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