Presi per il culto (36): John Foxx – The Garden (Metal Beat/Virgin, 1981)

John Foxx - The Garden

Credo che di nessun album mi siano passate per le mani più copie che di questo. Fatto è che lo acquistai quando non era uscito da molto, forse sette o otto mesi, perché innamorato del singolo e all’edizione non feci caso. Stampa italiana. Ben suonante, niente da dire. Solo che da lì a qualche mese ancora a casa di un amico mi trovavo davanti l’inglese e dire che ci restavo insieme a bocca aperta e malissimo è poco. Era così che scoprivo che nel Bel Paese avevano pensato bene di risparmiare sull’inserto: uno stupendo libretto fotografico – esplicativo il titolo: Church – formato 29,8 per 29,8 di sedici pagine. Un dolore quasi fisico constatarne l’assenza nel mio “The Garden”. Per anni in ogni negozio di dischi nel quale sono entrato per prima cosa ho verificato se ne avessero uno comme il faut. Non mi era necessario girare la copertina per capirlo, mi bastava soppesarlo. “The Garden” era ovunque, ma immancabilmente italiano. E poi un bel giorno dell’inverno ’86-’87 da un rivenditore d’usato milanese alla quinta o sesta copia (mi capita di sognarmelo quel posto: giuro) che tiravo su di seguito un tuffo al cuore: la ricerca era finita. Lo so che nel 2008 di quello che fu il secondo capitolo della vita post-Ultravox di Dennis Leigh, in arte John Foxx, è uscita una “Deluxe Edition” e non vi dico di non comprarvela, no. Ma prima o dopo di “The Garden” dovrete comunque portarvene a casa uno come quello che ho io. In vinile. Con il libro. No, è importante. Di questa mirabilissima opera d’arte la grafica è parte integrante e decisiva. Senza, non è la stessa. Senza, pur restando rimarchevole la suggestione che ne promana si dimezza.

Di solito, quando ad andarsene è il leader, un gruppo che a sommare i talenti di tutti i restanti e del subentrante non si pareggia quello del dimissionario fa una misera fine. Non era il caso degli Ultravox, che orbi di John Foxx e con al suo posto Midge Ure passavano da culti a superstar, prendendo a collezionare dischi d’oro e platino quando in precedenza non uno dei loro 33 giri, non uno dei loro 45 si era affacciato nelle classifiche britanniche, né in quelle di qualunque altro paese. A me i secondi Ultravox – retorici piuttosto che romantici, barocchi in luogo che teutonici – non hanno mai detto nulla. Non baratterei nessuna nemmeno delle loro poche canzoni che non mi dispiacciono con alcunché di quanto contenuto nei tre LP realizzati con Foxx al comando – “Ultravox!”, “Ha! Ha! Ha” e “Systems Of Romance”, trilogia di capolavori con pochi pari nella new wave (forse giusto gli Wire) – e manco farei cambio con “Metamatic” e, va da sé, “The Garden”. E se posso capire perché loro ebbero successo non riuscirò viceversa mai a farmi una ragione della modestia, al confronto, delle fortune commerciali di un uomo che aveva tutto – persino l’aspetto – per essere un secondo David Bowie.

A “The Garden” piace vincere facile. Comincia con il singolo di cui sopra, Europe After The Rain, e lo sai subito che sarà letteralmente indimenticabile. Pur travolto dalla sua epicità dolcissima, da quel luccicare di piano in contrasto e simbiosi sublimi con la ritmica krauta, due cose ti sono immediatamente chiare: che non sarà possibile sostenere per un album intero un simile climax e che non è lo stesso mondo che abitava il precedente “Metamatic”. Grande disco anche quello ma davvero diversissimo, algida parata di sintetizzatori e batterie elettroniche che dal primo all’ultimo secondo rimandano direttamente ai Kraftwerk laddove nel successore le macchine non sembrano mai robotiche, umanissime anzi. Laddove nel successore riappaiono gli arnesi del rock e in particolare è spettacolare la chitarra di un altro ex-Ultravox, Robin Simon: ficcante e spezzata, a tratti urlante senza una nota di troppo. “The Garden” è techno-pop in versione colta, aristocratica, è new wave che getta ponti verso il glam ma negandolo, sono i Roxy Music non a Berlino “by the wall” ma sotto la pioggia in un pineto ognimmodo nordico. Per molto tempo ho pensato che l’inusitato Pater Noster gregoriano in battuta disco (il lavoro intero è segnato dal complesso rapporto dell’artefice con il cattolicesimo) in chiusura di primo lato ne sciupasse un po’ equilibri altrimenti perfetti. Oggi non più. Oggi mi pare pausa sapiente e raccordo ideale fra l’ossessività di Dancing Like A Gun e il cyber-funky-blues Night Suit. Postilla adeguata alla nevrosi sentimentale di When I Was A Man And You Were A Woman, ponte verso la lodgeriana Fusion/Fission, annunciazione di un’angelicata, pastorale traccia omonima di grazia ineffabile, irripetibile. E difatti John Foxx non si ripeterà.

7 commenti

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7 risposte a “Presi per il culto (36): John Foxx – The Garden (Metal Beat/Virgin, 1981)

  1. Gian Luigi Bona

    Un capolavoro di romanticismo, leggerezza e passione.
    Un disco indimenticabile.
    Chi lo ha conosciuto lo ha anche vissuto.

  2. demismoretti

    E io aggiungo che di dischi cosi’ non se ne fanno piu’, la versione con il book è semplicemente un opera d’arte, la frequenza con cui stai pubblicando i culti mi piace assai, ti prego continua cosi’….

    • Gian Luigi Bona

      Sapevo dell’esistenza della versione grazie alla recensione dell’epoca sul Mucchio Selvaggio. Purtroppo non sono mai riuscito a trovarla, da quelle poche foto che si vedono sul vinile immagino che capolavoro possa essere.
      Il disco comunque è straordinario. Ho due leggere preferenze sul resto: “Europe After The Rain” e The Garden”.

  3. Stefano Piredda

    The Garden è una delle canzoni che amo di più.
    I culti, rivisti tutti dal primo all’ultimo, sono cose preziose davvero.
    Grazie, VM.

  4. San Avio

    Non sei stato un pò cattivo con gli Ultravox senza Foxx ? The Voice e Vienna non sono malaccio.

  5. Pingback: NEW! John Foxx — Europe After The Rain — TOTPs – weeko

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