The Name Of This Band Was Talking Heads (1975-1988)

Il 21 luglio 1978 i Talking Heads pubblicavano “More Songs About Buildings And Food”. Quasi un secondo esordio più che un secondo album e per certo il capolavoro, primo atto di una trilogia epocale, con il quale cominciavano a diventare ciò che restano nel ricordo e negli annali: una delle rock band più geniali, innovative e influenti di sempre.

Talking Heads 1

Intervistato da “Mojo” nel 1999, in occasione della ristampa espansa che infine (scusate il gioco di parole) dava un senso a “Stop Making Sense”, riguardo alla possibilità che i Talking Heads potessero rimettersi assieme, David Byrne rispondeva inorridito per celia: “Oh no! Sarebbe come tornare a vivere con tua madre”. Poco è cambiato da allora o forse tutto. Seppure per pochi minuti, le quattro Teste Parlanti si sono riunite su un palco nel marzo 2002. È successo alla cerimonia che le ha introdotte nella “Rock & Roll Hall Of Fame” ed erano diciannove anni che ragazzi (insomma) e ragazza non si trovavano a suonare in pubblico e quattordici dacché per l’ultima volta avevano diviso uno studio di registrazione. Chissà se le asce ancora incrostate dal sangue sparso nel tempo in rancorose interviste – tutti contro Byrne, Byrne contro tutti – sono state seppellite. Mi piace pensarlo. Ma no, una rimpatriata risparmiatecela: come i Clash, sebbene molto diversamente da essi, i Talking Heads furono un irripetibile prodotto della loro epoca e rivederli in azione indurrebbe tristezza e un effetto jukebox di cui tutti noi si può felicissimamente fare a meno, sia che si sia assistito in diretta alla loro epopea, sia che li si scopra adesso. Parole queste ultime che mi suonano strane, inaudite, nel momento stesso in cui le scrivo: che a una delle band più innovative della storia del rock – a tal punto innovativa che fu fra le prime ad andare oltre il rock – sia toccato in sorte di essere per un lustro o due rimossa è plateale ingiustizia di cui stento a farmi una ragione. Però ultimamente si sta rimediando, tant’è che è stata l’attualità a offrire un pretesto a questo omaggio. Fra una settimana nel momento in cui scrivo, da una settimana nel momento in cui potrete leggermi, sarà nei negozi un box quadruplo con protagonisti i nostri eroi. In realtà i CD sono tre, essendo il quarto dischetto un DVD, e cinquantacinque i brani in scaletta. Riassunto generoso ma… bastante? No. Punto il programma e con sconcerto mi avvedo, ad esempio, che uno dei tre titoli non recuperati dal capolavoro “Remain In Light” è The Great Curve e come è possibile? E questo mentre dai cataloghi continua a mancare un’edizione digitale di quello che è uno dei più memorabili doppi live di sempre. Bizzarrie di una discografia impazzita che munge a capocchia i capezzoli delle sue vacche sacre. A chi si indirizza “More Than Meets The Eye”? Non al neofita, che difficilmente propenderà come approccio a un acquisto così impegnativo. Magari più ai completisti, ai quali però offre pochissimo che non si conoscesse. Indubbiamente: meraviglioso. Indubbiamente: un regalo di Natale che vi farà fare un figurone. Ma all’under 30 che non ha avuto la fortuna di conoscere il gruppo newyorkese per tramite di un fratello maggiore consiglio piuttosto di inoltrarsi pian piano in una produzione non straripante – otto album in studio e due dal vivo – e procurarsene i capisaldi, quattro almeno e reperibili a un prezzo complessivo inferiore a quello del cofanetto.

Splendido esemplare di umanista che nel dopo Talking Heads vanta, oltre a dischi in proprio di apprezzabile fattura e ammirevole propensione al rischio, un’attività propagandistica di evangelico fervore delle musiche terzo e quartomondiste (sua la Luaka Bop), David Byrne ha natali scozzesi e oggi cinquantun’anni. Ne aveva due quando la famiglia si trasferì a Baltimora e una quindicina quando per la prima volta imbracciò una chitarra e subito formò un complessino liceale per mettere a frutto i pochi accordi imparati. Si chiamavano Revelation e quanto è dato sapere di loro è che, come da manuale del garagista, avevano un repertorio di classici (allora freschissimi) della prima canzonetta rock: Beatles, Rolling Stones, Kinks. Appena qualcosa di più conosciamo del gruppo successivo, gli Artistics, fondato nel 1973 alla Rhode Island School Of Design. Scalette simili con però già qualche brano autografo non pervenutoci. Quel che più conta: dietro la batteria siede un altro allievo di quella prestigiosa scuola d’arte, tal Christopher Frantz, che ha un anno più di Byrne e con lui divide passioni letterarie, teatrali, cinematografiche. Quando il 1974 sta per fare ciao ciao, i due rompono le righe e si stabiliscono a New York. I tre, anzi. A sua volta più anziana di un anno di Chris, la sua ragazza, Tina Weymouth, li raggiunge e “ehi, David”, fa quello, “se tu le insegnassi qualche accordo al basso si potrebbe di nuovo suonare assieme”. Detto. Fatto. Assunta la fantastica ragione sociale che li renderà celebri, i Talking Heads esordiscono come trio nel giugno 1975, al CBGB’s e di spalla ai Ramones. Arduo immaginare due formazioni tanto distanti, intellettuali un po’ fighetti gli uni, teppistelli gli altri, ma si intendono e lo sparuto pubblico intende, principalmente grazie a loro e ai Television, che c’è ancora vita nella Grande Mela Marcia dopo i Velvet e quei tossici puttani dei New York Dolls. Lo chiameranno punk e sarà sorta di resurrezione per un rock che per un attimo tornava a essere sul serio eccitante, pericoloso addirittura, se credete alle favole oppure no.

Talking Heads 2

Di punk in senso stretto ce n’è in verità poco, pochissimo, praticamente nulla in “77”, che esce indovinate quando e dopo che il trio è divenuto quartetto, con l’arrivo del navigato Jerry Harrison in funzione di tastierista e secondo chitarrista, e ha ceduto al reiterato corteggiamento del presidente della Sire, Seymour Stein. Giusto quello spiritello iconoclasta che fa sì, per dire, che sia un clamoroso incipit di mandolino a presentare il vaudeville di richmaniana semplicità di Don’t Worry About The Government. Ecco: se ha antecedenti “77”, che è opera distante tanto dai Talking Heads che verranno che dalla scena che li crebbe, è giusto nei primi Modern Lovers, elettrici e innocenti, di Jonathan Richman. Da lì arrivava del resto Harrison ed echi se ne odono (benché Byrne firmi tutto e quasi tutto da solo) nella svagata cantilena con retrogusto latino di Uh-Oh, Love Comes To Town, nella marzialità da giardino di infanzia di Tentative Decisions, in una Happy Day con afflato da carola e un delizioso filo d’organo. Ci sono presagi di funk – in New Feeling, in Who Is It?, nella poppissima The Book I Read – ma patiscono la piatta produzione di Tony Bongiovi. Comunque sia: è alla resa dei conti un disco da una canzone, o due se si arruola il travolgente rotolare di Pulled Up: Psycho Killer naturalmente, saltellare singultante fra ironia e nevrosi iscritto di diritto fra i classici della new wave dal primo “fa fa fa fa”. Sarebbe bastato a rendere le Teste Parlanti degli interessanti minori. Maggiori li farà l’incontro con Brian Eno, che li vede a Londra in apertura dei soliti Ramones e si entusiasma. Non capirete mai perché ascoltando “77”, ma se vi procurate il doppio live (solo su vinile, figlioli) “The Name Of This Band Is Talking Heads” e mettete su la prima facciata invece sì. Non un innamoramento progressivo ma un colpo di fulmine quello fra lui e Byrne – stessa introversione con tendenza all’esibizionismo, stesso retroterra culturale, stesso interesse in germinare per le musiche etniche – e i tre LP nei quali Eno sarà la quinta Testa sono – fondamentali per l’evoluzione del rock quanto l’altra trilogia eniana, quella congegnata a Berlino con Bowie – i primi da avere dei Nostri. E fra essi il primo da mettersi in casa è l’ultimo, “Remain In Light”. Ma se seguite l’ordine cronologico è da “More Songs About Buildings And Food”, 1978, che si comincia. Che sia un altro mondo rispetto a “77” si capisce immediatamente, dallo sferzante, militaresco tambureggiare di Thank You For Sending Me An Angel.

Avanza al proscenio il funk e non fa prigionieri, voce stentorea e chitarre circolari in With Our Love, handclapping che bacia il cielo come le sei corde di Hendrix in The Good Thing, incastro di batteria come un segnale di apocalisse in Warning Sign, trillare vorticoso in The Girls Want To Be With The Girls, tensione che se possibile sale ulteriormente in Found A Job e un coro che si stacca e contunde con demenziale semplicità. Il primo lato è finito e ancora non ci si è resi conto di cosa ci abbia colpiti. Il secondo rossiniano crescendo che porta all’apice della lettura acida e slabbrata di Take Me To The River di Al Green, invocazione gospel da giorno prima del Giudizio e unica cover mai registrata dal gruppo. Prima sua canzone a sfiorare i Top 20 mentre l’album, che si congeda con la quiete di chitarre caraibiche dopo la tempesta di The Big Country (ma occhio al vetriolico testo), si arresta poco più sotto. L’anno dopo “Fear Of Music” prende quel funk e lo fa per la prima volta autenticamente negro e se possibile ancora più minaccioso, cerebrale e fisico nel contempo come mai è riuscito ad altri. È vita in tempi di guerra, come ammonisce la quinta traccia. Non fosse per la prima, I Zimbra, che suona come avrebbe suonato Fela Kuti se avesse studiato Terry Riley e il suo chitarrista fosse stato Robert Fripp, già il disco sarebbe indispensabile. Ma parliamo allora della tonda ossessività di Paper, della trattenuta isteria di Cities, della paranoica dolcezza di Heaven, degli slarghi dub di Drugs. Possibile che tutto ciò sia superabile? Possibile. L’anno dopo esce “Remain In Light” ed è per i Talking Heads ciò che furono “London Calling” e “Sandinista!” sommati per Strummer e sodali, ma con una concisione là mancante. “Etnofunkpsichedelismo” lo chiamerà Byrne ed è esattamente questo, poliritmico e polifonico superamento del rock cui concorrono ritmi africani di impossibile danzabilità, melodie asiatiche di impossibile suggestione, ritornelli pop di impossibile orecchiabilità. Ipotizzate un rave come fine del mondo ed ecco.

Mai stato a un rave, io. Però diecimila persone tutte insieme una volta le ho viste ballare, nessuna ma proprio nessuna ferma, gente a dimenarsi persino in piedi sul mixer in un palasport stipato oltre il buon senso e in cui tale era il calore che si levava dai corpi degli astanti che alzando lo sguardo potevi scorgere principi di condensa. Nessuna band mai ha superato (nessuna band ha mai lontanamente avvicinato) l’impatto live (testimonianze discografiche nel citato “The Name” e in “Stop Making Sense”; anche un bellissimo film di Jonathan Demme) dei Talking Heads che portarono in tour “Remain In Light” trasformandosi in astronave clintoniana, con a bordo uno stuolo di ospiti fra i quali Adrian Belew, Busta Jones, Nona Hendryx e un funkadelico originale quale Bernie Worrell.

Dice qualcuno che a sciogliersi subito dopo, oltretutto a divorzio da Eno consumato e con principi di faide interne, sarebbero stati perfetti. Però loro si sarebbero persi gli anni del successo diffuso e noi qualche altro bel disco. Meglio “Speaking In Tongues” (1983), molto meglio di quanto non mi parve quando vide la luce, anche se era pur vero che trattavasi del primo album in cui si guardava indietro anziché avanti. Splendido “Little Creatures” (1985), indimenticabile per il country ilare di Creatures Of Love e la processione spiritual di Road To Nowhere. È il “Combat Rock” dei Nostri, ove il successivo “True Stories” (1986) rischiò di essere il loro “Cut The Crap” ma per fortuna no (sta lì quella Radio Head che ha dato il nome a chi sapete). Con il 1988 e “Naked”, languido, exotico e triste, i Talking Heads chiudevano la loro storia e nella Storia entravano.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.555, 18 novembre 2003.

8 commenti

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8 risposte a “The Name Of This Band Was Talking Heads (1975-1988)

  1. L’ideale guida su una delle band più grandi di sempre. L’unico dubbio che mi sovviene riguarda “Little Creatures”, dove a mio avviso splende soltanto “Road to nowhere”. Anche se effettivamente l’unica opera trascurabile è proprio “True Stories”…

  2. Beh, oddio… “Love for sale” e “Wild wild life”, più “Hey now” che è gioia pura, basterebbero. Su “Little creatures” invece le gemme sono tante. I singoli erano belli, tutti (No, ma dico? “And she was” scrivetela voi). Insomma, in calando ma livelli altissimi. “Naked” ha una prima facciata da brivido e a parte “The facts of life” che è trascurabile, è tutta roba buona.

  3. io so che per me sono stati gioia pura: e i brividi non si sono ancora placati nonostante la fine degli anni settanta è molto lontana…

    • Francesco

      mi sembra di conoscere quella copertina..quanto ai TH che dire, da sempre nella mia top list di sempre, e mi piace pure true stories

  4. dinamitebla

    Ma l’edizione espansa di The name of this band is talking heads uscita su cd nel 2004 che zompetta in uno dei miei benno …la vuoi ignorare volutamente ? Vuoi una rigorosa versione cd contenente solo il disco originale ?

  5. Giancarlo Turra

    Bomba BESTIALE, la versione doppia, e dire che l’lp originale era già potentissimo.

  6. stefano campodonico

    Loro sì che erano veramente “ENORMI”
    Uno dei miei grandi rimpianti non averli mai visti dal vivo!

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