Presi per il culto (37): It’s A Beautiful Day – It’s A Beautiful Day (Columbia, 1969)

It's A Beautiful Day - It's A Beautiful Day

Viene proprio da volergli bene agli It’s A Beautiful Day. Per chi un minimo li conosce, pressoché invariabilmente “quelli che sembravano i Jefferson Airplane”. Quelli che fra tutte le band del San Francisco Sound si affacciarono ultimi al proscenio, quasi fuori tempo massimo. Chi sa comunque chi furono, di loro ricorda giusto due canzoni, essendo la seconda Bombay Calling, quella cui i Deep Purple si ispirarono (diciamo così) per farci Child In Time. Oppure una soltanto e allora non può essere che White Bird, gloria e dannazione del gruppo di David LaFlamme e soprattutto di LaFlamme medesimo, che scopriva presto che il suo nome sarebbe rimasto legato per sempre a quell’unico pezzo e provava a fare buon viso a cattivo gioco. A trentaquattro anni dalla pubblicazione White Bird è ancora nella programmazione delle radio americane, ma molti non sanno nulla di chi la incise. Viene proprio da volergli bene agli It’s A Beautiful Day. Mamma mia, che sfigati.

Classe 1941, nativo del Connecticut, cresciuto a Salt Lake City, al rock LaFlamme arriva partendo da dove più lontano non si potrebbe: da un posto di violinista solista conquistato da fanciullo prodigio nella Utah Symphony Orchestra. Non sente ragioni lo Zio Sam quando si tratta di chiamarlo ad assolvere gli obblighi di leva ed è in prospettiva una fortuna e una condanna che, giunto così in California, Bay Area, il giovanotto se ne innamori e decida, congedato, di fermarvisi. Non è chiaro come spenda gli anni fra il ’63 e il ’66. A quel punto lo ritroviamo immerso e confuso (buon amico di Jerry Garcia, sembra) in una scena folk-rock e presto psichedelica in sboccio. Non approda a traguardi concreti il progetto effimero di una fantomatica Electric Chamber Orchestra. Non dura granché di più la permanenza in una prima incarnazione di Dan Hicks & His Hot Licks. David si è nel frattempo sposato ed è con la moglie Linda, una valida tastierista, che fonda gli It’s A Beautiful Day quando la più fatidica delle estati, quella del 1967 e dell’Amore, incombe. Completano una formazione inusualmente a sei la cantante Pattie Santos, il chitarrista Hal Wagenet, il bassista Mitchell Holman e il batterista Val Fuentes. Ragazze e ragazzi non possono saperlo, ma il loro destino è segnato nell’istante in cui ne assume il management Matthew Katz, che è l’uomo che sta dietro a Jefferson Airplane e Moby Grape e parrebbe una scelta felicissima non sapendo, come gli It’s A Beautiful Day non sanno, che Jefferson Airplane e Moby Grape stanno disperatamente cercando di liberarsene. Convintili che non sono ancora maturi per esporsi in una ribalta già affollata di pezzi da novanta quale quella di San Francisco, Katz li spedisce in una sorta di esilio di studio nella lontana Seattle, dove non possono suonare che in un club di sua proprietà. Impiegheranno mesi a capire di trovarsi in un vicolo cieco, un altro anno a sciogliersi dall’ingombrante tutela e quando infine, rimediato un contratto dalla Columbia, porranno mano al primo LP si sarà fatto il 1969. Sembreranno dei tardi e interessati emuli di un sound che avrebbero invece potuto contribuire a creare. Dei volgari imitatori.

Copertina ispirata da una rivista dei primi del Novecento e stupenda (la si trova spesso in elenchi delle copertine più belle di sempre laddove fra i dischi più belli quello che contiene non è ricordato mai), a bene ascoltarlo “It’s A Beautiful Day” non è affatto il lavoro derivativo che si dice sia. Anzi! A partire dai sei minuti sistemati in apertura della sua canzone più famosa, che echeggia gli Airplane giusto nel gioco di voci maschile e femminile e nel prendere ispirazione da un folk-rock che risolve però altrimenti, spingendosi verso lidi progressivi (almeno negli USA in anticipo dunque sui tempi piuttosto che a rimorchio) in luogo che psichedelici. Pezzo che inchioda sin dal pizzicato che ne disegna la melodia ma che non è giusto che obnubili né l’alternarsi fra momenti raccolti e slanci epici di Hot Summer Day né un Wasted Union Blues dallo stralunato all’ustionante. Men che meno il minuetto favolistico di Girl With No Eyes. Fine della prima facciata. La seconda sceglie definitivamente l’opzione prog con i panorami squisitamente oleografici di Bombay Calling e Bulgaria (in entrambi i casi: nomen omen), prima di soccombere al comunque benemerito eccesso di ambizioni di una Time Is (quasi dieci minuti) ora zingara, ora rock’n’roll, ora tribale. David e variabili sodali non sapranno più riprendere i fili del discorso. Già da un seguito, “Marrying Maiden”, non all’altezza di un’altra copertina fantastica.

8 commenti

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8 risposte a “Presi per il culto (37): It’s A Beautiful Day – It’s A Beautiful Day (Columbia, 1969)

  1. demismoretti

    La copertina è tra le più belle di sempre ed il disco manco a dirlo è meraviglioso.. l’ho acquistato proprio oggi nella prima stampa americana su Columbia (che botta!) a Roma, in occasione dell’ennesima trasferta di lavoro in un fantastico negozio di dischi vicino il Colosseo di cui non faccio il nome per non fare pubblicità anche se lo meriterebbe, a volte anche andare a lavorare regala così grandi soddisfazioni…

  2. Giancarlo Turra

    Anche perché la gente viaggia, e tra un monumento e l’altro, magari un dischino lo vuole portare a casa 😀 🙂

  3. giuliano

    Coincidenza, l’ho acquistato anche io qualche mese fa, prima stampa americana (Columbia rossa 360 sound), e fortunatamente a pochi euro (nei mercatini romani spesso la botta di culo capita).
    Anch’io frequento il negozio che dici tu: sì, un signor negozio davvero.
    Visto che i tempi son duri per tutti e in specie per gli spacciatori di dischi, e visto che Eddy permette, si tratta di Soul Food (accanto c’è il negozietto satellite Junk Food, con i vinili d’occasione a prezzo basso).

  4. demismoretti

    Grazie al VM della concessione, si tratta proprio di Soul Food, fantastico negozio, dove il proprietario Pierluigi, oltre che cordiale è anche a mio avviso è di una competenza mostruosa e quando posso vado a scovare qualche chicca, meglio se di culto!!

  5. giuliano

    A Roma mi sento di poter consigliare a cuor leggero anche Radiation Records (fate attenzione – se doveste capitarci – ai mucchi di dischi a 5 euri: io c’ho scovato, per dire, “Feedback” degli Spirit e “At your birthday party” degli Steppenwolf, stampe originali americane. Non male). E’ un po’ fuori mano, però, rispetto a SF.
    Poi ci sarebbero le domeniche mattina a Porta Portese, ma è una storia lunga.

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