Potere alla parola (8): Don’t Call Me Whitey, Nigger – Il rap dalla pelle bianca

3rd Bass

Qualcuno potrebbe dire: è andata sempre così. I neri creano il jazz e Benny Goodman viene acclamato “re dello swing”, i neri forgiano il rock’n’roll ed Elvis diventa The King, tanti bluesmen conducono una vita miserevole ed Eric Clapton guadagna miliardi suonando in dodici battute. Non è lecito ipotizzare allora, quando i più pensano al rock come musica bianca, che entro vent’anni l’hip hop sarà proprietà privata dell’arrogante tribù dei visi pallidi? Chi ha detto che il colonialismo è un’infamia del passato? Avrebbe ragione probabilmente, il qualcuno di cui sopra, ma pure torto.

Perché il rapporto fra il rap e i bianchi che oltre che ascoltarlo lo praticano è da sempre diverso, ad esempio, da quello che hanno avuto con il blues almeno un paio di generazioni di artisti dalla pelle chiara innamorati della musica del diavolo. Al blues quei musicisti si accostarono con la reverenza dello studioso e lo fecero quando i neri, lanciati sulle piste del soul e del funky, se lo stavano lasciando alle spalle. Quando aveva ormai esaurito la sua spinta propulsiva. Fu quindi un esercizio il loro, pure appassionato, su una lingua morta in quanto tale (sebbene nello stesso tempo vivissima perché infiltratasi in altri idiomi) e che dovette confrontarsi con un problema rivelatosi insolubile: che il blues, oltre che una musica, è una condizione dell’anima e se lo si suona soltanto, senza viverlo, non si va oltre la bella calligrafia. La risposta alla domanda che da oltre trent’anni ricorre “può un bianco suonare il blues?” è dunque: sì, ma capirlo davvero forse mai. È un fatto, non una teoria. Nemmeno i più grandi e sinceri fra i bluesmen bianchi hanno mai posseduto un’oncia del pathos di un Robert Johnson o di un Howlin’ Wolf.

Diverso il discorso per quanto riguarda l’hip hop. Di quella scena i bianchi sono parte dai primordi e se la loro non è stata finora una presenza granché rilevante per quantità qualitativamente ha contato, al punto da influenzare in un caso, quello dei primi Beastie Boys, l’evoluzione del genere, cosa raramente accaduta in precedenza con le musiche afroamericane nella loro fase formativa. Con l’hip hop i bianchi che lo praticano sono venuti a contatto non nelle sale da concerto o ascoltando i dischi ma nelle scuole e nei parchi, non dopo che il genere era stato codificato ma mentre lo si stava inventando. Ci sono sempre stati b-boys bianchi (si sta qui facendo un discorso sul rap “duro e puro”, naturalmente, non sulle sue mille infiltrazioni nel resto dell’odierna musica pop), anche se in esigua minoranza.

Pochi, ma buoni. Il primo nome da fare, dopo i Beastie Boys, è quello dei 3rd Bass, come i Beasties ebrei e newyorkesi, separatisi dopo un buon LP, “The Cactus Album” (1989), e un capolavoro, il poderoso “Derelicts Of Dialect” (1991). I due leader, MC Serch e Pete Nice, hanno poi confezionato dischi solisti di ragguardevole caratura. Sempre all’ombra della Grande Mela sono cresciuti gli Young Black Teenagers, tutti bianchi a dispetto del nome e di ascendenze italiche, come testimonia un esilarante scambio di battute in broccolinese in “Sound Of Urban Listeners”, il loro promettente esordio del ’91 (promesse mantenute due anni dopo in “Dead Enz Kids…”). Cambiando costa, come non menzionare gli ultrapoliticizzati Consolidated (consiglio per gli acquisti: “Play More Music”, 1992) e gli House Of Pain, rissosi ubriaconi di origini irlandesi con amicizie importanti (Ice-T) e una grinta da paura? I loro “Fine Malt Lyrics” (1992) e “Same As It Ever Was” (1994) non sono magari fondamentali, ma freschi e godibili sì. Pressoché indispensabili per chi ama il genere sono invece tre dei lavori prodotti dall’affollata scena chicana: il secondo LP di Kid Frost (“East Side Story”, ’92) e i due confezionati finora (il terzo dovrebbe essere nei negozi quando leggerete queste righe) dai fumatissimi e vendutissimi Cypress Hill (l’omonimo debutto del 1991 e “Black Sunday”, di due anni posteriore).

Ebrei, italiani, ispanici: nemmeno un anglosassone nella NBA del rap. Difficile pensare che sia un caso questa conferma eclatante della tesi che vuole l’hip hop geneticamente musica dei ghetti e delle minoranze.

Da questa parte dell’oceano, prendendo in esame solo le due scene che hanno raggiunto la maturità, vale a dire la britannica e la francese, salta subito all’occhio che la predominanza dei neri è assoluta. Chi scrive vorrebbe giusto spezzare una lancia a favore di Blade, rapper britannico ultra-hardcore poco conosciuto perché, più fugaziano dei Fugazi, vende i propri lavori (che perdipiù stampa solo su vinile) soltanto ai concerti e per posta. Il suo monumentale “The Lion Goes From Strenght To Strenght” (1993) merita ricerche estenuanti. Un discendente di Riccardo Cuor di Leone, costui? Macché: un armeno. I conti tornano.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.10, settembre 1995.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...