Scritti nell’Anima – Le outtakes (1): Sam (Cooke) e Malcolm (X)

Nel novembre 2007 davo alle stampe per i tipi della Tuttle, stesse edizioni casalinghe che dal ‘98 portano in edicola “Blow Up”, Scritti nell’Anima, raccolta di monografie sui grandi protagonisti del soul, del blues e del jazz per la più parte pubblicate in origine sempre su “Blow Up” (nell’omomina rubrica e non) e per il resto provenienti da “Bassa Fedeltà”, “Il Mucchio” ed “Extra”. Per una questione di sovrapposizioni ne restavano fuori, come spiegavo nell’Introduzione, due articoli – uno su Sam Cooke, l’altro su Ray Charles – che promettevo che un giorno o l’altro (VMO molto a venire) avrei messo on line. Sono uno che cerca di mantenere sempre ciò che promette. Magari a volte ci metto un po’ di tempo.

Sam Cooke

Noi crediamo nella resurrezione dei morti – non resurrezione fisica – ma resurrezione mentale. Noi crediamo che molti, fra i cosiddetti Negri, abbiano bisogno di resurrezione mentale; per cui loro saranno i primi a risorgere. Inoltre crediamo di essere il popolo eletto da Dio, infatti è scritto che Dio sceglierà gli infimi e i reietti. Oggi in America non riusciamo a trovare nessuno che si adatti a questa descrizione più dei cosiddetti Negri. Noi crediamo nella resurrezione dei giusti.” (Elijah Muhammad)

È la notte dell’11 dicembre 1964. Los Angeles, un motel in Figueroa Street da tre dollari. Un uomo e una donna di colore chiedono una stanza. Lei è giovane e bella. Anche lui è ancora giovane – si appresta a compiere trentaquattro anni – e certamente bello, bellissimo. È pure ricco – ha pagato quattordicimila dollari l’automobile che ha parcheggiato davanti all’Hacienda – e famoso. Deve la fama a un talento immenso: una voce dalla dizione perfetta, serica ma carica di swing, sensualissima, una penna che sa scrivere canzoni memorabili. Da lì a undici giorni pubblicherà un 45 giri con un brano in cui crede molto e che pochi hanno notato quando è uscito su un album. Niente affatto natalizio l’argomento, ma tant’è, il tempo dei buoni sentimenti sta finendo, se mai è cominciato. Sono stati lunghi, lunghi anni quelli della sua ascesa. Iniziata cantando inni sacri in chiesa, proseguita levando ancora lodi al Signore ma nei teatri, alla testa del più popolare dei gruppi gospel, giunta all’apogeo con una conversione alla rovescia, alla musica secolare, che interpreta con immutato trasporto e fede. E se le ragazzine si bagnavano gli slip quando cantava dinnanzi a un altare, i loro sogni non si saranno fatti più arditi – ce ne sono anche di bianche adesso – vedendolo su un palco, abito elegante, capello impeccabile, mentre si accosta con flemma a un microfono e modula fraseggi che sentono l’orgasmo incipiente? Senza mai volgarità, perché l’uomo ha stile innato e una gentilezza che gli viene naturale. Sa pure gestire bene i suoi affari, avrete intuito. Quante cose sa fare insomma, questo negro.

L’uomo e la donna entrano in camera. Si sono conosciuti qualche ora prima in un ristorante e chissà chi ha abbordato chi. Lui è un notorio playboy ma d’altro canto è pure quello celebre dei due, e cosa c’è di più eccitante della notorietà? Indubbiamente lei sa cosa sta andando a fare. Dice di essere una modella, ma si scoprirà  che esercita anche un’altra professione. Hanno un approccio. La temperatura sale. L’uomo va in bagno. Quando esce la donna non c’è più e non ci sono nemmeno più i suoi pantaloni. Indossa un soprabito, lascia la stanza, chiede all’impiegata notturna notizie della fuggiasca. Non ottiene risposta. Corre al parcheggio e mette in moto la Ferrari. Poi ci ripensa. Torna indietro, comprensibilmente alterato. Bussa alla porta dell’ufficio dell’impiegata. La spalanca. La signora gli spara. Lui cerca di disarmarla. Viene colpito ancora, con un bastone. Muore. Un altro afroamericano ucciso da mani afroamericane.

Nessuno fra quanti lo conoscevano ha mai creduto che l’uomo – Sam Cooke – abbia tentato di violentare la donna – Elisa Boyer – né di aggredire fisicamente Bertha Lee Franklin, ma questa sarà la versione ufficiale dei fatti. Le due donne andranno libere. Cooke nella tomba, accompagnato da oltre duecentomila persone, sulle note di Angels Keep Watching Over Me. Provvide a cantarla Ray Charles dopo che Bessie Griffin, che l’aveva attaccata, si era accasciata in lacrime incapace di andare avanti.

Ora, tutto ciò come punizione divina per essere passato dal gospel al soul sembra eccessivo. Ma d’altronde non si può nemmeno pensare a un complotto, vi pare?

Io vi chiedo soltanto: non vi domandate mai come potrà, come dovrà essere la mia rabbia collettiva quando sarà scatenata, come sicuramente sarà? La nostra vendetta sarà nera come è nero il colore della sofferenza, com’è nero Fidel, com’è nero Ho Chi-minh… Io sono un artista antifascista. La mia musica è funzionale. Io suono musica che parla della mia morte per mano vostra. Io esulto perché vivo vostro malgrado. Io vi do una parte della mia vita ogni volta che mi ascoltate, ciò che oggi non succede mai… Io non vi permetterò di fabbricarmi a vostro piacimento: quell’era è finita. E se la mia musica non sarà sufficiente, scriverò per voi una poesia, un dramma teatrale. E in ogni momento vi dirò: ‘Abbattete il ghetto. Lasciate libera la mia gente.” (Archie Shepp, da un articolo pubblicato su “Down Beat” il 16 dicembre 1965)

È il 21 febbraio 1965. New York. Nel suo cuore nero, Harlem, tre macchine convergono sull’Audubon Ballroom. La prima è carica di assassini. Sulla seconda ci sono una donna che da troppo vive nel terrore e le sue quattro figliolette. Al volante della terza c’è un uomo non ancora quarantenne, piacente, brillante, colto, famoso o famigerato a seconda dei punti di vista. Lo hanno detto razzista. Lo hanno accusato di incitare all’odio. Di essere troppo ambizioso. Di essere ipocrita per avere continuato a vivere in povertà quando i suoi correligionari si arricchivano approfittando della loro posizione. Facevano anche altro approfittando della loro posizione. Tipo mettere incinte tre ragazze a lui devote e poi cacciarle, come aveva fatto il molto onorevole Elijah Muhammad. Per anni ognuno degli infuocati discorsi dell’uomo che si sta recando all’Audubon Ballroom – perché “è giunta l’ora dei martiri” – è stato pronunciato nel nome di Elijah Muhammad. Non più. La diaspora. Le minacce. Tallonato dappresso da FBI e CIA, l’uomo deve guardarsi adesso pure dai suoi compagni di un tempo, i Musulmani Neri. Otto giorni prima la sua casa è bruciata e lui, la moglie e le figlie si sono a stento salvati. Tanta gente finge di non conoscerlo ora. Ma la sala in cui deve parlare è come sempre piena.

Si accosta al microfono. Prima ancora che apra bocca scoppia un tafferuglio. Cerca di mettere pace ma la pace non è con lui. Tre uomini corrono verso il palco. Uno gli esplode contro una fucilata in pieno petto. Gli altri infieriscono a colpi di pistola. Muore. Un altro afroamericano ucciso da mani afroamericane.

Malcolm X

Se ne va così – fra le braccia della sua donna; davanti agli occhi delle sue bambine – l’uomo che era stato conosciuto come Malcolm Little quando era un ragazzetto ridotto a una povertà abietta (povertà che condusse la madre alla follia) dall’omicidio del padre predicatore a opera del Ku Klux Klan, come Big Red quando viveva di espedienti malavitosi e come Malcolm X dacché, in carcere, si convertì all’Islam. L’ultimo cambio di nome precedette di pochi mesi le pallottole dei sicari. Da dopo un pellegrinaggio alla Mecca in seguito al quale aveva ripensato radicalmente la sua ideologia, si faceva chiamare El-Haji Malik El-Shabazz. E questo c’è scritto laddove infine riposa, al cimitero Ferncliff di Ardsley, stato di New York.

Sono nato vicino al fiume/in una piccola tenda/e come il fiume ho corso da allora/Sono stati lunghi, lunghi anni/ma so che le cose cambieranno/oh sì, cambieranno!/Vivere è stato troppo duro/ma ho paura di morire/perché non so cosa c’è lassù/oltre il cielo/Vado al cinema/ma so che dentro di me/qualcuno mi ripete ‘non perdere tempo’/Poi vado da mio fratello/e gli dico/fratello, aiutami, ti prego/ma lui finisce col darmi un pugno/e mi mette in ginocchio/Signore, quante volte ho pensato/’non posso più resistere a lungo’/ma ora penso di potere andare avanti/Sono stati lunghi, lunghi anni/ma so che le cose cambieranno.

Nell’omonimo e splendido film dedicato da Spike Lee a Malcolm X nel 1993, la corsa delle tre auto verso l’appuntamento con il destino è accompagnata dalle note di quel singolo di Sam Cooke uscito undici giorni dopo la sua morte: A Change Is Gonna Come. Un classico della soul music e parecchio di più. Come è nella tradizione migliore del blues, le parole significano molto più di quanto non dicano se le si legge soltanto. Bisogna pensare alla cornice morale, sociale, culturale dell’epoca in cui furono scritte per comprenderne almeno in parte la pregnanza. Sam Cooke, stufo della parte di raffinato intrattenitore che gli era stata cucita addosso dall’industria discografica, aveva tratto ispirazione per scrivere una canzone che vedeva come una svolta nella sua vicenda artistica dall’ascolto di Blowin’ In The Wind di Bob Dylan e da alcuni colloqui con l’amico Cassius Clay (non ancora Mohammed Ali) e proprio con Malcolm X.  Tre neri intelligenti, arrabbiati e sexy. Un po’ troppo perché l’America bianca che si stava affacciando sul baratro del Vietnam, mentre le retrovie bruciavano, potesse tollerarli.

E per capirle appieno, quelle parole, bisogna ascoltare come si levano nell’aria  propulse da un corno francese, da una sezione d’archi e un gioco di timpani, e quanto è stanca la voce che le pronuncia, che si muove lenta come le acque fangose di quel fiume vicino al quale è nata, trascina il secondo “long” come se non ce la facesse più ma poi – scarto sublime – enfatizza con un melisma il “know” di “I know that a change is gonna come”. A sottolineare la speranza che sottende un quadro altrimenti drammatico. A Change Is Gonna Come parlò alla sua epoca come nessun’altra canzone, eccettuata forse giusto Blowin’ In The Wind, e come quella esprime un sentimento che sarà sempre compreso, ovunque uomini e donne di buona volontà si batteranno contro l’ingiustizia. Per questo è eterna e per questo sarà sempre ricordato colui che l’ha firmata.

Innumerevoli saranno gli omaggi. Solo un caso che tanto Otis Redding che Aretha Franklin la inclusero nei loro due capolavori, rispettivamente “Otis Blue” e “I Never Loved A Man The Way I Love You”? Un’altra versione straordinaria: quella dei Neville Brothers del gigantesco “Yellow Moon”. E siccome abbiamo tutti quanti letto e amato il Nick Hornby di Alta fedeltà, vi devo la quinta lettura più bella di A Change Is Gonna Come: Billy Bragg. Ebbene sì: il socialista con la chitarra. Un vero soulman, se rammentate Levi Stubbs’ Tears. Fa impressione ascoltarlo oggi, su un ormai raro EP pubblicato per raccogliere fondi per i minatori britannici in sciopero, presentarla al pubblico della Repubblica  Democratica Tedesca, nel 1986, facendo un parallelo fra la situazione del Sudafrica di allora e quella degli Stati Uniti negli anni ’60. Ho idea che gli astanti la intesero pure in un altro modo.

Tantissimi gli omaggi anche a Malcolm X, in parole, musica, opere. Mi piace qui citarne uno dei primi: Malcolm, Malcolm, Semper Malcolm, del grande jazzista Archie Shepp, inciso quando l’acre odore della cordite ristagnava ancora. Asalaikum, fratelli e sorelle.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.30, novembre 2000.

3 commenti

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3 risposte a “Scritti nell’Anima – Le outtakes (1): Sam (Cooke) e Malcolm (X)

  1. Stefano Piredda

    Me lo ricordavo benissimo, ‘sta meraviglia di pezzo.

  2. roberto

    L’ho stampato e inserito in Scritti. Grazie infinite.

  3. Uno degli articoli storico/musicali più belli che abbia mai letto. Storia purtroppo non così nota come si potrebbe pensare…

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