Archivi del mese: luglio 2013

Joseph Arthur – The Ballad Of Boogie Christ (Lonely Astronaut)

Joseph Arthur - The Ballad Of Boogie Christ

Ho un rapporto un po’ complicato con Joseph Arthur, ma non è colpa mia: è in primis questo cantautore di Akron, Ohio (la città dei Devo: una delle poche influenze non rintracciabili nella sua opera), ad avere un rapporto complicato con sé stesso, non avendo evidentemente ancora deciso che tipo di artista diventare da grande. E dire che il debutto discografico risale a ormai sedici anni or sono e da lungi si è inoltrato negli “anta”. Partiva male la nostra storia. Vedeva la luce a inizio 1997 un album chiamato “Big City Secrets” e c’era di che farsene incuriosire: era il primo disco rock a uscire su Real World, etichetta di proprietà di Peter Gabriel, usualmente in tutt’altre ed etniche faccende affaccendata, ma ascoltandolo sul serio non si riusciva a capire cosa avesse scorto l’ex-Genesis in quella dozzina di canzoni sfocate, ben più interessanti nelle intenzioni – “country psichedelico”, lo definiva “Mojo”, quando per l’autore trattavasi di “folk-rock sperimentale” – che negli esiti. Mi convinceva assai di più tre anni dopo “Come To Where I’m From”, per quanto trovassi inquietante un album incerto se ispirarsi ai Beastie Boys o a Elvis Costello, oppure agli U2, e mi piaceva proprio nel 2002 “Redemption’s Son”, che pure in fatto di schizofrenia era persino più esagerato: capace di mettere insieme in qualche misterioso modo Nirvana e Left Banke, Springsteen e Jane’s Addiction. Da allora la frequentazione si è fatta occasionale. Qualcosa ho ascoltato senza gradirlo molto (“Temporary People”, “The Graduation Ceremony”), altro non l’ho proprio ascoltato. E dunque ho messo su “The Ballad Of Boogie Christ” (che è comunque un titolo fantastico) senza sapere cosa attendermi. Al limite con qualche pregiudizio dato dall’avere letto che trattasi di concept, ideato oltretutto originariamente in forma di raccolta di versi, e non dico di avere con i concept il rapporto che aveva Goebbels con la cultura ma siamo lì. Naturalmente sono stato infilato in contropiede. E stavolta Giuseppe Arturo è andato a rete.

La sua prova migliore di sempre? Perlomeno fra quelle che ho sentito (oltre che di una decina di album il nostro uomo è titolare di un congruo numero di EP e ha scritto parecchio per cinema e TV), certamente sì. Questione ovviamente e in prima istanza di qualità della scrittura, uniformente alta come non mai. Ma a elevare oltre la media della produzione tanto dell’artefice che dell’odierno cantautorato rock “La ballata di Cristo Boogie” è la naturalezza con cui tutto si tiene in quello che è sostanzialmente un bel zibaldone di Americana. Dove davvero la varietà non manca, tant’è – per dire – che si passa dal blues con vista sul gospel di Currency Of Love al folk-rock con uno scorcio di raga di Saint Of Impossible Causes e da quello a una traccia omonima un po’ valzer e un po’ rock’n’roll. E non sono che i primi tre brani! Più avanti ho apprezzato particolarmente la dolente I Miss The Zoo (una versione diversa rispetto a quella inclusa nel 2012 in “Redemption City”), una stoniana It’s OK To Be Young/Gone, gli scatenati errebì Black Flowers e Famous Friends Along The Coast. Solo in dirittura d’arrivo, con la ballatona All The Old Heroes, tentata dal retorico e tirata troppo per le lunghe dopo un bell’attacco quasi cameristico, il disco sbanda e rischia di finire fuori strada. Pare tuttavia peccato veniale, in quanto isolato, per uno che del prendere male le curve aveva a oggi fatto un connotato precipuo.

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(What’s So Funny ’Bout) Peace, Nick Lowe And Understanding

Nick Lowe

Si potrebbe partire dalla fine o quasi, dall’ultima canzone eseguita con il gruppo (prima di chiudere con i bis così come aveva iniziato: da solo) nel concerto immortalato nel DVD che accompagna i due CD in un’edizione limitata di “Quiet Please…”: da una (What’s So Funny ’Bout) Peace, Love And Understanding che una volta (soprattutto nella lettura datane nel 1979 da Elvis Costello) suonava come una pungente presa in giro dell’hippismo e oggi… be’, oggi emoziona. Oppure si potrebbe cominciare da un principio che era in realtà un congedo, dalla versione originale, che apre “Quiet Please…”, della canzone di cui sopra, che i Brinsley Schwarz eseguivano nel 1974 in quello che era il loro sesto LP, “The Favourites Of”, e sarebbe rimasto l’ultimo. O, ancora, si potrebbe attaccare dando i numeri, magari sei così ve li potete giocare. 60: gli anni che ha compiuto Nick Lowe lo scorso 25 marzo. 44: gli anni trascorsi da quando firmò (o, più probabilmente, da quando suo padre firmò a suo nome) il primo contratto discografico. 33: gli anni coperti dalla doppia raccolta venuta buona come scusa per dedicare infine una paginetta a un artista tanto straordinario quanto sottovalutato. 49: i brani che sfilano nella suddetta antologia. 20: gli album da cui sono tratti. 12: il piazzamento più alto nelle classifiche britanniche di un singolo del nostro uomo, Cruel To Be Kind. Era il 1979 e per una bizzarrissima coincidenza il 45 giri in questione era un numero 12 pure negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. Si può cominciare da qui, da lì o da là, ma è sempre alla stessa conclusione che si arriva al termine delle due ore e mezza di una delle più belle collezioni di sempre e di chiunque: Lowe (che fra l’altro sarà a fine giugno in Italia a dar man forte a un vecchio amico, tal Ry Cooder) è un genio del pop-rock e sarebbe tempo che questa genialità – assoluta per quanto riguarda i testi, quella dell’artigiano più sopraffino per quanto attiene alle musiche – venisse riconosciuta e celebrata universalmente. Se è vero come è vero – Clapton docet – che a determinare la riuscita di un assolo di chitarra non è quanto ci metti dentro ma quanto ne tieni fuori, similmente si potrebbe dire che a dimostrare incontrovertibilmente la grandezza di questo artista è, oltre al tanto che figura in “Quiet Please…”, il tantissimo che è rimasto escluso.

Ci sarebbe voluto un box, diciamo quadruplo o se no quintuplo facendo salvo un DVD comunque prezioso. Forse i Kippington Lodge non ci sarebbero entrati lo stesso e nessuno avrebbe avuto di che ridire: poco più che un peccato di gioventù costoro, bittarello ingenuo e sui generis pressoché fuori tempo massimo, anche se per riuscire a farsi ingaggiare – e nemmeno maggiorenni! – dalla stessa etichetta dei Beatles e cioè Parlophone qualche qualità – rimasta nascosta – dovevano pure averla. In compenso e sacrosantemente i Brinsley Schwarz avrebbero potuto avere rappresentanza più adeguata di una raminga canzone favolosa e furbetta (il lettore scafato impiegherà mezzo secondo a individuare il brano degli Who che, in involontaria collaborazione con Judee Sill, per così dire la ispirò). A essere selettivissimi, se ne sarebbero forse potuti ignorare i primi passi, un omonimo esordio a 33 giri e l’appena più ispirato “Despite It All”, appiattiti su un country-rock  simile in maniera e misura sospette ai campioni di vendite AD 1970 Crosby, Stills, Nash e Young. Non i magnifici e crucialissimi “Nervous On The Road”, “Silver Pistol”, “Please Don’t Ever Change”, pionieristici apripista per quel pub-rock che farà da apripista al punk, che farà da apripista alla new wave. Fieramente controcorrente lungo l’intera prima metà degli anni ’70, epoca a) di glam, b) di progressive e c) di lagne cantautorali, Nick Lowe si trovava inopinatamente, in perfetta coincidenza con l’inizio della sua carriera solistica, a essere in prima linea sul fronte del cambiamento. Era lui nel 1976 a inaugurare con il 7” So It Goes/Heart Of The City il catalogo di quella Stiff per la quale subito dopo cominciava a lavorare anche come produttore ed ecco, in un cofanetto ideale del Nostro non dovrebbe mancare un disco dedicato alle sue produzioni. Per non citarne che alcune: quello che è considerato il primo singolo del punk inglese, vale a dire New Rose, e il susseguente debutto a 33 giri dei Damned; l’esordio di Graham Parker “Howlin’ Wind”; i primi tre storici ed eccezionali LP di Elvis Costello; Stop Your Sobbing, biglietto da visita per i Pretenders. Il perfetto cofanetto del Nostro dovrebbe poi tenere conto che se formalmente il gruppo messo insieme nel ’77 con l’eterno amico/rivale Dave Edmunds non pubblicava, per una serie di complicate ragioni contrattuali, che un album, in realtà il sodalizio ne fruttava diversi di più: tutti i lavori usciti fra il ’77 e l’81 a nome Nick Lowe oppure Dave Edmunds sono nei fatti dischi dei Rockpile.

Senza mettersi a fare ragioneria spicciola deplorando, giacché va sempre a gusti, l’assenza di questa o quella canzone quando poi le quarantanove presenti sono tutte (tutte) imperdibili, l’ultima precisazione da fare su “Quiet Life…” è che, carrellata su una vicenda artistica di rare longevità e consistenza, è scelta scientemente, programmaticamente orientata e parziale. Lungi dall’ignorare le cose più rock’n’roll, privilegia le ballate, qualcuna delle quali si sarebbe potuta ascoltare (qualcuna la si ascoltò) da un Johnny Cash (a proposito: per qualche tempo suocero del Nostro e dopo restarono amici), qualcun’altra da un Frank Sinatra.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

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The Name Of This Band Was Talking Heads (1975-1988)

Il 21 luglio 1978 i Talking Heads pubblicavano “More Songs About Buildings And Food”. Quasi un secondo esordio più che un secondo album e per certo il capolavoro, primo atto di una trilogia epocale, con il quale cominciavano a diventare ciò che restano nel ricordo e negli annali: una delle rock band più geniali, innovative e influenti di sempre.

Talking Heads 1

Intervistato da “Mojo” nel 1999, in occasione della ristampa espansa che infine (scusate il gioco di parole) dava un senso a “Stop Making Sense”, riguardo alla possibilità che i Talking Heads potessero rimettersi assieme, David Byrne rispondeva inorridito per celia: “Oh no! Sarebbe come tornare a vivere con tua madre”. Poco è cambiato da allora o forse tutto. Seppure per pochi minuti, le quattro Teste Parlanti si sono riunite su un palco nel marzo 2002. È successo alla cerimonia che le ha introdotte nella “Rock & Roll Hall Of Fame” ed erano diciannove anni che ragazzi (insomma) e ragazza non si trovavano a suonare in pubblico e quattordici dacché per l’ultima volta avevano diviso uno studio di registrazione. Chissà se le asce ancora incrostate dal sangue sparso nel tempo in rancorose interviste – tutti contro Byrne, Byrne contro tutti – sono state seppellite. Mi piace pensarlo. Ma no, una rimpatriata risparmiatecela: come i Clash, sebbene molto diversamente da essi, i Talking Heads furono un irripetibile prodotto della loro epoca e rivederli in azione indurrebbe tristezza e un effetto jukebox di cui tutti noi si può felicissimamente fare a meno, sia che si sia assistito in diretta alla loro epopea, sia che li si scopra adesso. Parole queste ultime che mi suonano strane, inaudite, nel momento stesso in cui le scrivo: che a una delle band più innovative della storia del rock – a tal punto innovativa che fu fra le prime ad andare oltre il rock – sia toccato in sorte di essere per un lustro o due rimossa è plateale ingiustizia di cui stento a farmi una ragione. Però ultimamente si sta rimediando, tant’è che è stata l’attualità a offrire un pretesto a questo omaggio. Fra una settimana nel momento in cui scrivo, da una settimana nel momento in cui potrete leggermi, sarà nei negozi un box quadruplo con protagonisti i nostri eroi. In realtà i CD sono tre, essendo il quarto dischetto un DVD, e cinquantacinque i brani in scaletta. Riassunto generoso ma… bastante? No. Punto il programma e con sconcerto mi avvedo, ad esempio, che uno dei tre titoli non recuperati dal capolavoro “Remain In Light” è The Great Curve e come è possibile? E questo mentre dai cataloghi continua a mancare un’edizione digitale di quello che è uno dei più memorabili doppi live di sempre. Bizzarrie di una discografia impazzita che munge a capocchia i capezzoli delle sue vacche sacre. A chi si indirizza “More Than Meets The Eye”? Non al neofita, che difficilmente propenderà come approccio a un acquisto così impegnativo. Magari più ai completisti, ai quali però offre pochissimo che non si conoscesse. Indubbiamente: meraviglioso. Indubbiamente: un regalo di Natale che vi farà fare un figurone. Ma all’under 30 che non ha avuto la fortuna di conoscere il gruppo newyorkese per tramite di un fratello maggiore consiglio piuttosto di inoltrarsi pian piano in una produzione non straripante – otto album in studio e due dal vivo – e procurarsene i capisaldi, quattro almeno e reperibili a un prezzo complessivo inferiore a quello del cofanetto.

Splendido esemplare di umanista che nel dopo Talking Heads vanta, oltre a dischi in proprio di apprezzabile fattura e ammirevole propensione al rischio, un’attività propagandistica di evangelico fervore delle musiche terzo e quartomondiste (sua la Luaka Bop), David Byrne ha natali scozzesi e oggi cinquantun’anni. Ne aveva due quando la famiglia si trasferì a Baltimora e una quindicina quando per la prima volta imbracciò una chitarra e subito formò un complessino liceale per mettere a frutto i pochi accordi imparati. Si chiamavano Revelation e quanto è dato sapere di loro è che, come da manuale del garagista, avevano un repertorio di classici (allora freschissimi) della prima canzonetta rock: Beatles, Rolling Stones, Kinks. Appena qualcosa di più conosciamo del gruppo successivo, gli Artistics, fondato nel 1973 alla Rhode Island School Of Design. Scalette simili con però già qualche brano autografo non pervenutoci. Quel che più conta: dietro la batteria siede un altro allievo di quella prestigiosa scuola d’arte, tal Christopher Frantz, che ha un anno più di Byrne e con lui divide passioni letterarie, teatrali, cinematografiche. Quando il 1974 sta per fare ciao ciao, i due rompono le righe e si stabiliscono a New York. I tre, anzi. A sua volta più anziana di un anno di Chris, la sua ragazza, Tina Weymouth, li raggiunge e “ehi, David”, fa quello, “se tu le insegnassi qualche accordo al basso si potrebbe di nuovo suonare assieme”. Detto. Fatto. Assunta la fantastica ragione sociale che li renderà celebri, i Talking Heads esordiscono come trio nel giugno 1975, al CBGB’s e di spalla ai Ramones. Arduo immaginare due formazioni tanto distanti, intellettuali un po’ fighetti gli uni, teppistelli gli altri, ma si intendono e lo sparuto pubblico intende, principalmente grazie a loro e ai Television, che c’è ancora vita nella Grande Mela Marcia dopo i Velvet e quei tossici puttani dei New York Dolls. Lo chiameranno punk e sarà sorta di resurrezione per un rock che per un attimo tornava a essere sul serio eccitante, pericoloso addirittura, se credete alle favole oppure no.

Talking Heads 2

Di punk in senso stretto ce n’è in verità poco, pochissimo, praticamente nulla in “77”, che esce indovinate quando e dopo che il trio è divenuto quartetto, con l’arrivo del navigato Jerry Harrison in funzione di tastierista e secondo chitarrista, e ha ceduto al reiterato corteggiamento del presidente della Sire, Seymour Stein. Giusto quello spiritello iconoclasta che fa sì, per dire, che sia un clamoroso incipit di mandolino a presentare il vaudeville di richmaniana semplicità di Don’t Worry About The Government. Ecco: se ha antecedenti “77”, che è opera distante tanto dai Talking Heads che verranno che dalla scena che li crebbe, è giusto nei primi Modern Lovers, elettrici e innocenti, di Jonathan Richman. Da lì arrivava del resto Harrison ed echi se ne odono (benché Byrne firmi tutto e quasi tutto da solo) nella svagata cantilena con retrogusto latino di Uh-Oh, Love Comes To Town, nella marzialità da giardino di infanzia di Tentative Decisions, in una Happy Day con afflato da carola e un delizioso filo d’organo. Ci sono presagi di funk – in New Feeling, in Who Is It?, nella poppissima The Book I Read – ma patiscono la piatta produzione di Tony Bongiovi. Comunque sia: è alla resa dei conti un disco da una canzone, o due se si arruola il travolgente rotolare di Pulled Up: Psycho Killer naturalmente, saltellare singultante fra ironia e nevrosi iscritto di diritto fra i classici della new wave dal primo “fa fa fa fa”. Sarebbe bastato a rendere le Teste Parlanti degli interessanti minori. Maggiori li farà l’incontro con Brian Eno, che li vede a Londra in apertura dei soliti Ramones e si entusiasma. Non capirete mai perché ascoltando “77”, ma se vi procurate il doppio live (solo su vinile, figlioli) “The Name Of This Band Is Talking Heads” e mettete su la prima facciata invece sì. Non un innamoramento progressivo ma un colpo di fulmine quello fra lui e Byrne – stessa introversione con tendenza all’esibizionismo, stesso retroterra culturale, stesso interesse in germinare per le musiche etniche – e i tre LP nei quali Eno sarà la quinta Testa sono – fondamentali per l’evoluzione del rock quanto l’altra trilogia eniana, quella congegnata a Berlino con Bowie – i primi da avere dei Nostri. E fra essi il primo da mettersi in casa è l’ultimo, “Remain In Light”. Ma se seguite l’ordine cronologico è da “More Songs About Buildings And Food”, 1978, che si comincia. Che sia un altro mondo rispetto a “77” si capisce immediatamente, dallo sferzante, militaresco tambureggiare di Thank You For Sending Me An Angel.

Avanza al proscenio il funk e non fa prigionieri, voce stentorea e chitarre circolari in With Our Love, handclapping che bacia il cielo come le sei corde di Hendrix in The Good Thing, incastro di batteria come un segnale di apocalisse in Warning Sign, trillare vorticoso in The Girls Want To Be With The Girls, tensione che se possibile sale ulteriormente in Found A Job e un coro che si stacca e contunde con demenziale semplicità. Il primo lato è finito e ancora non ci si è resi conto di cosa ci abbia colpiti. Il secondo rossiniano crescendo che porta all’apice della lettura acida e slabbrata di Take Me To The River di Al Green, invocazione gospel da giorno prima del Giudizio e unica cover mai registrata dal gruppo. Prima sua canzone a sfiorare i Top 20 mentre l’album, che si congeda con la quiete di chitarre caraibiche dopo la tempesta di The Big Country (ma occhio al vetriolico testo), si arresta poco più sotto. L’anno dopo “Fear Of Music” prende quel funk e lo fa per la prima volta autenticamente negro e se possibile ancora più minaccioso, cerebrale e fisico nel contempo come mai è riuscito ad altri. È vita in tempi di guerra, come ammonisce la quinta traccia. Non fosse per la prima, I Zimbra, che suona come avrebbe suonato Fela Kuti se avesse studiato Terry Riley e il suo chitarrista fosse stato Robert Fripp, già il disco sarebbe indispensabile. Ma parliamo allora della tonda ossessività di Paper, della trattenuta isteria di Cities, della paranoica dolcezza di Heaven, degli slarghi dub di Drugs. Possibile che tutto ciò sia superabile? Possibile. L’anno dopo esce “Remain In Light” ed è per i Talking Heads ciò che furono “London Calling” e “Sandinista!” sommati per Strummer e sodali, ma con una concisione là mancante. “Etnofunkpsichedelismo” lo chiamerà Byrne ed è esattamente questo, poliritmico e polifonico superamento del rock cui concorrono ritmi africani di impossibile danzabilità, melodie asiatiche di impossibile suggestione, ritornelli pop di impossibile orecchiabilità. Ipotizzate un rave come fine del mondo ed ecco.

Mai stato a un rave, io. Però diecimila persone tutte insieme una volta le ho viste ballare, nessuna ma proprio nessuna ferma, gente a dimenarsi persino in piedi sul mixer in un palasport stipato oltre il buon senso e in cui tale era il calore che si levava dai corpi degli astanti che alzando lo sguardo potevi scorgere principi di condensa. Nessuna band mai ha superato (nessuna band ha mai lontanamente avvicinato) l’impatto live (testimonianze discografiche nel citato “The Name” e in “Stop Making Sense”; anche un bellissimo film di Jonathan Demme) dei Talking Heads che portarono in tour “Remain In Light” trasformandosi in astronave clintoniana, con a bordo uno stuolo di ospiti fra i quali Adrian Belew, Busta Jones, Nona Hendryx e un funkadelico originale quale Bernie Worrell.

Dice qualcuno che a sciogliersi subito dopo, oltretutto a divorzio da Eno consumato e con principi di faide interne, sarebbero stati perfetti. Però loro si sarebbero persi gli anni del successo diffuso e noi qualche altro bel disco. Meglio “Speaking In Tongues” (1983), molto meglio di quanto non mi parve quando vide la luce, anche se era pur vero che trattavasi del primo album in cui si guardava indietro anziché avanti. Splendido “Little Creatures” (1985), indimenticabile per il country ilare di Creatures Of Love e la processione spiritual di Road To Nowhere. È il “Combat Rock” dei Nostri, ove il successivo “True Stories” (1986) rischiò di essere il loro “Cut The Crap” ma per fortuna no (sta lì quella Radio Head che ha dato il nome a chi sapete). Con il 1988 e “Naked”, languido, exotico e triste, i Talking Heads chiudevano la loro storia e nella Storia entravano.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.555, 18 novembre 2003.

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Velvet Gallery (35)

Nel 1991 per me i Primus erano una religione.

Primus

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Presi per il culto (36): John Foxx – The Garden (Metal Beat/Virgin, 1981)

John Foxx - The Garden

Credo che di nessun album mi siano passate per le mani più copie che di questo. Fatto è che lo acquistai quando non era uscito da molto, forse sette o otto mesi, perché innamorato del singolo e all’edizione non feci caso. Stampa italiana. Ben suonante, niente da dire. Solo che da lì a qualche mese ancora a casa di un amico mi trovavo davanti l’inglese e dire che ci restavo insieme a bocca aperta e malissimo è poco. Era così che scoprivo che nel Bel Paese avevano pensato bene di risparmiare sull’inserto: uno stupendo libretto fotografico – esplicativo il titolo: Church – formato 29,8 per 29,8 di sedici pagine. Un dolore quasi fisico constatarne l’assenza nel mio “The Garden”. Per anni in ogni negozio di dischi nel quale sono entrato per prima cosa ho verificato se ne avessero uno comme il faut. Non mi era necessario girare la copertina per capirlo, mi bastava soppesarlo. “The Garden” era ovunque, ma immancabilmente italiano. E poi un bel giorno dell’inverno ’86-’87 da un rivenditore d’usato milanese alla quinta o sesta copia (mi capita di sognarmelo quel posto: giuro) che tiravo su di seguito un tuffo al cuore: la ricerca era finita. Lo so che nel 2008 di quello che fu il secondo capitolo della vita post-Ultravox di Dennis Leigh, in arte John Foxx, è uscita una “Deluxe Edition” e non vi dico di non comprarvela, no. Ma prima o dopo di “The Garden” dovrete comunque portarvene a casa uno come quello che ho io. In vinile. Con il libro. No, è importante. Di questa mirabilissima opera d’arte la grafica è parte integrante e decisiva. Senza, non è la stessa. Senza, pur restando rimarchevole la suggestione che ne promana si dimezza.

Di solito, quando ad andarsene è il leader, un gruppo che a sommare i talenti di tutti i restanti e del subentrante non si pareggia quello del dimissionario fa una misera fine. Non era il caso degli Ultravox, che orbi di John Foxx e con al suo posto Midge Ure passavano da culti a superstar, prendendo a collezionare dischi d’oro e platino quando in precedenza non uno dei loro 33 giri, non uno dei loro 45 si era affacciato nelle classifiche britanniche, né in quelle di qualunque altro paese. A me i secondi Ultravox – retorici piuttosto che romantici, barocchi in luogo che teutonici – non hanno mai detto nulla. Non baratterei nessuna nemmeno delle loro poche canzoni che non mi dispiacciono con alcunché di quanto contenuto nei tre LP realizzati con Foxx al comando – “Ultravox!”, “Ha! Ha! Ha” e “Systems Of Romance”, trilogia di capolavori con pochi pari nella new wave (forse giusto gli Wire) – e manco farei cambio con “Metamatic” e, va da sé, “The Garden”. E se posso capire perché loro ebbero successo non riuscirò viceversa mai a farmi una ragione della modestia, al confronto, delle fortune commerciali di un uomo che aveva tutto – persino l’aspetto – per essere un secondo David Bowie.

A “The Garden” piace vincere facile. Comincia con il singolo di cui sopra, Europe After The Rain, e lo sai subito che sarà letteralmente indimenticabile. Pur travolto dalla sua epicità dolcissima, da quel luccicare di piano in contrasto e simbiosi sublimi con la ritmica krauta, due cose ti sono immediatamente chiare: che non sarà possibile sostenere per un album intero un simile climax e che non è lo stesso mondo che abitava il precedente “Metamatic”. Grande disco anche quello ma davvero diversissimo, algida parata di sintetizzatori e batterie elettroniche che dal primo all’ultimo secondo rimandano direttamente ai Kraftwerk laddove nel successore le macchine non sembrano mai robotiche, umanissime anzi. Laddove nel successore riappaiono gli arnesi del rock e in particolare è spettacolare la chitarra di un altro ex-Ultravox, Robin Simon: ficcante e spezzata, a tratti urlante senza una nota di troppo. “The Garden” è techno-pop in versione colta, aristocratica, è new wave che getta ponti verso il glam ma negandolo, sono i Roxy Music non a Berlino “by the wall” ma sotto la pioggia in un pineto ognimmodo nordico. Per molto tempo ho pensato che l’inusitato Pater Noster gregoriano in battuta disco (il lavoro intero è segnato dal complesso rapporto dell’artefice con il cattolicesimo) in chiusura di primo lato ne sciupasse un po’ equilibri altrimenti perfetti. Oggi non più. Oggi mi pare pausa sapiente e raccordo ideale fra l’ossessività di Dancing Like A Gun e il cyber-funky-blues Night Suit. Postilla adeguata alla nevrosi sentimentale di When I Was A Man And You Were A Woman, ponte verso la lodgeriana Fusion/Fission, annunciazione di un’angelicata, pastorale traccia omonima di grazia ineffabile, irripetibile. E difatti John Foxx non si ripeterà.

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Mavis Staples – One True Vine (Anti)

Mavis Staples - One True Vine

“I like my man like I like my whiskey/aged and mellow”, cantava Esther Phillips quando era ancora Little Esther, e non se la prenderà Mavis Staples, che è donna di mondo oltre che di chiesa, se si estende un simile, profano paragone a una voce che sembra assurdo dire, gettando l’occhio a catalogo e storia pregressi, che più passano gli anni e più si fa invincibile, ma è proprio così. Favolosa questa seconda (terza? quarta?) giovinezza di una che ha appena festeggiato il settantaquattresimo compleanno e calpesta palcoscenici dacché ancora doveva spegnere l’undicesima di candelina. Principiava nel 2007 con l’approdo alla Anti e quel “We’ll Never Turn Back” sapientemente curato in regia da Ry Cooder e tutto incentrato sull’epopea della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti dei ’60 e, dopo un parimenti strepitoso “Live: Hope At The Hidehout” spedito nei negozi alla vigilia delle elezioni che per la prima volta portavano un uomo di colore alla Casa Bianca, trovava essenziale continuità nel 2010 con “You Are Not Alone”. Prodotto, quello, da Jeff Tweedy degli Wilco. Squadra che vince non si cambia.

Non c’è niente da fare: qualunque cosa canti la più giovane di casa Staples automaticamente si trasforma in gospel, anche e tanto più stupefacentemente quando in origine non lo era. Vale per Can You Get To That, che nella versione primigenia dei Funkadelic inclusa nel capitale “Maggot Brain” più che rimandare a cerimonie domenicali prefigurava, con un bel po’ di anticipo, tal Prince Rogers Nelson e che adesso ha il cielo come unico limite e obiettivo. Differenza fatta tutta da Mavis, siccome l’arrangiamento attuale non si discosta, se non per dettagli scarsamente significativi, da quello del ’71. Vale tanto di più per una scarna, felpata e di intensità rabbrividente Holy Ghost, che inaugura l’album e con l’immediatamente successiva Every Step – appesa a un arpeggio statico fintanto che ritmica e coro non la fanno decollare verso empirei gioiosamente indicibili – ne stabilisce il tono. Arriva dai Low e, guarda che caso, da “The Invisible Way”, recente ed eccelso lavoro del trio di Duluth diretto da Tweedy. Che è l’autore di Every Step – e più avanti di una dolcisssima Jesus Wept; e infine del blues che strascicando i piedi si porge da congedo di One True Vine – e non si sa se preoccuparsi del prossimo Wilco, temendo che stia dando via le canzoni migliori, o viceversa sognare – preso atto di un simile stato di… grazia – il capolavoro che cancellerà i capolavori precedenti. Relativo a quel punto lo stupore nello scorgere la firma di Nick Lowe sotto una giocosa Far Celestial Shore, rassicurante (fin quando un’ustionante chitarra solista non apre il primo e unico scorcio e squarcio di rock) vedere quella dello scomparso da lungi patriarca di casa Staples, Roebuck detto “Pops”, sotto l’altrimenti suadente I Like The Things About Me. Sow Good Seeds, invita esplosiva la settima traccia di dieci. Woke Up This Morning (With My Mind On Jesus) racconta un’esultante nona e sì, capita pure a me di svegliarmi e rivolgere come prima cosa il pensiero a Nostro Signore, ma in maniera diversa da questo scricciolo con voce da leonessa. Ad ascoltarla, Mavis Staples, quasi ti viene voglia di emendarti, di pentirti, di crederci. D’altronde Bobbie Dylan non è uno che si innamora di persone banali.

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Potere alla parola (7): Music And Politics – Lo straordinario 1992 di Arrested Development e Disposable Heroes Of Hiphoprisy

Tanto per ricordare che gli Arrested Development restano una delle cose più belle che siano mai successe all’hip hop. Tanto per ricordare che i Disposable Heroes Of Hiphoprisy furono molto più che la palestra nella quale Michael Franti preparò l’avventura Spearhead.

Arrested Development 1

Atlanta, Georgia

Sembrerebbe a prima vista la realizzazione perfetta del Sogno Americano, Atlanta. È a detta di molti la municipalità meglio amministrata degli Stati Uniti ed è prospera di una prosperità che si è dimostrata a prova di recessione. Si direbbe senza fine il suo boom economico, che la fa fiera di sé, in superficie almeno, e l’ha resa ricca al punto di consentirle di chiedere (e ottenere) l’assegnazione dei Giochi Olimpici del 1996. È la città della Coca Cola e alzi la mano chi riesce a immaginare qualcosa di più intrinsecamente a stelle e strisce e ottimista della suddetta bevanda. È anche un esempio per il resto del paese in materia di integrazione razziale, un esempio, oltretutto, che viene offerto dal Sud: qui sono neri governatore, sindaco e capo della polizia. Da qui prese le mosse il movimento per i diritti civili e questa ne fu, negli anni ’60, la capitale. Qui ebbe i natali Martin Luther King. Ma, insegna la saggezza popolare, ogni medaglia ha il suo rovescio e se luccica non è detto che sia d’oro. Sì, Atlanta era la città del grande leader nero ma è pure il luogo dove egli è sepolto, e morì assassinato. E la sua tomba è circondata da un fossato che ha la funzione di impedire alla teppa razzista di lordarla con scritte ingiuriose. Anche ad Atlanta ci sono stati disordini dopo il noto verdetto che ha mandato assolti i poliziotti che avevano pestato Rodney King. Quanto ai politici neri…

Un uomo politico di colore spesso non può aiutare la sua gente quanto un bianco. Perché se si impegna troppo per quelli che hanno la pelle come lui viene automaticamente etichettato ‘radicale’ e non sarà più appoggiato dai bianchi, che avranno la tendenza a vederlo come un nemico. Mentre invece se è un politico bianco a battersi per i neri lo voteranno sia questi che i bianchi. E vivranno tutti felici e contenti. Tranne il sottoscritto, che è persuaso che il sistema sia sbagliato sin dalle fondamenta.

Questo il pensiero di Todd Thomas, meglio noto come Speech, autore di larga parte del repertorio, rapper e portavoce, leader insomma, della posse che per prima ha posto Atlanta sotto i riflettori della scena hip hop e che è forse la più chiacchierata fra quelle salite alla ribalta quest’anno. Hanno avuto la prestigiosa copertina di “Echoes”, gli Arrested Development, e articoli su “New Musical Express”, “Melody Maker”, “Vox” e tante altre testate ancora. Meritano in pieno, i Nostri, questa fresca fama: “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of…” (Chrysalis) è un LP splendido e freschissime sono l’immagine e l’attitudine che esprime.

Tanto per cominciare, di Arrested Development fanno parte sia donne che uomini e questo miscuglio di sessi è cosa che non si era mai vista nell’hip hop. Al massimo, finora, una donna poteva essere ospite di un gruppo maschile, o viceversa (pensiamo a Queen Latifah e ai suoi scambi di favori con De La Soul, Jungle Brothers e Naughty By Nature). Vi è poi fra loro, con mansioni di “consigliere spirituale”, tale Baba Oje, un signore di sessant’anni, altra cosa mai vista. È infine inedita la loro immagine: tanto la copertina dell’album che il video di Tennessee, il singolo che è stato scelto per fargli da apripista, li colgono in ambiente campagnolo, sparsi per un campo o radunati sulla veranda di una rustica casa colonica: dichiarazione esplicita di riconoscimento delle radici sudiste e rurali della loro musica del tutto nuova per il rap americano. Se c’è un aggancio con il passato (non soltanto per la musica ma pure a livello di look) è con un passato remoto, con Sly Stone e la sua Family, che tanto piacquero alla nazione di Woodstock.

Ma come si è sottolineato qualche paragrafo fa le apparenze spesso sono ingannevoli. Di hippie gli Arrested Development hanno gli abiti sgargianti, le collanine e poco d’altro. Se propagandano indubbiamente una visione positiva e sostanzialmente ottimistica della vita sono anche realisti come pochi degli hippie purtroppo furono. E se da molti punti di vista sono figli dei De La Soul di “3 Feet High And Rising” di sicuro non vengono da Marte come i tre di Amityville, che non avrebbero mai composto versi rabbrividenti come questi, tratti dal 45 giri: “Cammino per le strade che percorsero i miei avi/Mi arrampico sugli alberi ai quali furono impiccati/e chiedo loro di trasmettermi quanto da ciò hanno imparato”.

Il problema razziale è affrontato da Speech, Headliner, Aerle Taree, Montsho Eshe, Rasa Don e Baba Oje da una prospettiva diversa da quella di quei Public Enemy dei quali pure si dicono convinti ammiratori, più sfumata, in nessuna occasione bordeggiante il “tanto peggio tanto meglio”. Convinti, come i visi pallidi Disposable Heroes Of Hiphoprisy, che ogni rivoluzione parta dal cuore e dalla vita di tutti i giorni di chi vuole metterla in essere, gli Arrested Development non risparmiano attacchi a quello che secondo loro non va nella mentalità dell’uomo di colore medio statunitense. Eccoli dunque, in Mama’s Always On Stage, prendere di mira quanti si atteggiano a rivoluzionari e poi non portano rispetto alle donne; in People Everyday attaccare i gangster di colore, le cui prime vittime sono proprio i loro compagni di razza; in Fishin’ 4 Religion mettere in discussione la Chiesa Battista, che all’oppressione che subiscono i neri non sa offrire come rimedio che un’ipotetica ricompensa ultraterrena per le sofferenze patite. Non criticano solo, ad ogni buon conto, sono propositivi e la loro filosofia di vita può essere riassunta esemplarmente da quei versi di Give A Man A Fish che recitano “Dai un pesce a un uomo e avrà da mangiare per un giorno/Insegnagli a pescare e avrà da mangiare sempre”.

Ma la musica, direte voi, com’è? Formidabile, dal primo all’ultimo solco, dalla base superfunky dell’iniziale Man’s Final Frontier al soul indolente ai limiti del torpido della conclusiva Washed Away. In mezzo ogni delizia: l’armonica blues che fa lo slalom fra il basso funky e il rapping alla De La Soul di Mama’s Always On Stage, l’omaggio a Sly Stone di People Everyday e quello a George Clinton di Children Play With Earth, le orecchiabilissime Mr. Wendall e Tennessee e Natural, che sa tanto di Earth, Wind & Fire (e difatti gioca su un campionamento di Sunshine), per non dire che delle più prelibate. Chi mai potrà arrestare gli Arrested Development?

Disposable Heroes Of Hiphoprisy

San Francisco, California

A limitarsi alle vedute da cartolina, parrebbe una città ideale San Francisco: clima dolcissimo e tanta Europa – nell’urbanistica, nel suo essere a misura d’uomo, nelle istituzioni culturali – in quell’angolo d’America, la California, che è terra da sogno anche per chi sui sogni ha costruito una nazione. Guai a buttar l’occhio dietro la facciata, però, ché c’è di che star male. Contrasti razziali non devastanti come quelli che hanno fatto esplodere Los Angeles ma comunque aspri e l’AIDS dilagante come in nessun altro luogo. Lato buono della medaglia: una consapevolezza dei problemi e un impegno nel politico e nel sociale diffusi, senza pari negli USA. Impegno che sovente ha trovato riflessi in musica. Fra la fine dei ’70 e i primi anni ’80 furono i Dead Kennedys di Jello Biafra, provocatori fin dal nome, a esprimere con i loro testi taglienti e la loro musica abrasiva il disagio di giovani e intellettuali. Oggi sono, principalmente, Consolidated (li chiamano “i Public Enemy bianchi”) e Disposable Heroes Of Hiphoprisy a svolgere questo ruolo. Il legame fra le due scene, lontane sia temporalmente che musicalmente, è assai più stretto di quanto non si potrebbe pensare. I Disposable Heroes sono nati da una costola dei Beatnigs, che fecero uscire il loro unico LP per la Alternative Tentacles, etichetta di proprietà di Biafra, e hanno in repertorio una rilettura hip hop di California Über Alles, classico per antonomasia dei Kennedy Morti e del punk della West Coast tutto. Ma andiamo per ordine…

Come già detto, in principio c’erano i Beatnigs, un quintetto che si muoveva con grande abilità/agilità fra sperimentazioni soniche ai limiti dell’industriale, punk e rap. Prima di sciogliersi, per contrasti sulla direzione musicale da seguire, fecero in tempo a dare alle stampe (era il 1988) un omonimo album, un pelino acerbo ma parecchio intrigante e con almeno un brano da antologia: Television, dura requisitoria contro lo strapotere della TV che la reincarnazione attuale della band ha ripreso in una versione aggiornata nel testo e non troppo dissimile nella musica. Dissolvenza.

Il Natale del ’90 si sta approssimando quando, grazie alla bitannica Workers Playtime, giunge nei negozi un mini (tre pezzi, di cui due offerti anche in versione strumentale) attribuito a tali, sconosciuti Disposable Heroes Of Hiphoprisy. Chi si nasconda dietro l’inedita ragione sociale è svelato dai “credits” sul retro di copertina: trattasi di Michael Franti, già deus ex machina dei Beatnigs, e del suo vecchio compagno d’avventure Rono Tsé. È un grande esordio Famous And Dandy Just Like Amos & Andy. In questi termini ne scrivemmo su altre colonne: “…porta avanti con ancora maggiore vigore e intelligenza il discorso di contaminazione rock/hip hop/rumore dei Beatnigs. Percussioni industriali, un basso funky spesso ultradistorto, campionamenti azzeccatissimi (quel riff fiatistico nella title-track! il coro chiesastico e le voci arabeggianti in Satanic Reverses!) e testi molto politicizzati sono gli ingredienti della ricetta di Michael Franti e soci. Che in Famous And Dandy sembrano degli ipotetici Public Enemy affidati alle cure di Adrian Sherwood, in Satanic Reverses gli Eric B. & Rakim dell’indimenticabile Paid In Full e in Financial Leprosy si avvicinano all’hip hop terrorista dei Decadent Dub Team. Mantenendo sempre una loro fortissima personalità”. Nuova dissovenza.

Giugno 1992: vede finalmente la luce (a pubblicarlo è la 4th & B’Way, braccio rap della Island) il debutto sulla lunga distanza dei Nostri. Che non solo non delude le attese, rese spasmodiche dall’uscita su singolo nei mesi immediatamente precedenti dell’edizione riveduta e corretta di Television e del nuovo capolavoro Language Of Violence (una storia agghiacciante di quotidiana, ordinaria violenza su uno sfondo hard-boiled alla MC 900 Ft Jesus), ma finisce per indicare nei Disposable Heroes uno dei nomi cardine dell’hip hop odierno. Per la musica, che è sempre più incisiva e variegata e alla tavolozza già nota (oltre ai brani usciti a 45 giri, sono stati ripresi tutti e tre i pezzi del mini) aggiunge colori ora smaglianti (il siparietto scat che precede il funky vertiginoso della title-track), ora delicati (la base latin jazz di Music And Politics). Per i testi, che ne fanno l’album di rap “politico” più incisivo di sempre. Ove la politica non è un’arida faccenda di slogan ma una riflessione dolente sui problemi del mondo (il razzismo, il consumismo, la catastrofe ecologica, il nuovo ordine planetario) e sui travagli cui ci sottopone la vita tutti i giorni. Mai si erano udite in un disco rap rime simili: “Se mai la smettessi di pensare a musica e politica/ti direi che a volte è più facile desiderare/e cercare l’ammirazione di cento sconosciuti/che accettare l’amore e la lealtà/di chi ti è vicino./E ti direi che talvolta/preferisco guardarmi/con gli occhi di qualcun altro./Occhi che non siano annebbiati dalle lacrime generate dal sapere/quale bastardo io possa essere, come i tuoi./…/E ti confesserei che talvolta/ricorro al sesso per paura di comunicare/ed è una buona scappatoia./Ma so esprimere altre emozioni che non siano il riso, il pianto e ‘scopiamo’./…/Se mai la smettessi di pensare a musica e politica/ti direi che rivoluzionare la propria vita/è tanto difficile/ma è il primo passo di qualunque altra rivoluzione”. “Hypocrisy Is The Greatest Luxury” è già nella storia della musica di questa fine di secolo. Oltre che nei nostri cuori.

Pubblicato per la prima volta su “Dance Music Magazine”, settembre 1992.

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