Archivi del mese: agosto 2013

Potere alla parola (13): Leader di una nuova scuola – Busta Rhymes

Busta Rhymes

Non si può dire che a Taheim Smith abbiano mai fatto difetto disinvoltura e fiducia nei propri mezzi. Aveva appena quattordici anni quando, con due suoi compagni di liceo, si presentò fuori tempo massimo a un rap contest presieduto da una giuria formata da Chuck D dei Public Enemy, Hank Shocklee della Bomb Squad e Dr. Dre. Gli spettatori erano ormai andati via, i giudici non ancora. Furono bloccati dai tre adolescenti che si lanciarono in un’esibizione a cappella. La settimana dopo Taheim era invitato da Chuck D a discutere nel suo ufficio di cosa avrebbe voluto fare da grande. Da lì a non molto, ribattezzato Busta Rhymes dallo stesso Nemico Pubblico Numero Uno, con i suoi Leaders Of The New School, ora un quartetto, si ritrovava a calcare le assi del Pay Day di Manhattan, lasciandosi alle spalle poco dopo un migliaio di spettatori in delirio. La gavetta sarà singolarmente lunga, cinque anni prima di debuttare discograficamente, ma da lì in avanti la strada per il Nostro sarà in discesa.

Scrivo mentre Gimme Some More e Tear Da Roof Off fanno sfracelli sulle radio e su MTV e l’album da cui sono tratte, “Extinction Level Event”, staziona altissimo nelle classifiche: giusto premio per un disco che fa coesistere hardcore e musicalità con quel tocco di ruffianeria che è passaporto pressoché indispensabile per il successo. A volte il buco al centro della ciambella è una “O” degna di Giotto: accade nel duetto con Janet Jackson What It’s Gonna Be, vaselina soul su groove funky per arrivare senza intoppi dritti al centro del cuore. Altre è quasi un quadrato: This Means War!!, roboante duetto con Ozzy Osbourne, è al livello dei peggiori Body Count. Ma vale la pena di sopportarlo se è il prezzo da pagare per la electro poderosa di Tear Da Roof Off e Do The Bus A Bus, il rapping imperioso su tastiere circolari della title-track, gli sdilinquimenti sotto un diluvio d’archi di Gimme Some More e subito dopo la voce che reggaeggia su una base tanto massiccia da rasentare l’industriale di Iz They Wildin Wit Us & Gettin Rowdy With Us? Solo i campioni autentici sanno variare così tanto – e bene – gli schemi di gioco, spesso sorprendendo ma restando nondimeno inconfondibili. Tuttavia, nonostante “Extinction Level Event” sia una delle cose hip hop migliori datate 1998 che possiate mettervi in casa (per quanto riguarda il ’99 già non ci sono dubbi: “Alliance Ethnik” rulez!), non è partendo da lì che vi suggerisco di iniziare a fare la conoscenza di questo ragazzone nato a Brooklyn da genitori giamaicani. Cominciate dall’inizio, se per miracolo vi riesce.

Edito nel 1991 dalla Elektra, sotto la cui egida si è dipanata per intero finora la carriera del signor Smith, l’esordio dei Leaders Of The New School “A Future Without A Past” è uno dei classici dell’hip hop meno conosciuti e reperibili nel Bel Paese. Ma datevi da fare, ché davvero ne vale la pena. Fiancheggiano Busta Rhymes altri due rapper, il monellesco Charlie Brown e il flemmatico e diretto Dinco D, e un DJ da favola, Cut Monitor Milo, e la musica dispiegata è un matrimonio celebrato in paradiso fra l’attitudine hippie del giro Native Tongues (in quello stesso anno i nostri eroi offrivano un cameo, Scenario, al secondo A Tribe Called Quest) e quella afrocentrica dei Public Enemy. Strutturato a mo’ di concept album seguendo lo svolgimento di una giornata scolastica (i quattro del resto se l’erano appena lasciata alle spalle la scuola), il disco offre gioielli degni dei primi De La Soul quali Case Of The P.T.A., Sobb Story e Show Me A Hero omaggiando nel contempo più antichi maestri come i Cold Crush Brothers, Kool Moe Dee e i Run DMC, rievocando Grandmaster Flash in Trains, Planes And Automobiles e scivolando in Sound Of The Zeekers su una fissità da Famous Flames. E che dire del ritornello cantilenante, del piano swingante, dei fiati birichini di Too Much On My Mind e dei campionamenti dixie e degli inserti di cornamuse e musichette da comiche di What’s The Pinocchio Theory?

Di due anni successivo “T.I.M.E.” (acronimo che sta per The Inner Mind’s Eye) divide critica e pubblico in maniera non dissimile da come aveva fatto “De La Soul Is Dead”: i più lo considerano un passo indietro, ma non manca chi lo reputa un capolavoro da un altro pianeta. Tutti d’accordo invece nel 1996 per il debutto solistico di Busta Rhymes, modestamente intitolato “The Coming”, vale a dire “L’Avvento”: se non una scala reale, un sontuoso full di assi e re. Meno simpatico l’atteggiamento, con il brutto scivolone sessista di Hot Fudge, e più profonda e rasposa la voce, le musiche si sono scurite e asciugate al punto che si può – si deve – parlare di hardcore. Salvo poi trovarsi fra le mani, fra i sapori errebì di Abandon Ship e il dinoccolato funky-soul di It’s A Party, una hit come Woo Hah!! Got You All In Check, invincibile perché fatta di niente, un piano elettrico jazzy e un ritmo in moviola. Il Wu-Tang Clan è dietro l’angolo e un cerchio si chiude, dacché Method Man e soci si sono sempre dichiarati estimatori dei Leaders Of The New School.

In “When Disaster Strikes…”, del ’97, a dispetto del titolo i toni si alleggeriscono, il dramma si stempera in avventura alla Indiana Jones (ascoltate come la cadenza di Turn It Up Fire It Up simuli magistralmente quella di un inseguimento), la tavolozza dei colori torna ad ampliarsi, accostando il romanticissimo piano di We Could Take It Outside alla densità Public Enemy di Rhymes Galore e della prima parte di Things We Be Doin’ For Money, e andandogli dietro con il duetto con Erykah Badu di One e la turgida electro di Dangerous. Di “Extinction Level Event” ho già detto.

Esperienza da veterano, età quasi da esordiente (non ha ancora ventisette anni), conto in banca miliardario e il rispetto della nazione hip hop tutta: davvero un leader della Nuova Scuola, Mr. Taheim Smith.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.11, aprile 1999.

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Blow Up n.184

Blow Up 184

È in edicola il numero 184 di “Blow Up”.  Il mio principale contributo è stato la curatela (con i preziosi apporti di Roberto Calabrò e Marco Sideri) della rubrica 20 Essentials dedicata al power pop. Ho inoltre firmato recensioni e/o segnalazioni degli ultimi album di Joseph Arthur, Ray Manzarek & Roy Rogers, Alela Diane e Booker T. Jones e di recenti ristampe di James Brown e Incredible String Band.

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Wizards Of Oz (1)

The Saints – I’m Stranded (lato A di un singolo, Fatal, 1976; poi inclusa in “I’m Stranded”, EMI, 1977)

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Fra Louis Armstrong e Miles Davis: Roy Eldridge, il rimosso

In luogo che a poltrire sotto un ombrellone o a sgambettare per sentieri di montagna – o a leggere, o a studiare – ho impiegato questo agosto a rimettere ordine nei miei dischi, compito erculeo ma non più rimandabile cui da troppo non mi dedicavo. Quasi finito ormai (no, gli ultimi sei-settecento arrivi naturalmente non contano) e per la prima volta da otto anni in qua posso ragionevolmente affermare di avere un’idea abbastanza precisa di cosa ho in casa. Quasi finito, giusto in tempo sfortunatamente per tornare a dedicarmi alla scrittura, ché già le prime scadenze incombono, ed è stato estenuante ma anche piuttosto divertente. Un piacere approfittarne per riscoprire album frequentati un’ultima volta lustri o addirittura decenni fa. Era per certo dacché ne scrissi su “Audio Review”, ad esempio, che non facevo fare un giro a “Rockin’ Chair”, del grande Roy Eldridge, lavoro che ho constatato essere di ancora ardua reperibilità e che nondimeno mi ostino a propagandare. Vale ogni euro, ogni centesimo che eventualmente ci spenderete. Si suggerisce un ascolto notturno. Il bicchiere di porto è facoltativo, ma fortemente consigliato.

Roy Eldridge - Rockin' Chair

Che Roy Eldridge sia un rimosso dalle storie del jazz non si può dire, giacché in ciascuna ha il suo bello spazio. Che continui tutto sommato a essere – anche dopo che nel 2002 John Chilton gli ha dedicato una voluminosa, puntigliosa e apprezzata biografia – un sottovalutato pare invece evidente. Questione di mancata sintonia e sincronia con i tempi. Cose che capitano se ti ritrovi ad anticipare una delle svolte musicali del Novecento per poi scoprirti scavalcato da quella stessa rivoluzione che sei stato decisivo nell’avviare. Non bastasse, raggiungi il top della tua arte nel preciso momento in cui quei tumultuosi sommovimenti ti hanno lasciato indietro. Stretto fra un Louis Armstrong – cui dicono che ti sia ispirato ma in verità altri sono stati i tuoi maestri – e un Dizzy Gillespie – che tu viceversa hai influenzato eccome – te ne ritrovi stritolato. Prende il centro della ribalta tal Miles Davis e ciao ciao. È tanto lo scoramento che per un po’ lasci il tuo paese e fortunatamente emigrando scopri la tua America altrove, in Francia, come tanti altri artisti afroamericani. Recuperi fiducia. Ritorni. Realizzi uno dei tuoi dischi più belli – incidentamente quello di cui la rubrica si occupa questo mese – e capisci che c’è ancora spazio per te, sebbene non più da protagonista. Per quasi trent’anni dopo le sedute di registrazione che diedero vita a “Rockin’ Chair” la tromba di Roy Eldridge ruggirà, blandirà, swingherà ancora. E quando nel 1980 un ictus sembrerà mettere fuori gioco il nostro eroe, prossimo alla settantina, sarà in realtà giusto uno spiacevole incidente di percorso. Posata la tromba recupererà il primo amore, la batteria. Si scoprirà pianista di vaglia. Canterà, gigione e sentimentale come non mai. La morte lo coglierà, il 26 febbraio 1989 a Valley Stream, New York, decisamente vivo.

Era nato a Pittsburgh, Pennsylvania, il 30 gennaio 1911. Precoce il suo ingresso nel mondo della musica, sì e no adolescente ed entrando da una porta di servizio molto usata all’epoca, quella delle bande carnascialesche, delle orchestrine al seguito di spettacoli circensi e di vaudeville. Percussioni e tuba, oltre alla tromba, i suoi strumenti. Curiosamente, a insegnargli i rudimenti dell’arnese che lo consegnerà agli annali del jazz era un sassofonista, il fratello maggiore Joe. Curiosamente, a procuragli il primo impiego era l’imitazione alla tromba di un celebre assolo di un altro sassofonista, il Coleman Hawkins di Stampede. Il primo trombettista a ispirarlo era Jabbo Smith, pur’egli un sottovalutato e di soli tre anni più anziano. Satchmo lo scoprirà davvero (nel senso che si metterà a studiarlo) più avanti, nel 1932 a New York, dove viveva da un paio di anni, suonando prevalentemente nel circuito dei locali da ballo di Harlem, in vari complessi fra cui già quello di Teddy Hill. Nel 1933 è di nuovo a Pittsburgh. Nel ’34 a Baltimora. Nel ’35 si riaccomoda all’ombra della Big Apple ed è a questo punto che la sua carriera decolla, braccio destro di Hill, nel giro di Billie Holiday e con Lady Day inciderà fior di classici, con Fletcher Henderson e Christopher Columbus è uno dei successi del 1936. Anno cruciale e magnifico. Roy va a Chicago ed è nella Windy City che dà vita al suo primo gruppo da leader, un ottetto con dentro Joe in qualità di sassofonista e arrangiatore. Nel 1937 Heckler’s Hop, After You’ve Gone e Wabash Stomp lo lanciano in orbita. Mentre gli anni ’30 sfumano nei ’40 e il mondo precipita – gli Stati Uniti però ancora fuori – nell’orrore del secondo conflitto mondiale – Roy Eldridge se non proprio il trombettista jazz per antonomasia è uno degli indiscutibili fari nell’ambito, nel mentre Armstrong sta declinando, sebbene con classe intatta, nello stereotipo. È l’era delle grandi orchestre. Una delle più importanti è quella di Gene Krupa e a sancire la rilevanza di Eldridge è anche l’invito a unirsi ad essa. Più avanti raggiungerà Artie Shaw. Triste e vergognoso che la decisione del nostro uomo di dare vita nel 1944 a una formazione sua sia influenzata non tanto dalla voglia di essere mattatore assoluto quanto dagli innumerevoli, spesso grotteschi episodi di discriminazione subiti al seguito di compagnie di musicisti per il resto tutti bianchi. La guerra finisce, le orchestre vanno in crisi, soprattutto va in crisi l’idea di jazz come è stato inteso fino ad allora. Esplode il bebop e il trombettista, che con il suo stile ritmato, nervoso e guizzante lo ha indubbiamente anticipato, si scopre a disagio e in conflitto con la nuova scena. Dubbioso del suo stesso valore e non ne placa le ansie l’invito di Norman Granz a partecipare al progetto di Jazz At The Philharmonic. In tour in Francia nel 1950 con Benny Goodman, decide di fermarsi lì. Il soggiorno durerà circa un anno e l’affetto degli appassionati locali lo rinfrancherà a sufficienza da farlo tornare a casa deciso a dar battaglia. “Rockin’ Chair” frutto sugoso e glorioso della mossa.

Colpo di scena! Fuori catalogo in CD, il disco è reperibile attualmente soltanto nella splendida – “A panoramic true hi-fi recording” – quanto costosa stampa della Speakers Corner. Investimento che vale ognimmodo fino all’ultimo sudato centesimo, giacché non solo è un LP di grande bellezza ma riassume esemplarmente molto di quello che era stato Roy Eldridge fino a quel momento e molto di quello che sarà (come minimo dovreste procurarvi “Dale’s Wail”, un Verve del ’53). Agli opposti di un ampio spettro si collocano i quattro brani incisi con gli archi e gli arrangiamenti di George Williams (l’apice una struggente e dolcissima I Remember Harlem) e gli altrettanti, in stile rhythm’n’blues, in cui pompa il sax tenore di Buddy Tate. Al piano ma più che altro all’organo, Oscar Peterson è sanguigno come di rado potete averlo ascoltato. Fatevi un regalo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.282, settembre 2007.

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Wizards Of Oz (2)

The Moffs – Another Day In The Sun (lato A di un singolo, Citadel, 1985)

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Wizards Of Oz (3)

The Triffids – My Baby Thinks She’s A Train (da “Treeless Plain”, Hot, 1983)

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Wizards Of Oz (4)

The Church – The Unguarded Moment (lato A di un singolo, Parlophone, 1981; poi inclusa in “Of Skins And Heart”)

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Quando Bruce cominciò a diventare Broooooce! Born To Run

Dopo una gestazione durata ben più dei canonici nove mesi, il 25 agosto di trentotto anni fa vedeva infine la luce il “difficile terzo album” di Bruce Springsteen. Nulla dopo sarebbe più stato lo stesso, per l’artefice e per il rock americano tutto.

Bruce Springsteen - Born To Run

Certi dischi sono epocali, per l’attesa che creano intorno a sé e naturalmente per il loro poi non deluderla rilanciando anzi, persino prima dell’uscita. Certi dischi sono dei sempreverdi prima ancora di ascoltarli, in forza di quanto è iconica la loro copertina e cento esempi si potrebbero fare, dai Beatles ai Rolling Stones, dai Doors ai Clash, a Bob Dylan e Bob Marley. A “Born To Run”, l’album che rese Bruce Springsteen… be’… Bruce Springsteen, e che con la potenza di uno scatto da qualche parte fra Robert Mapplethorpe e un fotogramma rubato a Scorsese cattura l’attenzione e il cuore prima ancora di quel soffio di armonica, di quella semplice frase di piano, di quelle quattro parole – “the screen door slams” – che fanno entrare in Thunder Road come fosse un film. La vita di un sacco di gente non è più stata la stessa dopo e mi ci metto anch’io.

Mi rigiro incantato fra le mani un esemplare fresco di pressa in Quiex Super Vinyl Profile da duecento grammi della Classic Records e mi viene in mente che la prima copia entratami in casa del primo capolavoro dell’uomo del New Jersey fu direttamente una stampa per audiofili comprata in una svendita – costava addirittura meno della regolare stampa americana che si trovava qualche scaffale più in là – da Ricordi. Faceva parte di quella collana di “Half Speed Mastered” della CBS che per molti ragazzi fu la prima introduzione alla magia della riproduzione sonora come ha da essere e nondimeno va detto che, in quella serie, era uno dei titoli che sotto il profilo squisitamente tecnico brillavano di meno. È che prima Mike Appel e poi Jon Landau oltre che il Boss passarono così tanto tempo, centinaia e centinaia di ore, in studio di registrazione a rifinire quelle canzoni che inevitabilmente, per i limiti della tecnologia del tempo, qualcosa si perse in limpidezza e più che mai ciò si è sempre notato nella sinfonia di Fender di Born To Run la canzone, in cui tutto sembra un po’ sfocato e una dinamica che avrebbe voluto e dovuto essere esplosiva risulta tarpata. Se è di suoni e basta che si discetta, quel “Born To Run” edizione “Half Speed Mastered” deludeva, nel senso che non suonava in realtà meglio della media degli LP “normali” e insomma anche dopo averlo mandato a memoria non te lo saresti mai portato dietro per provare a confronto delle casse. A un certo punto ebbi l’occasione di comprare a buon prezzo un originale “made in USA” e, non notando soverchie differenze fra le due edizioni, cambiai la copia. E ora sono qui a interrogarmi: saprà stupirmi, impresa già riuscita molte volte alla label californiana, Classic Records facendomi scoprire dettagli inediti in un disco conosciuto fin nei minimi risvolti?

Quaranta minuti più tardi posso serenamente affermare che sì, c’è riuscita ancora. Che finalmente la traccia omonima suona come nelle intenzioni, un Phil Spector prestato al rock’n’roll più stentoreo e sfrontatamente romantico; che mai il sax di Clarence Clemons era schizzato così felice e furente dai solchi conclusivi di Thunder Road, né gli ottoni di Tenth Avenue Freeze Out erano parsi tanto sferzanti e pieni e così la ritmica di She’s The One. Per la cristallina rarefazione della trama è poi un’autentica meraviglia Meeting Across The River, crepuscolare e un po’ waitsiana della prim’ora e invero magica quando si leva verso il cielo la tromba di Randy Brecker. È un brano unico e pochissimo considerato nel canone springsteeniano e sarà per quel suo essere atipico che gli ho sempre voluto particolarmente bene? Come a Death Is A Star (anch’essa waitsiana, guarda un po’) che – credeteci o meno – è la mia canzone preferita del mio gruppo preferito di tutti i tempi, i Clash.

A questo punto dovrei forse, nello spazio che mi resta, inquadrare per sommi capi nella storia del rock e nella personale vicenda artistica dell’autore quello che è insieme un album di rock classico e un classico della musica rock. Un LP che è un prodigio di sintesi: Spector e Dylan, Roy Orbison e i Creedence, Lennon e Townshend, il rock’n’roll degli anni ’50 e il soul e il rhythm’n’blues dei ’60 e suggestioni latine e jazz, tutti assieme, in un fluire emozionante di rimandi che non si finisce mai di scoprire. Dovrei forse, ma mi parebbe francamente pletorico con tutto il gran parlare che se n’è fatto negli ultimi mesi, come non fossero bastati i fiumi di inchiosto scorsi per tre tondi decenni. E già: perché “Born To Run” ha da poco compiuto trent’anni e questa lussuosa versione in sacro vinile è arrivata seconda nelle emissioni celebrative della ricorrenza, a qualche settimana da un triplo cofanetto Columbia, un CD (senza brani aggiunti) più un DVD dedicato al “making of” e un altro con sopra un leggendario concerto al londinese Hammersmith Odeon di un mese successivo alla pubblicazione dell’album. Si dà ora il caso che il box Columbia costi qualche euro in meno del solo 33 giri Classic Records e, tenuto conto che il CD è più che OK (mica quella schifezza ignobile della prima stampa digitale…), una domanda sorge spontanea: perché mai si dovrebbe spendere di più per avere di meno? Io dico che bisognerebbe, potendo, regalarsi la follia di comprare entrambi. Il cofanetto per i due DVD, il vinile perché quello e soltanto quello fa suonare “Born To Run” esattamente come l’artefice voleva che suonasse. E poi volete mettere il fascino della confezione? Quella copertina che si apre e, a contornare un Bruce sorridente, quei testi da memorizzare nel mentre se ne fa esegesi? Non a caso copertine iconiche, da quando c’è il CD, non se ne ricorda più una.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.265, febbraio 2006.

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Wizards Of Oz (5)

The Go-Betweens – Bachelor Kisses (lato A di un singolo, Sire, 1984; poi inclusa in “Spring Hill Fair”)

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Potere alla parola (12): Say It Loud, I’m Freak And I’m Proud – L’hip hop dallo spazio profondo dei New Kingdom

Fate conto che questa sia una puntata speciale (a proposito: ripartono la settimana prossima) dei Culti. Della posse qui celebrata si perdeva ogni traccia poco dopo la pubblicazione di questo articolo, che scrivevo per l’ormai leggendario numero zero di “Blow Up”.

New Kingdom - Paradise Don't Come Cheap

Gente simpatica Nosaj (la mammma lo chiama Jason; di cognome fa Furlow) e DJ Sebastian (la mamma lo chiama – uh – Sebastian; di cognome fa Laws), i due figli di Brooklyn che insieme di nome fanno New Kingdom. Non solo ti spacciano l’hip hop più eccitante, con i Wu-Tang Clan e pochi (pochissimi) altri del 1996, ma ti risparmiano anche un bel po’ di fatica quando l’Isidoro Bianchi (la mamma lo chiama Stefano) ti commissiona un articolo che ne illustri le sorti magnifiche e progressive. Sei lì che ti arrovelli per trovare un titolo, e nel frattempo riascolti per l’ennesima volta “Paradise Don’t Come Cheap”, ed ecco che parte Half Asleep… “Say it loud, I’m freak and I’m proud!”… perfetto! Ci avessi rimuginato sopra un altro paio d’ore difficilmente avrei scovato un titolo migliore di questa stonata (non nel senso di “non intonata”) parafrasi del Padrino del Soul, messer James Brown. L’opportuna definizione a effetto dello stile del duo è stata invece gentilmente fornita dalla prima delle interviste che sono andato a rileggermi, una cosuccia rintracciata su Internet: è “outer space hip hop”, spiegava Nosaj a un anonimo cronista. Volete qualcosa di più dettagliato? Basta mettere mano al numero di febbraio 1994 di “Spin”. È ancora Nosaj a parlare: “Suoniamo come i Run DMC che fanno un frontale con i Black Sabbath in autostrada, mentre stanno andando a trovare gli AC/DC, e nello scontro coinvolgono il rimorchio di Curtis Mayfield, in pieno territorio Cypress Hill”. “Siamo come una carovana di autotreni”, diceva invece Sebastian a Chris Campion che lo interrogava su “The Wire” dello scorso aprile. “Man mano che il convoglio procede raccoglie per strada quelli che vogliono esserci e diventa sempre più imponente, fin quando si fa inarrestabile.

A questo punto, dopo avervi detto che prima di “Paradise…” i New Kingdom pubblicarono (era il 1993) un altro eccellente LP intitolato “Heavy Load”, che entrambi i dischi sono su Gee Street (una sottomarca Island) e che fareste bene a metterveli in casa, potrei pure congedarmi, dal momento che lo sporco lavoro del critico, una tantum, lo hanno fatto i musicisti oggetto del suo scrivere. Ma temo che l’Isidoro Bianchi se ne avrebbe a male e dunque, come da consegna, la meno in lungo abbastanza da riempire due pagine. Se non volete annoiarvi, procuratevi i due dischi di cui sopra e pompate a palla e scalciate come Bruce Lee. Si fottano i vicini, se si lamentano.

Ho la manopola del volume molto sopra l’undici e la mia 808 fa tremare le casse. So che mi odiate quando faccio vibrare i muri. Perché vi sto scuotendo con il mio rock… vi sto scuotendo. È garantito che i miei vicini non dormono. E sto scalciando come Bruce Lee.” (Kickin’ Like Bruce Lee)

Un mucchio di cose rendono i New Kindgom la faccenda più intrigante dell’hip hop targato 1996 (e in prospettiva, probabilmente, di quello del 1997, e del 1998, e…): innanzitutto, il fatto che numerosi e costantemente intercambiabili sono i livelli di lettura che offrono all’osservatore. Sono neri ma dichiarano fra le loro influenze nomi che da una posse di norma non ti attendi (Bob Dylan, Nirvana e Captain Beefheart i più sorprendenti). Hanno un aspetto che più anni ’70 non si potrebbe, con vestiti che sembrano usciti dal guardaroba di Shaft, basettoni grandi quanto la Sardegna (Nosaj) e leonine chiome afro (DJ Sebastian), e parlano di quel decennio come di un’età dell’oro della musica e ciò nonostante mai, ma proprio mai, si affaccia nel loro sound fosse anche un’ombra di revivalismo. Si atteggiano a hippie e battezzano i loro brani con titoli – sentite un po’: Headhunter, Infested, Shining Armor, Valhalla Soothsayer, Terror Mad Visionary – che sarebbero acconci a una band di death metal. E ti spiazzano sempre: ascolti il trip-hop alla Tricky di Animal e ti chiedi a chi mai sia dedicata questa commossa elegia che cita Cobain nel secondo verso e Hendrix e Miles Davis poco dopo. Chi era dunque questo Animal che era il batterista preferito di Nosaj? Un compagno di scuola morto di droga o in qualche regolamento di conti, malasorte comune fra la gioventù di colore americana, ti spingi a ipotizzare. E poi, improvvisamente, realizzi che è del batterista del Muppet Show che sta parlando. Ti senti preso per i fondelli, ma ti scappa da ridere.

New Kingdom - Heavy Load

Hippy-hop è stato detto del peculiare stile dei New Kingdom, riesumando un’etichetta che nei tardi anni ’80 si appiccicò ai De La Soul, per cominciare, e poi ai loro cugini Jungle Brothers e A Tribe Called Quest, e che già tornò in auge a inizio ’90 con gli Arrested Development. Ma in comune con il trio del capitale “3 Feet High And Rising” i nostri due broccolinesi non hanno che l’eterogeneità delle influenze e il genio. Se proprio bisogna rintracciare loro degli avi nell’albero genealogico del rap è ai Run DMC di “Raising Hell”, la prima posse a conquistare il pubblico del rock, che è opportuno rivolgersi. Fermo restando che la musica di quelli, assai più epidermica, suona al confronto unidimensionale. Se proprio bisogna cercare contraltari odierni è con i Cypress Hill che si possono tracciare paragoni.

Che Nosaj (ci avete fatto caso? “Jason” al contrario; vi sentite presi per i fondelli?) e il suo compare Dj Sebastian fossero destinati a grandi cose fu subito chiaro ai pochi che, nell’estate di quattro anni fa, ebbero la fortuna di ascoltare il loro formidabile debutto a 45 giri: Good Times, opportunamente ripresa in apertura di “Heavy Load”, gira su campioni della James Gang e di Dylan, è scura, funky e fuori. Psichedelica, sì, ma anche psicotica: una dialettica dello stralunamento cui i New Kingdom ci abitueranno, aggiungendo nel contempo per strada una quantità di altri cromatismi alla loro tavolozza. A partire dal primo album, che purtroppo dalle nostre parti si è visto poco o punto ed è uno degli esordi sulla lunga distanza più convincenti di sempre in ambito hip hop. La varietà sia delle atmosfere che dei campionamenti, Miles Davis ma anche la James Gang, Manu Dibango ma anche i Grand Funk Railroad, è fuori dal comune: eppure il disco ha, nel suo fluido (fluido? viscoso piuttosto) articolarsi, una compattezza eccezionale. Convivono, si integrano, interagiscono il loop di gusto jazz di Frontman e l’LSD che impregna Mars, Headhunter e Half Seas Over, la narcolessia di Are You Alive? e le cadenze incalzanti di Calico Cats, i sapori anni ’60 di Mama And Papa e le suggestioni bladerunneriane di Lazy Smoke.

Dopo un simile biglietto da visita, ci si aspettava tanto da “Paradise Don’t Come Cheap”. Si è avuto ancora di più: più sporcizia dei suoni, più narcolessia, più acido lisergico, più colori ma tutti nella parte più scura dello spettro. Più originalità, se possibile. Ascoltate l’iniziale Mexico Or Bust. Sembra di sentire un Barry White strafatto di anfetamina che fa comunella con dei Beastie Boys alle prese con la colonna sonora di uno spaghetti western. Ebbene: da lì in poi le cose si fanno veramente strane. Infested è un 45 giri dei Run DMC fatto girare a 33; Unicorns Were Horses è tanto solenne da rasentare la magniloquenza; Kickin’ Like Bruce Lee è sabbathiana come ai Cypress Hill non è mai riuscito; Shining Armor è rap trattato come fosse grind; Co Pilot unisce Sly Stone e Public Enemy; Terror Mad Visionary è tellurica e terrorizzante come il titolo richiedeva. E, nel suo insieme, “Paradise Don’t Come Cheap” è forse il lavoro nello stesso tempo più cerebrale e più fisico del 1996.

Quelli che comprano i nostri dischi e vengono ai nostri concerti sono persone curiose, che amano cercare nella musica qualcosa di inaudito. È questo il pubblico con cui ci identifichiamo.” (Sebastian)

Che gentili: dopo il titolo, mi hanno regalato anche la conclusione.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n. 0, marzo 1997.

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