Archivi del mese: agosto 2013

Potere alla parola (13): Leader di una nuova scuola – Busta Rhymes

Busta Rhymes

Non si può dire che a Taheim Smith abbiano mai fatto difetto disinvoltura e fiducia nei propri mezzi. Aveva appena quattordici anni quando, con due suoi compagni di liceo, si presentò fuori tempo massimo a un rap contest presieduto da una giuria formata da Chuck D dei Public Enemy, Hank Shocklee della Bomb Squad e Dr. Dre. Gli spettatori erano ormai andati via, i giudici non ancora. Furono bloccati dai tre adolescenti che si lanciarono in un’esibizione a cappella. La settimana dopo Taheim era invitato da Chuck D a discutere nel suo ufficio di cosa avrebbe voluto fare da grande. Da lì a non molto, ribattezzato Busta Rhymes dallo stesso Nemico Pubblico Numero Uno, con i suoi Leaders Of The New School, ora un quartetto, si ritrovava a calcare le assi del Pay Day di Manhattan, lasciandosi alle spalle poco dopo un migliaio di spettatori in delirio. La gavetta sarà singolarmente lunga, cinque anni prima di debuttare discograficamente, ma da lì in avanti la strada per il Nostro sarà in discesa.

Scrivo mentre Gimme Some More e Tear Da Roof Off fanno sfracelli sulle radio e su MTV e l’album da cui sono tratte, “Extinction Level Event”, staziona altissimo nelle classifiche: giusto premio per un disco che fa coesistere hardcore e musicalità con quel tocco di ruffianeria che è passaporto pressoché indispensabile per il successo. A volte il buco al centro della ciambella è una “O” degna di Giotto: accade nel duetto con Janet Jackson What It’s Gonna Be, vaselina soul su groove funky per arrivare senza intoppi dritti al centro del cuore. Altre è quasi un quadrato: This Means War!!, roboante duetto con Ozzy Osbourne, è al livello dei peggiori Body Count. Ma vale la pena di sopportarlo se è il prezzo da pagare per la electro poderosa di Tear Da Roof Off e Do The Bus A Bus, il rapping imperioso su tastiere circolari della title-track, gli sdilinquimenti sotto un diluvio d’archi di Gimme Some More e subito dopo la voce che reggaeggia su una base tanto massiccia da rasentare l’industriale di Iz They Wildin Wit Us & Gettin Rowdy With Us? Solo i campioni autentici sanno variare così tanto – e bene – gli schemi di gioco, spesso sorprendendo ma restando nondimeno inconfondibili. Tuttavia, nonostante “Extinction Level Event” sia una delle cose hip hop migliori datate 1998 che possiate mettervi in casa (per quanto riguarda il ’99 già non ci sono dubbi: “Alliance Ethnik” rulez!), non è partendo da lì che vi suggerisco di iniziare a fare la conoscenza di questo ragazzone nato a Brooklyn da genitori giamaicani. Cominciate dall’inizio, se per miracolo vi riesce.

Edito nel 1991 dalla Elektra, sotto la cui egida si è dipanata per intero finora la carriera del signor Smith, l’esordio dei Leaders Of The New School “A Future Without A Past” è uno dei classici dell’hip hop meno conosciuti e reperibili nel Bel Paese. Ma datevi da fare, ché davvero ne vale la pena. Fiancheggiano Busta Rhymes altri due rapper, il monellesco Charlie Brown e il flemmatico e diretto Dinco D, e un DJ da favola, Cut Monitor Milo, e la musica dispiegata è un matrimonio celebrato in paradiso fra l’attitudine hippie del giro Native Tongues (in quello stesso anno i nostri eroi offrivano un cameo, Scenario, al secondo A Tribe Called Quest) e quella afrocentrica dei Public Enemy. Strutturato a mo’ di concept album seguendo lo svolgimento di una giornata scolastica (i quattro del resto se l’erano appena lasciata alle spalle la scuola), il disco offre gioielli degni dei primi De La Soul quali Case Of The P.T.A., Sobb Story e Show Me A Hero omaggiando nel contempo più antichi maestri come i Cold Crush Brothers, Kool Moe Dee e i Run DMC, rievocando Grandmaster Flash in Trains, Planes And Automobiles e scivolando in Sound Of The Zeekers su una fissità da Famous Flames. E che dire del ritornello cantilenante, del piano swingante, dei fiati birichini di Too Much On My Mind e dei campionamenti dixie e degli inserti di cornamuse e musichette da comiche di What’s The Pinocchio Theory?

Di due anni successivo “T.I.M.E.” (acronimo che sta per The Inner Mind’s Eye) divide critica e pubblico in maniera non dissimile da come aveva fatto “De La Soul Is Dead”: i più lo considerano un passo indietro, ma non manca chi lo reputa un capolavoro da un altro pianeta. Tutti d’accordo invece nel 1996 per il debutto solistico di Busta Rhymes, modestamente intitolato “The Coming”, vale a dire “L’Avvento”: se non una scala reale, un sontuoso full di assi e re. Meno simpatico l’atteggiamento, con il brutto scivolone sessista di Hot Fudge, e più profonda e rasposa la voce, le musiche si sono scurite e asciugate al punto che si può – si deve – parlare di hardcore. Salvo poi trovarsi fra le mani, fra i sapori errebì di Abandon Ship e il dinoccolato funky-soul di It’s A Party, una hit come Woo Hah!! Got You All In Check, invincibile perché fatta di niente, un piano elettrico jazzy e un ritmo in moviola. Il Wu-Tang Clan è dietro l’angolo e un cerchio si chiude, dacché Method Man e soci si sono sempre dichiarati estimatori dei Leaders Of The New School.

In “When Disaster Strikes…”, del ’97, a dispetto del titolo i toni si alleggeriscono, il dramma si stempera in avventura alla Indiana Jones (ascoltate come la cadenza di Turn It Up Fire It Up simuli magistralmente quella di un inseguimento), la tavolozza dei colori torna ad ampliarsi, accostando il romanticissimo piano di We Could Take It Outside alla densità Public Enemy di Rhymes Galore e della prima parte di Things We Be Doin’ For Money, e andandogli dietro con il duetto con Erykah Badu di One e la turgida electro di Dangerous. Di “Extinction Level Event” ho già detto.

Esperienza da veterano, età quasi da esordiente (non ha ancora ventisette anni), conto in banca miliardario e il rispetto della nazione hip hop tutta: davvero un leader della Nuova Scuola, Mr. Taheim Smith.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.11, aprile 1999.

1 Commento

Archiviato in archivi

Blow Up n.184

Blow Up 184

È in edicola il numero 184 di “Blow Up”.  Il mio principale contributo è stato la curatela (con i preziosi apporti di Roberto Calabrò e Marco Sideri) della rubrica 20 Essentials dedicata al power pop. Ho inoltre firmato recensioni e/o segnalazioni degli ultimi album di Joseph Arthur, Ray Manzarek & Roy Rogers, Alela Diane e Booker T. Jones e di recenti ristampe di James Brown e Incredible String Band.

9 commenti

Archiviato in riviste

Wizards Of Oz (1)

The Saints – I’m Stranded (lato A di un singolo, Fatal, 1976; poi inclusa in “I’m Stranded”, EMI, 1977)

6 commenti

Archiviato in Australia, video

Fra Louis Armstrong e Miles Davis: Roy Eldridge, il rimosso

In luogo che a poltrire sotto un ombrellone o a sgambettare per sentieri di montagna – o a leggere, o a studiare – ho impiegato questo agosto a rimettere ordine nei miei dischi, compito erculeo ma non più rimandabile cui da troppo non mi dedicavo. Quasi finito ormai (no, gli ultimi sei-settecento arrivi naturalmente non contano) e per la prima volta da otto anni in qua posso ragionevolmente affermare di avere un’idea abbastanza precisa di cosa ho in casa. Quasi finito, giusto in tempo sfortunatamente per tornare a dedicarmi alla scrittura, ché già le prime scadenze incombono, ed è stato estenuante ma anche piuttosto divertente. Un piacere approfittarne per riscoprire album frequentati un’ultima volta lustri o addirittura decenni fa. Era per certo dacché ne scrissi su “Audio Review”, ad esempio, che non facevo fare un giro a “Rockin’ Chair”, del grande Roy Eldridge, lavoro che ho constatato essere di ancora ardua reperibilità e che nondimeno mi ostino a propagandare. Vale ogni euro, ogni centesimo che eventualmente ci spenderete. Si suggerisce un ascolto notturno. Il bicchiere di porto è facoltativo, ma fortemente consigliato.

Roy Eldridge - Rockin' Chair

Che Roy Eldridge sia un rimosso dalle storie del jazz non si può dire, giacché in ciascuna ha il suo bello spazio. Che continui tutto sommato a essere – anche dopo che nel 2002 John Chilton gli ha dedicato una voluminosa, puntigliosa e apprezzata biografia – un sottovalutato pare invece evidente. Questione di mancata sintonia e sincronia con i tempi. Cose che capitano se ti ritrovi ad anticipare una delle svolte musicali del Novecento per poi scoprirti scavalcato da quella stessa rivoluzione che sei stato decisivo nell’avviare. Non bastasse, raggiungi il top della tua arte nel preciso momento in cui quei tumultuosi sommovimenti ti hanno lasciato indietro. Stretto fra un Louis Armstrong – cui dicono che ti sia ispirato ma in verità altri sono stati i tuoi maestri – e un Dizzy Gillespie – che tu viceversa hai influenzato eccome – te ne ritrovi stritolato. Prende il centro della ribalta tal Miles Davis e ciao ciao. È tanto lo scoramento che per un po’ lasci il tuo paese e fortunatamente emigrando scopri la tua America altrove, in Francia, come tanti altri artisti afroamericani. Recuperi fiducia. Ritorni. Realizzi uno dei tuoi dischi più belli – incidentamente quello di cui la rubrica si occupa questo mese – e capisci che c’è ancora spazio per te, sebbene non più da protagonista. Per quasi trent’anni dopo le sedute di registrazione che diedero vita a “Rockin’ Chair” la tromba di Roy Eldridge ruggirà, blandirà, swingherà ancora. E quando nel 1980 un ictus sembrerà mettere fuori gioco il nostro eroe, prossimo alla settantina, sarà in realtà giusto uno spiacevole incidente di percorso. Posata la tromba recupererà il primo amore, la batteria. Si scoprirà pianista di vaglia. Canterà, gigione e sentimentale come non mai. La morte lo coglierà, il 26 febbraio 1989 a Valley Stream, New York, decisamente vivo.

Era nato a Pittsburgh, Pennsylvania, il 30 gennaio 1911. Precoce il suo ingresso nel mondo della musica, sì e no adolescente ed entrando da una porta di servizio molto usata all’epoca, quella delle bande carnascialesche, delle orchestrine al seguito di spettacoli circensi e di vaudeville. Percussioni e tuba, oltre alla tromba, i suoi strumenti. Curiosamente, a insegnargli i rudimenti dell’arnese che lo consegnerà agli annali del jazz era un sassofonista, il fratello maggiore Joe. Curiosamente, a procuragli il primo impiego era l’imitazione alla tromba di un celebre assolo di un altro sassofonista, il Coleman Hawkins di Stampede. Il primo trombettista a ispirarlo era Jabbo Smith, pur’egli un sottovalutato e di soli tre anni più anziano. Satchmo lo scoprirà davvero (nel senso che si metterà a studiarlo) più avanti, nel 1932 a New York, dove viveva da un paio di anni, suonando prevalentemente nel circuito dei locali da ballo di Harlem, in vari complessi fra cui già quello di Teddy Hill. Nel 1933 è di nuovo a Pittsburgh. Nel ’34 a Baltimora. Nel ’35 si riaccomoda all’ombra della Big Apple ed è a questo punto che la sua carriera decolla, braccio destro di Hill, nel giro di Billie Holiday e con Lady Day inciderà fior di classici, con Fletcher Henderson e Christopher Columbus è uno dei successi del 1936. Anno cruciale e magnifico. Roy va a Chicago ed è nella Windy City che dà vita al suo primo gruppo da leader, un ottetto con dentro Joe in qualità di sassofonista e arrangiatore. Nel 1937 Heckler’s Hop, After You’ve Gone e Wabash Stomp lo lanciano in orbita. Mentre gli anni ’30 sfumano nei ’40 e il mondo precipita – gli Stati Uniti però ancora fuori – nell’orrore del secondo conflitto mondiale – Roy Eldridge se non proprio il trombettista jazz per antonomasia è uno degli indiscutibili fari nell’ambito, nel mentre Armstrong sta declinando, sebbene con classe intatta, nello stereotipo. È l’era delle grandi orchestre. Una delle più importanti è quella di Gene Krupa e a sancire la rilevanza di Eldridge è anche l’invito a unirsi ad essa. Più avanti raggiungerà Artie Shaw. Triste e vergognoso che la decisione del nostro uomo di dare vita nel 1944 a una formazione sua sia influenzata non tanto dalla voglia di essere mattatore assoluto quanto dagli innumerevoli, spesso grotteschi episodi di discriminazione subiti al seguito di compagnie di musicisti per il resto tutti bianchi. La guerra finisce, le orchestre vanno in crisi, soprattutto va in crisi l’idea di jazz come è stato inteso fino ad allora. Esplode il bebop e il trombettista, che con il suo stile ritmato, nervoso e guizzante lo ha indubbiamente anticipato, si scopre a disagio e in conflitto con la nuova scena. Dubbioso del suo stesso valore e non ne placa le ansie l’invito di Norman Granz a partecipare al progetto di Jazz At The Philharmonic. In tour in Francia nel 1950 con Benny Goodman, decide di fermarsi lì. Il soggiorno durerà circa un anno e l’affetto degli appassionati locali lo rinfrancherà a sufficienza da farlo tornare a casa deciso a dar battaglia. “Rockin’ Chair” frutto sugoso e glorioso della mossa.

Colpo di scena! Fuori catalogo in CD, il disco è reperibile attualmente soltanto nella splendida – “A panoramic true hi-fi recording” – quanto costosa stampa della Speakers Corner. Investimento che vale ognimmodo fino all’ultimo sudato centesimo, giacché non solo è un LP di grande bellezza ma riassume esemplarmente molto di quello che era stato Roy Eldridge fino a quel momento e molto di quello che sarà (come minimo dovreste procurarvi “Dale’s Wail”, un Verve del ’53). Agli opposti di un ampio spettro si collocano i quattro brani incisi con gli archi e gli arrangiamenti di George Williams (l’apice una struggente e dolcissima I Remember Harlem) e gli altrettanti, in stile rhythm’n’blues, in cui pompa il sax tenore di Buddy Tate. Al piano ma più che altro all’organo, Oscar Peterson è sanguigno come di rado potete averlo ascoltato. Fatevi un regalo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.282, settembre 2007.

1 Commento

Archiviato in archivi

Wizards Of Oz (2)

The Moffs – Another Day In The Sun (lato A di un singolo, Citadel, 1985)

1 Commento

Archiviato in Australia, video

Triffids – La mia ragazza crede di essere un treno (per David McComb 1962-1999)

La mia ragazza crede di essere un treno/Sente voci, vocine/che solo lei può sentire/Sente voci, vocine/che le scivolano nelle orecchie/La mia ragazza crede di essere un treno/Non capisce la differenza fra piacere e dolore/La mia ragazza crede di essere un treno/Esce dalla porta e beve/baci come fossero pioggia” (My Baby Thinks She’s A Train)

The Triffids

La prima volta che i Triffids vennero in Europa, credo fosse l’autunno del 1984, un giornalista chiese a David McComb, etichettato novello Jim Morrison per una presenza scenica carismatica, una qualche vaga somiglianza nella voce e l’organo che ne sottolineava costantemente i testi visionari, come gli sarebbe piaciuto morire. Non ho idea della risposta che ricevette una così singolare domanda. Certo al tempo  l’artista australiano non immaginava che non avrebbe visto il nuovo millennio, né che la sua dipartita sarebbe stata così poco rock’n’roll, ipotesi che invece, da lì a un decennio, quando il cuore comincerà a tradirlo, dovette considerare. Da due anni David McComb portava nel petto un cuore non suo. Lo scorso 2 febbraio, due settimane prima del trentasettesimo compleanno, pure quella vita di riserva gli è sfuggita. Coinvolto in un incidente stradale da niente, tenuto in osservazione un giorno in ospedale e poi dimesso, David è tornato a casa e li è morto. Da solo, forse senza nemmeno accorgersene. Riviste che a suo tempo gli avevano dedicato articoloni, e persino copertine, se ne sono occupate in poche righe. La vita…

Ci fu un tempo in cui sembrò che, similmente alle piante assassine protagoniste del libro di John Wyndham (un classico della fantascienza) che li avevano battezzati, nulla potesse arrestare i Triffids. Erano bravi e simpatici, esotici e scapigliati quel tanto che basta, brillanti dal vivo quanto in studio, una squadra unita con un capitano che scriveva canzoni come non se n’erano mai udite, benché gli ingredienti fossero quelli tipici della tradizione americana. Per cinque anni il gruppo fece base prevalentemente a Londra, in attesa che il successo di pubblico eguagliasse quello di critica. Non accadde mai. Ovvie conseguenze di tale indifferenza furono il ritorno in Australia e lo scioglimento.

I Triffids che sbarcano in Europa appena prima del giro di boa degli anni ’80 sono dei perfetti sconosciuti da noi e non granché più famosi in patria. Sono tuttavia lungi dall’essere degli esordienti, visto che il nucleo di base – David McComb (chitarra e voce) e Alsy Macdonald (batteria) – è insieme dal 1978 e gli altri – Robert McComb (fratello di David; violino, chitarra e tastiere), Martyn Casey (basso) e Jill Bert (organo e seconda voce solista) – si sono aggiunti poco dopo. Se la loro notorietà è ancora scarsa a dispetto di una discografia già di una certa consistenza è perché vengono dalla scena rock più isolata al mondo: Perth, 650.000 abitanti sulla più estrema costa settentrionale del Continente Nuovissimo, millesettecento chilometri in linea d’aria, oltre duemila via terra, dalla città più vicina, Adelaide. Duemila chilometri di assolata desolazione, quella “pianura senz’alberi” cui è intitolato il primo LP del quintetto. Nonostante l’eterna primavera nella quale è immersa, vivere a Perth se si è predisposti alla depressione non dev’essere consigliabile: come non sentirsi soli anche in mezzo alla gente, con una distesa sconfinata d’oceano davanti e alle spalle la vastità  non meno intimidente del deserto?  È in questo scenario alla Paris, Texas che si muovono i personaggi che canta il Nostro: agricoltori, allevatori, avventurieri, vagabondi, predicatori, amanti delusi, aspiranti suicidi. Un universo particolarissimo narrato con una sensibilità da poeta autentico e con l’attenzione al dettaglio di chi con gente simile ha vissuto e in simili paesaggi ci è cresciuto. Una sottile malinconia pervade tutto, ma temperata da un’ironia sorridente. Il dramma da grand guignol del compatriota Nick Cave è lontano quanto Adelaide. Sono parimenti malinconiche le musiche, ma nel contempo briose, energiche con eleganza.

Arrivando nel nostro emisfero David McComb e compagni portano seco un album e un mini, non la manciata di 45 giri (una dozzina in tutto i brani in essi compresi, dei quali soltanto uno, Place In The Sun, ripreso sul primo LP) che li hanno anticipati in Australia e che non circoleranno mai né nel Vecchio Continente né in America. Davvero un peccato, ché almeno i rustici Velvet Underground di Joan Of Arc e Being Driven e le acidule This Boy e Left To Rot avrebbero meritato una maggiore diffusione. Nondimeno l’inverno ’84-’85 è illuminato di immenso dall’album e dal mini suddetti, “Treeless Plain” e “Raining Pleasure”, entrambi su Hot e registrati rispettivamente nell’estate del 1983 e nella primavera seguente. L’uno e l’altro bellissimi.

Immaginate i Television che reinterpretano in chiave country-blues i Velvet ombrosi e romantici del terzo LP e se come sogno bagnato non vi pare abbastanza aggiungete alla miscela il Van Morrison più soul, i Dexys Midnight Runners e i gruppi del Paisley Underground, dai Green On Red ai migliori Rain Parade. Come già detto i Doors, dacché se David McComb non è forse un nuovo Jim Morrison certamente Jill Birt è l’erede di Ray Manzarek. E Bob Dylan, di cui i Trifidi rileggono I Am A Lonesome Hobo ammantandola di livori voodoo alla Gun Club. È una delle due cover in programma sui diciannove titoli che sfilano sui due dischi, essendo l’altra una versione drammatica e infinitamente struggente del traditional St. James Infirmary. Alsy Macdonald firma Nothing Can Take Your Place, molto Aztec Camera, e il resto è opera dell’ispiratissimo capobanda.

Non è solo perché da noi giunsero pressoché insieme e insieme vennero dunque ascoltati che risulta difficile separare “Raining Pleasure” dal predecessore. I due lavori condividono stile e sostanzialmente afflato, distinguendosi appena per la maggiore – come dire? – “bucolicità” del mini, sottendendo “Treeless Plain” una tensione più forte. Particolarmente evidente in una Red Pony caratterizzata da stupendi impasti di violino e tastiere, nel ruvido finale di Branded, nei blues con ritmica jazzata My Baby Thinks She’s A Train e Rosevel, in una Old Ghostrider doverosamente spettrale e nella psichedelica Hanging Shed. Ma la marziale Property Is Condemned, brano forse migliore del mini a pari merito con una traccia omonima retta da un bordone di archi e organo e cantata da Jill Birt con un’innocenza degna di Maureen Tucker, avrebbe potuto benissimo figurare sul lavoro precedente.

È viceversa impossibile confondere l’omonimo mini a nome Lawson Square Infirmary dato alle stampe, sempre dalla Hot, nel 1984 e l’EP Field Of Glass, dell’85. Countreggiante il primo, un delizioso divertissement cui prendono parte i due fratelli McComb e Alsy Macdonald; nevrotico e ultraelettico il secondo, registrato in presa diretta negli studi della BBC. Se Bright Lights Big City e Monkey On My Back mediano i Doors con i Bad Seeds più caustici, la canzone che gli dà il titolo è una The End suonata dai Suicide. Immaginate!

Nel 1985 esce solamente un altro EP, You Don’t Miss Your Water, che nel brano principale vira country il classico soul di William Bell. Ben due nell’arco di neppure sei mesi sono invece i 33 giri che vedono la luce l’anno dopo, per l’ultima volta per i tipi della Hot Records. Eccellenti e speculari. Più levigato il primo, “Born Sandy Devotional”, che molti ritengono il capolavoro dei Triffids; intrepidamente lo-fi il secondo, “In The Pines”, registrato su un otto piste in pieno deserto, in un capannone solitamente deputato alla tosatura delle pecore. Alla compagnia si è unito Graham Lee, che già aveva partecipato alla breve avventura Lawson Square Infirmary, e la sua slide si infila languida un po’ ovunque. Di “Born Sandy Devotional” sono indimenticabili la melodia ariosa e l’organo solenne e minimale di Wide Open Road, la torpidamente bluesata Life Of Crime e quella Afterhours trifida che è Tender Is The Night. Di “In The Pines”, l’omonimo, ruspante minuetto e quella Under The Boardwalk a Nashville che è Once A Day.

Indotta più da una stampa uniformemente entusiasta che da vendite che permangono modeste, la Island britannica mette sotto contratto il gruppo. E qui finiscono, per quanto mi riguarda, i Triffids che vale la pena di raccontare. Sarà un caso, ma il passaggio a una casa discografica più grande coincide con un appesantirsi degli arrangiamenti e un vistoso scadimento della scrittura di McComb, che da eclettica e sommamente peculiare si fa banale, qualunque. Di “Calenture” (1987) si salva a malapena Jerdacuttup Man, saporosa di Pogues. Il resto è un naufragio fra archi straripanti e cliché finto soul. “The Black Swan” (1989) spara in cento direzioni senza cogliere un bersaglio. Lo sconcerto di fronte al beat hip hop con ritornello alla Marc Almond di Falling Over You (che non è malaccio) diventa fastidio dinnanzi alla quasi disco di Goodbye Little Boy e ai Red Hot Chili Peppers barocchi (!?) di The Spinning Top Song. E dire che quando i Triffids si limitano a fare i Triffids, come nell’iniziale Too Hot To Move, Too Hot To Think, i risultati sono ancora pregevoli… È come se avessero smarrito la bussola e stessero vagando disperati alla ricerca di punti di riferimento.

Il congedo, “Live Stockholm”, che esce per la svedese MNW nel 1990, è per fortuna dignitoso e in retrospettiva commovente: la canzone cui il gruppo di Perth affida i saluti è una cover da cuore in gola di How Could I Help But Love You?, di Naomi Neville. Come posso fare a meno di amarti? Sul serio.

Confesso di avere perso di vista David McComb negli anni ’90. Non mi sono mai imbattuto nel suo LP da solista, “Love Of Will”, pubblicato dalla Mushroom nel 1994, e solo pochi giorni prima di porre mano a questo articolo ho ascoltato “All Souls Alive” (Frontier, 1994), album d’esordio di Blackeyed Susans, sorta di supergruppo australiano aperto dalla formazione in perpetuo rimodellamento. Al tempo ne facevano parte sia David McComb che Graham Lee e McComb è coautore di diversi brani. È un ottimo disco, prossimo ai Triffids degli esordi e meritevole di riscoperta. Every Gentle Soul, che piacerebbe ascoltare da Chris Isaak, e il country-blues à la Cohen di Reveal Yourself valgono i Triffids più memorabili.

Prima di mettermi a scrivere ho riesumato una cassetta sulla quale, tanti anni fa, un collega mi aveva gentilmente registrato i 45 giri australiani dei Nostri. È partito il beat spensierato di Stand Up. I primi versi impressi su vinile da un David McComb che all’epoca aveva diciannove anni mi hanno lasciato boccheggiante.

Stand up for your rights/Grab your baby and hold her tight/If she don’t love you well it’s OK/We’re all gonna die anyway.

La vita…

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.11, aprile 1999.

3 commenti

Archiviato in archivi

Wizards Of Oz (3)

The Triffids – My Baby Thinks She’s A Train (da “Treeless Plain”, Hot, 1983)

2 commenti

Archiviato in Australia, video