Dylan secondo Scorsese – No Direction Home

Laddove si parla (anche) del cofanetto la cui voluminosa costina potete da sempre ammirare ogni volta che venite a visitare questo blog, subito qui a destra. Va da sé: per Suze Rotolo, che non c’è più ma resta nei nostri sogni.

Bob Dylan - No Direction Home

Peggio per me che non ho controllato prima la durata e dire che la divisione in due DVD avrebbe dovuto mettermi in guardia (ma pensavo che il film stesse sul primo e i bonus sul secondo, nel quale avrei potuto magari immergermi in altra occasione): più che notte fonda ho fatto l’alba guardando No Direction Home, il documentario di Martin Scorsese, del 2005, che racconta Bob Dylan dall’adolescenza a quel tour mondiale del 1966 dopo il quale nulla fu più lo stesso. Per il rock, per Dylan e per il mondo. Ho fatto l’alba e non me ne lamento. Ho fatto l’alba e non me ne sono accorto, totalmente perso in… quante sono alla fine tutto incluso?… quattro ore circa che hanno funzionato da macchina del tempo come mai mi era accaduto con un film di argomento musicale. Non è solo che è articolato magistralmente e ha un ritmo da non credersi, che è poi il minimo che puoi attenderti da un maestro come Scorsese, uno che fa rock’n’roll anche quando fa fiction. Non è solo che la folla di testimoni costruisce un coro da teatro greco – suggestivo quanto funzionale – intorno alla principale voce narrante, che è quella dello stesso bardo di Duluth, e che un Dylan così… sincero non lo si era mai visto. Nemmeno lo si era immaginato. Chi avrebbe pensato che potesse porgersi in tal modo? Cuore aperto e un meditabondo sorriso sulle labbra. Sono state certo tutte queste cose assieme, ma a tenermi incollato allo schermo, a farmi afferrare spesso il telecomando per tornare su un qualche punto, trasformando così le quattro ore in sei o sette, è stata l’incredulità di fronte a cosa è riuscito a recuperare il regista nel suo certosino lavoro di ricerca in archivi che si sono rivelati cornucopia di meraviglie stordenti.

A partire da una traballante registrazione casalinga del 1959 (sarà che è un blues, ma sembra arrivare dagli anni ’30) che immortala un Robert Zimmerman sì e no diciottenne alle prese con When I Got Troubles, una delle sue prime canzoni autografe e per certo la prima di cui ci sia giunta documentazione. Mi ha fatto l’effetto che avrebbe potuto farmi scoprire che è stata rintracciata un’incisione di Robert Johnson della quale non si aveva notizia. Per finire – e, mi si perdoni il paragone blasfemo, un filmato “live on the Golgota” non mi avrebbe lasciato più basito – con l’esecuzione di Like A Rolling Stone a Manchester il 17 maggio 1966. No, non soltanto in audio: in video, cazzo, in video. Già ero grato fino alle lacrime al dio del rock che quell’epocale concerto fosse stato eternato su nastro, che fosse possibile ascoltare l’alterco con uno spettatore più celebre di sempre – “Giuda!” “Non ti credo. Sei un bugiardo.” –, seguito dall’istruzione alla band (alla… Band) a suonare la canzone sunnominata “fuckin’ loud”. Mi avessero detto che avrei potuto assistere a quel momento cruciale da una posizione privilegiata, come da una balconata distante pochi metri dal palco, ma avrei dovuto dare in cambio un anno di vita ci avrei pensato su. Ho dato in cambio venti euro al mio negoziante di fiducia. Non potrò mai ringraziare abbastanza Martin Scorsese per una simile emozione e dire che qualche anno fa era riuscito a stupirmi e a commuovermi quasi altrettanto tirando fuori dal cilindro – nel colossale The Soul Of A Man – dei filmati di J.B. Lenoir, uno dei bluesmen da me più amati e uno di cui si pensava esistessero solamente delle foto, poche perdipiù.

Il lettore che mi ha seguito fin qui potrebbe essere perplesso. Chiedersi: ma che hanno combinato ’sto mese? Hanno scambiato la rubrica del vinile con quella dei DVD? No, nessun errore di impaginazione. A farmi decidere di acquistare No Direction Home il film è stato l’arrivo a casa mia – un gentile presente del distributore Sound And Music – di “No Direction Home” la colonna sonora, volume 7 della mai lodata a sufficienza “Bootleg Series”. Un banale doppio CD oppure, nella sontuosa edizione in plastica nera e lucente curata al solito da Classic Records, un favoloso cofanetto con dentro due pesantissimi album doppi, contenuti in copertine che fanno il verso a quelle di “Bringing It All Back Home” e “Blonde On Blonde” e accompagnati da un libro formato LP di una sessantina di pagine. Zeppo di foto stupende, introdotto da Andrew Loog Oldham, suggellato dai ricordi di Al Kooper. In un certo qual modo un altro film e – credetemi – avendone uno l’altro diventa irrinunciabile. Più che sovrapporsi si completano.

Scorsese naturalmente, pur mantenendo piana e dritta l’esposizione, si muove su e giù per la linea temporale. Jeff Rosen, Steve Berkowitz e Bruce Dickinson, che si sono occupati del restauro di registrazioni sovente non proprio pristine, hanno seguito l’ordine cronologico. Dico l’ovvio se affermo che un’operazione di questo tipo è destinata non a chi di Zimmie ha una conoscenza anche buona ma non particolarmente approfondita bensì al fan che, non pago della discografia d’epoca, si è poi avventurato in un viaggio per archivi che si spera lungi dall’essersi esaurito. Il che non impedirà eventualmente anche al primo di precisare assai meglio l’idea che si era fatto dell’artista che come nessuno cambiò la musica popolare (più dei Beatles, certo, più dei Beatles) negli anni ’60 del Novecento. Uno che sobillò una rivoluzione culturale che quattro decenni dopo ancora si stenta a misurare. Ci si perde felicemente in queste otto facciate, fra esecuzioni live di una pregnanza unica (ad esempio una seconda facciata risalente per intero al ’63, catturata sui palchi newyorkesi della Town e della Carnegie Hall) e demo assolutamente rivelatori (il mio preferito una Mr. Tambourine Man a due voci con Ramblin’ Jack Elliott). Mi sia consentita ancora un’annotazione e torno qui al film: a sessanta e rotti anni Suze Rotolo resta solare e bellissima. La fidanzata ideale di cui tutti abbiamo fantasticato davanti alla copertina di “The Freewheelin’”.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.281, luglio/agosto 2007.

6 commenti

Archiviato in archivi, Bob Dylan

6 risposte a “Dylan secondo Scorsese – No Direction Home

  1. giuliano

    Non c’è partita, il rockumentario più bello di sempre. E al 2° posto ci metto “Don’t look back” di Pennebaker, a costo di sembrare ciecamente dylanista (ma sul valore artistico di “Don’t look back” mi pare ci sia poco da discutere). Al 3° “Gimme Shelter”.
    Mi sto accingendo a vedere “The promise”. Se ne dicono meraviglie, l’ho comprato pochi giorni fa. Ma non so se quel podio personale potrà mai essere insidiato.

    • Orgio

      Immagino che “Anvil! The Story Of Anvil” tu non l’abbia nemmeno preso in considerazione. Peccato, perché, al di là del merito della proposta musicale, è davvero emozionante. Mi permetto di consigliartelo.

      • giuliano

        no, non l’ho visto, ma lo farei volentieri se mi capitasse, ancorché gli Anvil – l’avrai capito – non siano la mia tazza di tè.
        La mia classifica, va da sé, è opinabilissima.

  2. giuliano

    -“Mi ero stancato…”
    -“Di cosa in particolare?”
    -“Di gente come te”.

    Solo Dylan poteva permettersi di apostrofare così Martin Scorsese.

  3. Francesco

    Maestro, sono off topic, ma è morto Bobby Blue Bland, un articoletto?

    • La notizia della morte di Bobby Blue mi è giunta molto in ritardo e a ragione di ciò un coccodrillo a più o meno venti giorni dall’evento mi è parso inopportuno. In effetti, a parte l’articolo abbastanza lungo che scrissi per “Blow Up” ed è poi finito in Scritti nell’Anima, una cosa più breve l’avrei anche in archivio. Mo’ ci penso…

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