The First Cat (Stevens) Is The Deepest

Dopo anni di assenza dai radar pressoché totale ci si imbatte con sorprendente frequenza in notizie riguardanti colui che da lungi si fa chiamare Yusuf Islam ma un tempo era universalmente noto come Cat Stevens. L’ultima volta che si è ritrovato agli onori di cronache e agenzie è faccenda di pochi giorni fa e non mi dilungo al riguardo. Avrete letto. Bello però notare, a parte che non è più una novità che abbia fatto pace con il suo passato, che anche quando si muove – e capita ancora – in modo discutibile il nostro uomo sia tornato a essere un esempio di moderazione ed ecumenismo. “Mite e caritatevole”, lo dicevo in questo articolo del 2006.

Cat Stevens

Sono passati quattro decenni dacché Cat Stevens esordiva a 45 giri con un onorevole piazzamento (ventottesimo) nella graduatoria britannica. Ventisette sono invece gli anni trascorsi da quando si ritirava a vita privata dopo così tanti successi che a elencarli si riempirebbe di numeri una colonna. Numeri, come recitava il titolo del nono dei suoi undici LP in studio, edito trentuno anni or sono e cioè due prima che si facesse musulmano. Dodici ulteriori anni dopo alcuni dj americani avrebbero organizzato un falò di suoi dischi, mentre a testimoniare un dissenso meno gridato ma al pari significativo i 10,000 Maniacs annunciavano che avrebbero eliminato dalle ristampe di “In My Tribe” la sua Peace Train. Simili gesti di intolleranza sarebbero sempre da deprecare, ma era quello un rogo con poco a che vedere con quelli appiccati oltre Atlantico molto prima, quando John Lennon dichiarò i Beatles “bigger than Jesus”. Era un protestare, forse contraddittorio, contro l’intolleranza anziché un propugnarla: Yusuf Islam, nome assunto dopo la conversione da Steven Demetre Georgiou in luogo dell’alias da popstar, aveva appena dichiarato di appoggiare la fatwa emessa nei confronti dello scrittore Salman Rushdie dall’ayatollah Khomeini e grande in Occidente era l’indignazione. Dirà in seguito di essere stato frainteso e manipolato, ma una chiara abiura di quelle frasi sciagurate non l’ha mai pronunciata e la macchia, su una vita altrimenti specchiata, resta. Così come la sorpresa, dolorosa, per un’esibizione di fanatismo fra l’altro in totale contrasto con una fama di uomo mite e caritatevole. Piace pensare che intimamente se ne sia pentito e che sia solo per non innescare nuove polemiche che non è mai tornato sull’argomento. Piace pensare, e più che indizi in tal senso ci sono frasi nette, pronunciate nel 2000 in un’intervista a “Mojo” (la prima a un giornale musicale dopo oltre vent’anni!) e ulteriormente messe nero su bianco nel 2001 nel libretto di un box quadruplo, intitolato semplicemente “Cat Stevens”, che abbia fatto da allora pace con se stesso. E che con la maggiore tolleranza nei confronti del giovane che fece cantare milioni di giovani sia tornata la comprensione, magari l’empatia, rispetto a chi in materia di religione ha convinzioni diverse. Nel frattempo quello di Cat Stevens è un nome che non soltanto rifiuta di sparire dagli annali del pop-rock ma ogni tanto vi si riaffaccia. Valgano come esempi del fascino immutato di canzoni dall’appeal universale e transgenerazionale due cover del suo brano più celebre, Father And Son, realizzate da personaggi che non potrebbero essere più distanti fra loro: i fatui, adolescenziali Boyzone la riportavano in cima alle classifiche nel 1995, il compianto Johnny Cash qualche anno dopo ne registrava una straordinaria, intensissima versione (inclusa nel 2003 nel cofanetto “Unearthed”) in duetto con Fiona Apple.

Era dunque il 1966 quando il mondo, o quantomeno la Gran Bretagna, sentiva parlare per la prima volta di un diciannovenne nato nel West End di Londra da padre greco-cipriota e madre svedese e accostatosi alla musica battendo a casaccio sui tasti del pianoforte del ristorante di papà. Ed era proprio per sfuggire al destino di ristoratore che il babbo (uomo peraltro di buona cultura e padrone di dieci lingue) vagheggiava per lui che il ragazzo prendeva in mano una chitarra, a quindici anni, e in fretta se ne impadroniva a sufficienza da potersi esibire in pubblico e con creatività bastante a comporre le prime canzoni. Non si immaginino scenari ribellistici: lo strumento glielo aveva regalato il padre, amatissimo. Cat Stevens, questo il mezzo pseudonimo assunto su sollecitazione di una Deram entusiasta delle qualità del giovanotto ma disperata al pensiero di dovere pubblicizzare un autore dal cognome impronunciabile per un inglese, non è mai stato un artista controverso. Se non, al limite, con il suo essere un anticonformista rispetto all’anticonformismo vigente almeno fra la Swinging London e Woodstock. Cantore intimista delle semplici gioie di una vita quieta in cerca di un po’ di amore, da presto sui sentieri di una ricerca spirituale che avrà l’approdo che sappiamo. Una via di mezzo, di strepitoso popappiglio, fra un Elton John e un Nick Drake che fra l’altro, nel 1966, erano ben lungi dall’affacciarsi al proscenio. Ho detto di una Deram entusiasta, ma è un’inesattezza. Costola della Decca, la Deram veniva addirittura fondata (incideranno con il suo marchio David Bowie, i Moody Blues e un bel po’ di gruppi progressivi) per battezzare in pompa magna il debutto del promettentissimo talento. Che a una deliziosa I Love My Dog in lieve anticipo su “Forever Changes”, e in realtà frutto di un creativo furtarello al jazzista Yusuf Lateef, dava in breve seguito con il magniloquente beat con un’essenza d’acido di Matthew & Son il singolo e un 33 giri dallo stesso titolo, diviso fra folk alla Donovan, beat moderatamente orchestrati e vaudeville kinks-beatlesiani, formula ripetuta con meno brillantezza nel successivo (ma sempre 1967) “New Masters”. Anno incredibile per un ventenne che collezionava una mezza dozzina di titoli fra 45 giri ed LP nelle zone alte delle classifiche patrie e via Tremeloes, che coverizzavano una Here Comes My Baby perfettamente mediana fra Byrds e Monkees (in Italia la rifacevano i Rokes come Eccola di nuovo), aveva un assaggio di gloria americana. Furoreggiava pure la lettura di P.P. Arnold del melodico melò di The First Cut Is The Deepest (futuro hit prima per Rod Stewart, quindi per Sheryl Crow) e sembrava insomma che nulla potesse fermare il nostro eroe. Ci pensava una tubercolosi diagnosticata in ritardo e che lo riduceva in fin di vita, costringendolo per tre mesi in un ospedale. Volatile l’attenzione del pubblico nei favolosi ’60. Al ritorno in scena Cat Stevens si scopriva già dimenticato e prontamente scaricato da una Decca non più entusiasta. Esperienza illuminante, un’epifania quasi quanto l’essersi trovato faccia a faccia con la morte: ne farà tesoro. Avendo avuto anche modo di meditare nella lunga degenza sui dissennati comportamenti, con stravizi alcolici, drogati, sessuali, cui l’aveva portato a indulgere una dea bendata subito in ginocchio da lui. Si emenderà, senza per ora diventare bigotto.

Il vero ritorno di Cat Stevens era datato 1970 e griffato Island, etichetta (A&M negli USA) presso la quale resterà domiciliato per un decennio intero, ossia per tutto il resto di una carriera sul cui brusco stop eserciterà una determinante influenza un altro incontro ravvicinato con la Grande Livellatrice: nel 1974 rischiava di annegare e veniva miracolosamente risospinto sulla spiaggia di Malibu da correnti improvvisamente cambiate. Farà il resto un (improvvido?) regalo del fratello David, che di ritorno da un viaggio a Gerusalemme gli faceva dono di una copia del Corano. Dopo la conversione, ufficialmente datata dicembre 1977, realizzerà un album ancora per poi ritirarsi, trovando incompatibili gli impegni professionali e mondani di un divo della musica con la fede abbracciata. Comunque la si pensi, una decisione coraggiosa, visto che sebbene declinante il suo successo era ancora considerevole. Fors’anche giunta al momento giusto, giacché  a parte un congedo, “Back To Earth”, in cui la fiamma tornava piacevolmente a guizzare fra le ceneri di elegiache ballate dagli arrangiamenti di nuovo sobri, era da un “Foreigner” che nel 1973 soccombeva all’eccesso di ambizioni (con un intero lato occupato da una pasticciata suite) che pure l’ispirazione era in calo. Fatte salve sparse gemme luccicanti in collane mai ognimmodo proprio opache.

Per chi aborre le antologie, il Cat Stevens da catturare è quello dei quattro LP dati alle stampe fra il 1970 e il 1972, da “Mona Bone Jakon” a “Catch Bull At Four” via “Tea For The Tillerman” e “Teaser And The Firecat”. Là si consolida uno stile che approccia con gusto marcatamente pop un’idea universale di folk, britannico e greco ma anche indiano e caraibico, balcanico e variamente latino. Non a digiuno né di rock’n’roll né di soul, occasionalmente memore del frizzare beat degli esordi. Fu il controaltare europeo (con rilevantissimi riscontri commerciali comunque pure negli Stati Uniti) dei James Taylor e delle Carly Simon. Tutto sommato è invecchiato meglio: totalmente del suo tempo, oggi sembra in una qualche strana maniera atemporale, senza età.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.628, novembre 2006.

3 commenti

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3 risposte a “The First Cat (Stevens) Is The Deepest

  1. Stefano Piredda

    Me lo ricordavo bene, questo pezzo.
    Sottoscrivibile dalla prima all’ultima parola.

  2. Concordo per la scelta dei 4 lp da te citati. Non si butta via niente, come del maiale (e pazienza se lui non lo mangia)

  3. un piccolo omaggio mio al grande Yusuf Islam https://www.youtube.com/watch?v=NUMIAtGXywo
    Marco

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