Un po’ del meglio di Neil Young

Due parole (anche qualcuna in più, via) su un “Greatest Hits” di uno che i “Greatest Hits” li ha sempre avuti in uggia. Anche dal vivo, come non ha mancato di ricordarci nella sua più recente visita italiana.

Neil Young - Greatest Hits

È certamente un segno dei tempi che sul retro di un suo “Greatest Hits” appena stampato in vinile da Classic Records Neil Young dichiari la scaletta stabilita in base “alle vendite originali, alla programmazione radiofonica e ai download accertati” (ove per accertati suppongo sia da intendere soltanto quelli legali e a pagamento): lui che con il digitale e più in generale con la modernità non è mai andato d’accordo, al punto da rinviare per anni la ripubblicazione su CD di una cospicua parte del suo cospicuo catalogo, per la disperazione di chi avrebbe voluto sostituire copie a volte già fruscianti in partenza (buone le stampe italiane, eccellenti le tedesche, spesso mediocri o peggio – pensate un po’ – proprio le americane) e soprattutto di chi quei dischi non li aveva e punto. Perché gli sembrava (arduo dargli torto, riascoltando certa immondizia sonora vendutaci a caro prezzo per tutti gli anni ’80) che il nuovo supporto non rendesse giustizia alla verità della musica. E se vogliamo è un segno dei tempi, che da un lato vedono la musica farsi sempre più immateriale, dall’altro una recuperata attenzione per l’oggetto disco, esaltato pure in CD dal lusso di certi cofanetti o dall’uso crescente di cartonati, anche che il vecchio e ultimamente un po’ malandato Canadese possa permettersi di ripubblicare questi “grandi successi” sull’adorato supporto primigenio. È un’edizione magnifica per quanto è massiccia, un quattrocentocinquanta grammi di vinile distribuiti fra due LP e un sette pollici sfiziosamente bianco latte alloggiati in una solida copertina apribile, con i crediti su un foglio a parte e che costava fare centouno con i testi? Ma non lamentiamoci.

In copertina, in un’immagine iconica, il nostro eroe appare bello ingrugnito, l’orso che spesso è stato, pieno di idiosincrasie nei confronti dell’industria, del pubblico, del suo stesso successo. Stiamo del resto parlando dell’unico artista cui un datore di lavoro abbia mai intentato causa accusandolo di… non essere se stesso. Accadeva quando alla Geffen, non certo a torto, si scocciavano di vedersi rifilare improbabilissimi oltre che orrendi album di elettronica, di rockabilly o di country canonico invece dei nuovi “After The Gold Rush”, “Harvest” o almeno “Rust Never Sleeps” che si aspettavano. Neil Young: l’uomo sopravvissuto alla più lunga serie di suicidi commerciali che si ricordi. L’uomo che lasciò i Buffalo Springfield quando potevano diventare una cosa davvero grande e Crosby, Stills & Nash quando già erano una cosa grandissima. L’uomo che a un numero uno su entrambe le sponde dell’Atlantico della forza e della solidità di “Harvest” diede seguito con la raffazzonata colonna sonora di un film mai uscito e poi con un live tutto di inediti, primo pannello di una trilogia di pura paranoia, altro che bucolico nuovo West. L’unico della sua generazione ad abbracciare subito, e con entusiasmo, il punk. L’unico che sarà abbracciato dal grunge e dopo avere celebrato il matrimonio con uno dei live (“Weld/Arc”) più elettrici ed elettrizzanti che la storia del rock ricordi subito spegneva gli amplificatori per un paio di dischi.

Pare dunque avere una sua perversa logica che in una  raccolta di Neil Young che fondamentalmente fa il punto, in ordine cronologico, sui suoi primi dieci anni da solista saltando del tutto i successivi dieci (sicuramente non solo per problemi di diritti) e, ripreso il filo, definitivamente lo taglia all’ingresso nei ’90, manchi la canzone più famosa in assoluto del cantautore di Toronto. Come se in un’antologia di Bob Dylan non ci fosse Blowing In The Wind. In una dei Beatles mancasse Yesterday. In una dei Rolling Stones Satisfaction. Qui non risponde all’appello Harvest e non vale né consolarsi con le presenze di Comes A Time e di Harvest Moon, che di quel capolavoro di ballata campagnola sono sorelline graziose ma minori, né giustificare con l’osservazione che all’epoca, in effetti, la traccia che intitola il più venduto di sempre degli LP del Nostro a 45 giri non uscì. Il primo singolo fu Heart Of Gold, con sul retro l’inedita Sugar Mountain, il secondo traeva dall’album Old Man e The Needle And The Damage Done, tutte e quattro recuperate. Ma se i criteri di scelta includevano, come dichiarato, i passaggi radiofonici e il download da Internet non si vede come giustificare un’esclusione tanto clamorosa, se non con le usuali fisime dell’autore. Tant’è… Non dovevate certo comprarvi un “Greatest Hits” per averla, giusto? E già dovreste avere una larga, larghissima parte di un programma che comprende un titolo da “Neil Young”, tre da “Everybody Knows This Is Nowhere”, uno da “Déjà Vu”, tre da “After The Gold Rush”, tre da “Harvest”, uno da “American Stars N’Bars”, “Comes A Time”, “Rust Never Sleeps”, “Freedom”, “Harvest Moon”, più i 45 giri Ohio (la rara versione in studio) e Sugar Mountain. Ma persino se possedete già tutto dovreste lo stesso regalarvelo (Natale è vicino, siete stati buoni, ve lo meritate) questo doppio più uno griffato Classic Records, perché un Neil Young così ben suonante – ve lo garantisco – non lo avete mai sentito. Mai così emozionanti l’ingresso del piano in After The Gold Rush o il vibrare dell’armonica in Old Man, mai così frizzanti i violini di Comes A Time e soltanto ad andarsela a sentire dal vivo l’elettrica del Canadese sguscia, ruggisce, si impenna come fra questi solchi. Uno spettacolo. Ancora un segno dei tempi? Classic Records del nostro amico ha prontamente reso disponibile in sacro vinile il nuovo “Prairie Wind”. Ve ne riferirò fra un mese.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.262, novembre 2005.

6 commenti

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6 risposte a “Un po’ del meglio di Neil Young

  1. … e che bello anche “prairie wind”!

  2. Francesco

    il vecchio nello giovane è ancora in forma e sugli scudi, anche con le mani piegate da quelli che a me son sembrati pochi giorni fa i segni di un’artrite incipiente.

  3. Un piccolo consulto riguardo a quella parentesi sulle stampe in vinile. Premessa: causa piccole iene distruttrici in casa, sto rinunciando da anni ad ascoltare gli LP (il piatto me l’hanno distrutto e ne prenderò uno nuovo quando anche la piccola avrà raggiunto la ragionevole (?!?) eta’ di 5 anni. Pero’ l’anno scorso a Vinilmania ho fatto (pensavo) l’affarone: Times fades away (l’unico titolo inedito in cd) a 4€!! Quando non lo vedevo in giro a meno di 30-40. Condizioni abbastanza buone. Stampa americana. Messo da parte come una bottiglia pregiata: quando l’assaggero saprà di tappo?

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