Procol Harum: solo una canzone?

Procol Harum - Procol Harum

Credi che questa che hai scritto sia buona musica?” “È solo una canzone.” “E sei consapevole del fatto che probabilmente, da qui a due settimane, nessuno se la ricorderà?” “Sicuro.” “La cosa ti preoccupa?”. “No.

Quel che si dice esser preveggenti! Lo scambio di battute sopra riportato risale al giugno 1967 e a dialogare sono un arcigno giornalista della BBC, intimamente disgustato dall’essere costretto a occuparsi di robaccia come il pop, e il leader di un complesso che ha visto il suo primo 45 giri agguantare la vetta delle classifiche in un paio di settimane dall’uscita: ci resterà, in Gran Bretagna, per sei e venderà complessivamente nel mondo quei sei o sette milioni di copie. Lui era (è) Gary Brooker, loro erano (intorno alla metà dei ’90 hanno provato a essere di nuovo) i Procol Harum. E la canzone, naturalmente, è A Whiter Shade Of Pale. Dieci anni e tre mesi dopo quell’intervista e quel successo che inaugurava l’Estate dell’Amore londinese, e a gruppo appena sciolto, con il suo consueto tempismo in piena tempesta punk l’industria discografica la votava “migliore singolo britannico dell’ultimo quarto di secolo”. Ne è passato un altro, abbondante, ma c’è da scommettere che se si rivotasse oggi sarebbe comunque nei primi dieci posti: per i suoi artefici benedizione e maledizione senza fine.

C’è da qualche settimana un altro modo di gustare l’inconfondibile melodia portata avanti dall’organo liturgico di Matthew Fisher e presa da Brooker in prestito (diciamo così) da Johann Sebastian Bach e per la precisione dalla sua Aria sulla quarta corda. C’è un’altra possibilità per cercare di intendere se abbia o meno un senso il fluire di versi bislacchi e immagini arcane con cui Keith Reid la corredò, a immagine e somiglianza di Bob Dylan. Piuttosto che la solita dozzinale raccolta o in ogni caso un luccicante dischetto digitale. La Classic Records ha appena ristampato l’omonimo debutto del quintetto del Southend ed è un’edizione davvero inconsueta e tantopiù per una casa così poco incline alla frivolezza. Con correttezza filologica A Whiter Shade Of Pale è separata fisicamente dal resto dell’album, che l’ha contenuta solo nelle stampe dalla seconda in poi, e pazienza se la filologia subisce poi un duro colpo con l’inclusione di Homburg, secondo grande hit di Brooker e soci e seconda incomprensibile e autolesionistica esclusione dalla scaletta originale, che in suo luogo conteneva Good Captain Clack che qui manca. Fin qui tutto bene. E a essere bizzarro non è nemmeno che la canzone sia offerta su un dodici pollici che la fa ruotare su una facciata a 45 e sull’altra a 33 giri, scelta esemplare per un’etichetta per audiofili. Bensì che tale scelta sia clamorosamente contraddetta dall’uso di un marmoreo vinile colorato, opzione indubbiamente coreografica ma che lascia parecchio dubbiosi sulla tenuta nel tempo del manufatto, siccome il vinile colorato – si sa – si sciupa assai più in fretta di quello banalmente nero. Tant’è. Per ora regge e nello splendore del suono… monofonico ha già inondato più volte il mio studio. Però sicuro di avere individuato una differenza fra i due lati non lo sono ancora. Ho l’impressione che quello che deve girare più velocemente vanti più presenza, ma siamo alle sfumature infinitesimali.

In rassicurante vinile nero, però sempre in mono, la segue l’LP ed è una piacevole, a tratti piacevolissima riscoperta, dall’iniziale Homburg, solenne e dolcissima e con un che di minuetto, al congedo sacrale e un po’ mellifluo, con Robin Trower troppo compreso nella parte di piccolo Hendrix, di Repent Walpurgis. L’unica lieve caduta, o forse la seconda contando l’ognimmodo divertente vaudeville di Mabel. Ma in mezzo ci sono gioielli autentici, da una She Wandered Through The Garden Fence non distante da certi Beatles coevi a una Something Following Me che suona come una versione da British blues di Ballad Of A Thin Man, da una Kaleidoscope che legittima i raffronti fra i primi Procol Harum e The Band alla pestoncella, e propulsa da un organo ai limiti del garage, Conquistador. In una lettura appesantita da un’intera orchestra e infinitamente meno convincente, quest’ultimo brano scalerà a sorpresa le classifiche a quattro anni e mezzo dalla prima apparizione nei negozi, in prossimità del Natale 1967.

Sarà che la fine fu davvero ingloriosa, in pieno punk e dopo alcuni dischi orribili e un tour di spalla ai Supertramp: fatto è che la banda Brooker è stata a posteriori sottovalutata e vilipesa (dopo non essere stata granché apprezzata dalla critica neppure in vita, tranne che in Italia ma per i motivi sbagliati) al di là dei limiti emersi dopo il terzo e forse migliore album, “A Salty Dog”, AD 1969. Dopo di allora le smanie progressive prendevano il sopravvento sui ricordi di rhythm’n’blues (in una precedente incarnazione i Nostri, come Paramounts, avevano conquistato poco successo ma tanti estimatori accaniti e fra essi i Rolling Stones) e idee occasionalmente ancora apprezzabili affondavano in tronfi mari. Il che nulla toglie all’immensità di A Whiter Shade Of Pale (al pari nota dalle nostre parti nella traduzione di Mogol per i Dik Dik: Senza luce). Il che non può sminuire un bel debutto adulto che, ammonisce il retro copertina, “va ascoltato nello spirito nel quale è stato fatto”. Indicazione dalle molteplici letture: chimicamente alterati, come si usava quando i Procol Harum lo registrarono, o facendo girare un solido vinile mono dal suono di una densità e un dettaglio da non crederci? Diomio! Non poniamo limiti alla provvidenza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.244, marzo 2004.

5 commenti

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5 risposte a “Procol Harum: solo una canzone?

  1. Nicholas

    L’altro lp da ascoltare riguardo ai Nostri è dunque il terzo?

  2. Nicholas

    Grazie ad entrambi

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