Potere alla parola (10): Def Jam – Ancora una volta, piaccia o no, il Suono della Giovane America

Def Jam 10th Year Anniversary

Va bene! Può sembrare una furbata ma sul serio ci ho pensato tanto e non sono riuscito a trovare, per questi appunti sui dieci anni della Def Jam, un titolo migliore di quello dato da Bill Adler all’articolo che apre il libretto allegato al box di quattro CD che, sotto Natale, ha celebrato con parole e musica il decimo compleanno (a volere essere pignoli sarebbe l’undicesimo…) dell’etichetta newyorkese. Troppo indovinato il richiamo a quello che negli anni ’60 fu lo slogan della Motown: con tanta sana maleducazione in più rispetto alla ditta fabbrica-hit di Detroit proprio questo, il suono della giovane America, è stata ed è la Def Jam. Ho rubato, d’accordo. Anzi, visto che di hip hop si va a parlare: ho campionato.

Abbiamo fatto uscire i peggio dischi, roba che le altre etichette non si azzarderebbero mai a mettere in circolazione. Roba che le radio non trasmettono. Non sono lavori commerciali sotto nessun punto di vista tranne uno: che la gente vuole comprarli.” (Rick Rubin, 1985)

Russell Simmons: “I dischi dovrebbero essere come montagne russe che ti portano in stanze oscure, in posti dove non sei mai stato”. Rubin: “Sei davvero poetico, Russell. È proprio carino ciò che hai detto”. Simmons: “Be’, sai, ho sempre parlato molto con le puttane”. (1987)

Strana coppia Russell Simmons e Rick Rubin (ancora più bizzarra quella, Simmons/Lyor Cohen, prodotto della sua separazione): il primo figlio della piccola borghesia nera, colto, con un autentico talento per le pubbliche relazioni e un grande amore per il soul; il secondo bianco, di famiglia che definire abbiente è un eufemismo, eccentrico con tendenze isolazioniste, fan sfegatato (nonché esponente di infima schiera) del primo hardcore. Si conobbero nel 1984 al Danceteria, ritrovo alla moda della Big Apple dove convivevano b-boy, reduci della no wave e punk. Simmons, più anziano di alcuni anni, aveva già una solida esperienza in fatto di management, avendo lavorato con Kurtis Blow e Whodini. Aveva anche fatto uscire una ventina di vinili, che Rubin aveva molto apprezzato e si erano venduti discretamente. Rubin dal canto suo era amico di DJ Jazzy Jazz e del rapper T LaRock e aveva prodotto un loro 12”, It’s Yours, epocale perché caratterizzato (cosa inaudita) da un incisivo ritornello pop. Con il suo privilegiare il formato LP al mix pure Simmons aveva già introdotto un grosso elemento di novità nel rap. Le conseguenze dell’incontro fra queste due persone capaci di osare e guardare lontano hanno fatto la storia della musica nera, e pop, degli anni trascorsi da allora. La Def Jam nacque con un investimento modesto, ottomila dollari, e le idee chiare.

La ragione di vita di questa etichetta è far capire alla gente il valore della vera musica delle strade pubblicando materiale che, non esistessimo noi, nessuno distribuirebbe.” (Russell Simmons, 1984)

Come ricorda Bill Adler in apertura del suo articolo, nel 1984 l’idea che negli Stati Uniti la cultura afroamericana potesse ancora avere, come negli anni ’50 e ’60, un pubblico fuori dai ghetti e potesse influenzare massicciamente la gioventù bianca era alquanto radicale. Le icone della black music erano personaggi inavvicinabili come Michael Jackson e Prince e in TV l’epitome della negritudine era Bill Cosby. E gli anni della disco avevano scavato un solco fra il pubblico del rock e ogni musica nera più recente del p-funk. Ma a New York, sotto gli occhi ciechi dei discografici delle multinazionali, già intorno al ’78-’79 era iniziata, in sordina, una rivoluzione: nei club, nelle piste di pattinaggio, nei parchi, pionieri come Afrika Bambaataa lavorando con giradischi, rozze batterie elettroniche e voce recitante avevano creato una musica, evoluzione ultima della tradizione del griot (il cantastorie africano) e del talking blues, quale mai si era udita, lontana dal sentimentalismo di troppo rock come dalla sterilità emotiva e dall’assenza di vera funkness di troppa disco. Il rap primigenio aveva avuto i suoi hit, anche clamorosi come nel 1979 Rapper’s Delight (Sugarhill Gang), e aveva cominciato nel 1982, grazie a The Message (Grandmaster Flash), a guadagnarsi rispetto e serie analisi critiche, ma fu solo con l’irruzione in scena della Def Jam che iniziò a farsi adulto.

Non è questa la sede (ben altro spazio servirebbe) per raccontare, seppure dal punto di vista della Def Jam, la storia di dieci anni di hip hop. L’ha già fatto Adler, del resto, e a lui vi rimando. Quel che qui è essenziale sottolineare è che la fortuna arrisa all’etichetta newyorkese è dovuta almeno per metà all’intuizione iniziale che la musica dei ghetti mantenesse ancora potenzialmente l’appeal universale avuto quasi sempre in passato.

Ricordo ancora il primo spettacolo rap cui mi capitò di assistere. Fu a Los Angeles nel 1984. Sul palco, fra gli altri, c’era la World-Class Wrecking Cru, il primo gruppo di Dr. Dre, prima che fondasse gli N.W.A., ed erano presenti qualcosa come sedicimila ragazzini neri. C’era un’eccitazione pazzesca nell’aria e io desiderai istantaneamente essere parte di quella scena. So che è difficile crederci oggi, ma non era far soldi che avevo in mente quando pensai: sono sicuro che anche degli adolescenti bianchi possono essere interessati a tutto questo. È troppo nero, troppo anticonformista, troppo forte, troppo aggressivo, troppo i-tuoi-genitori-lo-odieranno: insomma, è fatto su misura per piacere agli adolescenti di qualunque razza ed estrazione sociale. È rock’n’roll! Presi a organizzare concerti al Mix Club, spettacoli punk, rap e reggae, tutti generi musicali che nessun promoter ‘serio’ faceva. Per il mio esordio da organizzatore misi su un cartellone che comprendeva Social Distortion, Fear, Fishbone, Circle Jerks, Red Hot Chili Peppers e Dickies, con i Run DMC come attrazione principale.” (Lyor Cohen, bianco, ebreo, partner di Russell Simmons nella Rush – agenzia di management – dal 1986 e nella Def Jam dal 1988, anno della fuoriuscita di Rubin dall’etichetta)

Il ragionare in termini di LP piuttosto che di 12” e di artisti piuttosto che di dischi hanno fatto il resto. Per essere chiari: alla Def Jam dobbiamo essere grati non tanto per il suo avere scoperto i Public Enemy ma per avere poi aiutato il gruppo a crescere e per il suo essergli sempre stata vicina (checché ne dica Chuck D), nella buona e nella cattiva sorte. Se oggi il ricambio generazionale nella scena hip hop si è fatto meno frenetico rispetto a un tempo è perché i discografici più intelligenti e gli artisti più saggi pensano un po’ più a costruire delle carriere e un po’ meno a inseguire il trend del momento.

“Quello che stiamo festeggiando non è il fatto che dopo dieci anni l’etichetta sia ancora viva e vegeta, perché qualunque etichetta valga un minimo a dieci anni arriva quasi automaticamente, ma il fatto che gli artisti con cui si è lavorato hanno avuto un’evoluzione e una storia loro. Per quanto mi riguarda, la mia opinione è che le case discografiche passano e i lavori dei veri artisti restano. Quello che festeggiamo oggi è il fatto che LL Cool J ha un disco in classifica nello stesso momento in cui il box del decennale raggiunge i negozi; che i Beastie Boys sono ancora in giro; che Eric Sermon, otto anni dopo i primi successi con EPMD, ha di nuovo un hit; che in Inghilterra i Public Enemy tengono ancora alto il vessillo della Def Jam. Celebriamo il fatto che chi ha lavorato con la Def Jam è durato nel tempo. Quando prendemmo LL Cool J e i Beasties non c’era major che fosse disposta a toccarli con un bastone. Erano quelli ‘strani’, gli invendibili. E invece sono ancora qui. Ecco cosa stiamo festeggiando.” (Russell Simmons, 1995)

Natale è passato, ma “Def Jam Music Group Inc. 10th Year Anniversary” (titolo formalissimo per un’antologia molto “punk” nello spirito) resta un regalo fantastico. Stuzzicante anche per il fan per le rarità che mischia alle hit, per il neofita dell’hip hop è un corso propedeutico senza pari: LL Cool J, Beastie Boys, Public Enemy, Slick Rick (la prima onda), EPMD, 3rd Bass (la seconda), Warren G, Domino, Redman, Method Man, Onyx (i rampanti) sono nomi che non necessitano di presentazione. La sua qualità stellare rispecchia una storia che ha fatto del logo Def Jam un marchio di qualità, dello stile Def Jam una filosofia di vita.

Ogni volta che pensiamo di mettere sotto contratto un nuovo artista, che bisogna fare uscire un LP, realizzare una copertina, girare un video la domanda che mi pongo è: è abbastanza buono per la Def Jam? È all’altezza della nostra storia? L’appassionato deve scegliere un prodotto con il nostro marchio in mezzo ad altri mille perché non è solo un album, un video, una maglietta che sta comprando, bensì uno stile di vita. Ecco perché non vedrai mai una Whitney Houston su Def Jam: noi lavoriamo solo con gente vera. Una major non potrà mai ragionare in questi termini. Siamo nell’hip hop da più tempo di chiunque altro e il nostro catalogo non teme confronti. Ci sarà sempre chi vorrà firmare per noi piuttosto che per un’altra casa perché siamo l’etichetta di LL Cool J. E perché, a distanza di tanti anni dall’esordio, LL Cool J incide ancora per noi.” (Lyor Cohen, 1995)

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.14, febbraio 1996.

1 Commento

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Una risposta a “Potere alla parola (10): Def Jam – Ancora una volta, piaccia o no, il Suono della Giovane America

  1. Anonimo

    La Def jam ha pubblicato capolavori ai tempo della old school , purtroppo da quando è stata “fusa” con la Universal adesso tende a commercializzare i suoi artisti. Non possiamo negarlo.

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