Aja: quei bastian contrari degli Steely Dan

Steely Dan - Aja

Mi va di cominciare con una citazione questo mese, di un grande, grandissimo critico che troppo presto ha deciso di privarci del suo intuito, del suo garbo, del suo senso dell’umorismo, di un patrimonio di conoscenze con pochi eguali. In un breve articolo – quattro paginette appena ma succose – incluso nel 2003 nella raccolta The People’s Music Ian MacDonald scriveva: “La grossolanità è contagiosa. Per fortuna lo è anche l’intelligenza – ecco perché ascoltare gli Steely Dan vi farà bene”. Brillante incipit cui seguiva un esilarante resoconto delle interminabili sedute di registrazione, in quel di Los Angeles, di “Gaucho”. È stato così che ho appreso, ad esempio, che giunti che si era al mix numero duecentocinquanta (ve l’ho scritto in lettere perché non pensiate a un possibile errore di stampa) di Babylon Sisters gli addetti allo studio decidevano di premiare Donald Fagen con un floppy disk di platino (ne dipingevano uno così con lo smalto per le unghie di una segretaria). Ventiquattro missaggi più tardi Fagen si dichiarava soddisfatto, o quantomeno decideva che si fosse raggiunto un accettabile compromesso fra “perfettibile” e “perfetto”, e portava con sé il nastro a New York, a casa sua, per – ahem – riascoltarlo. Da lì a una settimana faceva riaprire la sala per risistemare una singola nota (una!) di basso. Ora: non è che l’essenza degli Steely Dan possa racchiudersi tutta in questo aneddoto. Però per raccontarli è un buon punto da cui partire. Da qui o da un’altra citazione, di Oscar Wilde stavolta, di quando diceva che lui con le donne ci andava solo quando avvertiva il bisogno di punirsi duramente. Uguali Donald Fagen e Walter Becker con il rock. Ecco perché a mia volta ho sempre avuto con costoro una relazione difficile. Non piena di alti e bassi, no: carica di diffidenza e perplessità e nondimeno caratterizzata nel contempo da rispetto, ammirazione anche. Su un piano molto cerebrale – platonico – è stato ed è persino amore.

Distribuita dall’onnipresente Sound And Music, è fresca di stampa per i tipi della californiana Cisco Music Inc. una favolosa, per come si presenta e come suona, edizione celebrativa dei trent’anni di “Aja”. 2007 meno 30 fa 1977. A voi se pensate a quell’anno fatidico vi vengono in mente gli Steely Dan? A me no, mai, non succederebbe una volta su un milione. Penso al 1977 e dico Clash, Television, Sex Pistols, Kraftwerk, Suicide, Elvis Costello, Ultravox!, Jam, Saints, Radio Birdman. Mi tornano alla memoria il David Bowie di “Heroes”, l’Iggy Pop di “Lust For Life”, il Brian Eno di “Before And After Science”. Magari anche Donna Summer, ma Fagen e Becker no. Eppure “Aja”, con i suoi cinque milioni di copie nei soli Stati Uniti (cifra cui mettendo insieme le intere discografie di metà dei nomi succitati non si arriva), fu uno dei campioni di vendite di quell’anno e del successivo. Eppure, contrariamente a tanti successoni finiti giustamente nel dimenticatoio perché la qualità lasciava assai a desiderare, “Aja” è un Signor Disco e mi raccomando le maiuscole. E allora perché mi ha sorpreso tanto girare la massiccia copertina (naturalmente apribile) di quella che sarebbe una tiratura limitata (trattandosi di chi si tratta si fa per dire: la copia che mi è stata concessa per recensione è la 9552) e vederci scritto “1977”? Perché di quell’anno l’album già numero sei del gruppo fondato un lustro prima da Fagen e Becker non fu un climax ma semmai un anticlimax. Ostinatamente in direzione opposta ai sentieri di rinascita sui quali si stava incamminando il rock, un’antitesi del punk e si tenga presente che in origine agli Steely Dan si era potuto guardare come a un rigetto della psichedelia. E inoltre: antipodici al glam come all’hard, ai cantautori e al progressive. Bastian contrari. Per questo, sebbene distaccatamente (ma qualcuno ha mai avuto la vita cambiata da “Can’t Buy A Thrill” o “Pretzel Logic”?), li ho amati e li amo. Poi perché era gente che sapeva suonare e usava circondarsi di strumentisti incredibili, ma tutto questo lo metteva al servizio della Canzone. Anche se ero giovane e ignorante una cosa mi fu chiara sin dalla prima volta che mi capitò di ascoltarli: erano lontani dagli Yes o da Emerson Lake & Palmer più ancora che dai Pistols.

Paradossale: trascurando una rimpatriata di non trascurabili meriti e prendendo in esame solo gli Steely Dan classici, 1972-1981, si può notare come con l’incremento costante della difficoltà degli spartiti siano sempre cresciute in parallelo le vendite. Non prendendo in buona sostanza dal rock che l’atteggiamento iconoclasta (esemplare una ragione sociale tratta da Il pasto nudo di Burroughs e omaggiante un dildo), era piuttosto alla tradizione di elegante artigianato pop del Brill Building che i nostri eroi si rifacevano, innestando in essa nel tempo dosi sempre più massicce di jazz. Da tanti jazzisti “Aja” sarà eletto a oggetto di studio. Una falange di altri ci suona e a rappresentarli tutti basti l’illustre nome di Wayne Shorter, ospite in un’imprendibile traccia omonima piena di svolte e cambi di passo. Muovendosi con una spiccata sensibilità melodica fra funk, soul e fusion, il disco vive di equilibri ed equilibrismi perfetti. Ti entra in testa al primo ascolto, ci scoprirai un dettaglio ancora al centesimo.

Ricordo con orrore una prima stampa digitale di metà ’80, piatta e opaca. Incomparabilmente meglio quella circolante attualmente ed è una bella gara con un vinile superbo per silenziosità, fedeltà ai colori degli strumenti, nitidezza di suoni incrociati e affastellati all’infinito e però sempre seguibili, enucleabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.283, ottobre 2007.

2 commenti

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2 risposte a “Aja: quei bastian contrari degli Steely Dan

  1. “ma qualcuno ha mai avuto la vita cambiata da “Can’t Buy A Thrill” o “Pretzel Logic”?”
    Personalmente posso dire di sì: qualche anno fa ho regalato
    a un mio amico che sentiva solo Vasco Rossi e i Nomadi
    la trilogia Pretzel Logic-The Royal Scam-Aja e la sua vita musicale,
    mi ha detto in seguito, non è più stata la stessa.

    Quando parli di rispetto nei confronti dei Dan,
    penso al fatto che loro per primi hanno un grande rispetto
    nei confronti dei loro ascoltatori e dei loro colleghi.
    Non mi viene in mente esempio migliore di questa pagina del loro sito
    Touring Band http://www.steelydan.com/2kband.html
    dove mettono biografia e curriculum dettagliato di praticamente tutti
    i musicisti che li hanno accompagnati in tour dal 2000 in poi:
    qualcosa che viene fatto molto raramente nei siti dei musicisti famosi,
    e che trovo ammirevole.

  2. L’altra sera, dopo aver scritto il commento sopra, stavo facendo
    ricerche sulla bella e brava cantante jazz-pop Julie London
    [moglie di Bobby Troup, autore dell’immortale (Get your kicks on) Route 66]
    quando per strana coincidenza ho trovato una congiunzione,
    tenue eppure commovente, tra gli Steely Dan e quella famiglia;
    l’utente di Imdb Piewacket, avendo appreso che Kelly Troup, figlia di Julie,
    è morta di cancro nel 2002, ha scritto un breve ma sentito ricordo di lei
    che mi ha fatto venire voglia di tradurre e pubblicare qui.
    L’originale può essere letto su
    http://www.imdb.com/name/nm0518728/board/nest/108257898

    “Oh mio dio, Kelly era una mia compagna delle superiori.
    Mi dispiace così tanto sentire del suo decesso.
    La ricordo come [una ragazza] molto dolce e gentile.
    Ora ho [in mente] l’immagine di lei che cantava “Peg” degli Steely Dan mentre sedeva sul davanzale [della classe]
    aspettando* che iniziasse l’ora di matematica… R.I.P. Kelly”

    Un’immagine che sarebbe piaciuta a McCartney, e che probabilmente apprezzerebbero anche quei (finti ?) cinici dei Dan.
    (*è molto bella, in inglese, la successione dei tre participi presenti)
    Tra parentesi, anche se Peg è un pezzo molto carino,
    mi è sempre piaciuto di più il modo in cui è venuto fuori dopo essere
    stato campionato da Prince Paul e i De La Soul in “Eye Know”

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