Potere alla parola (11): Mama, I’m in love wit 2 gangstas – 2Pac vs. Coolio

Tupac Shakur

1. Nell’attesa che Snoop Doggy Dogg, risolti i suoi problemi con la giustizia (è stato assolto dall’accusa di omicidio, lo sapevate? se no, non me ne stupisco: i giornali alla notizia hanno dato un risalto assai inferiore rispetto a quello offerto all’apertura del processo), dia un seguito a “Doggystyle”, suo esordio sulla lunga distanza tre anni fa e tuttora l’album hip hop più venduto di sempre, la lotta per il titolo di rapper più popolare d’America è ristretta a due contendenti: Coolio e 2Pac. Il primo cavalca da mesi l’onda del successo di un singolo legato a una colonna sonora, quella del fortunato Dangerous Minds, e che ha dato il titolo al suo più recente LP, “Gangsta’s Paradise”. Il secondo ha appena portato nei negozi “All Eyez On Me”, con le sue ventisette canzoni distribuite su due CD della durata complessiva di due ore e dodici minuti l’album hip hop più logorroico di ogni tempo. Nonché, probabilmente, quello che riscriverà il libro dei record dell’industria discografica. Contiene difatti una dozzina di potenziali numeri uno. Roba da fare impallidire “Thriller” quanto la diafana pelle del suo titolare.

Non fosse stato la capa tosta che è, avesse tenuto a freno per una volta il suo carattere irruento, 2Pac avrebbe potuto dividere tanto ben di dio in due LP distinti, farli uscire a non meno di un anno e mezzo di distanza l’uno dall’altro e assicurarsi così guadagni e una visibilità ancora maggiori. Sarebbe stata cosa saggia, tanto più che è dubbio che fra un paio di anni, quando sarà tempo di pubblicare un altro album, possa farlo. Ma 2Pac è intelligente, brillante, versatile, megalomane, tutto è, fuorché saggio. Se il Santo Dollaro non farà un altro miracolo, fra due anni il Nostro potrebbe essere nelle patrie galere. Il suo nuovo LP è stato inciso mentre era in libertà su cauzione miliardaria pagata dalla sua casa discografica, la Death Row, etichetta non solo gestita da neri ma anche di loro proprietà.

Potrebbe dunque non verificarsi mai lo scenario che preconizzava tre anni fa in un’intervista a “Rap Pages”, all’indomani dell’uscita del suo secondo LP, quando era un capofila della scena hardcore noto al pubblico bianco più come attore (Juice, Poetic Justice) che come rapper (il suo migliore agente pubblicitario era stato quella testa d’uovo del vice-presidente Dan Quayle, che nel 1992 lo aveva attaccato per alcuni suoi testi): “Questo potrebbe essere il mio ultimo disco distribuito commercialmente e non mi importa. Sono pronto a tornare nell’underground. Sono pronto a riempire il bagagliaio della macchina di cassette e a venderle agli angoli delle strade. Meglio fare così che accettare la censura dell’uomo bianco”. A tanto Mister Shakur non dovrebbe arrivare: più facile, a questo punto, che vengano usati modi più spicci (già fatto!) per chiudergli la bocca. Lo Zio Sam ha poca pazienza con i neri che di essere degli Zio Tom non ne vogliono sapere.

2. Sul braccio sinistro 2Pac ha tatuata una scritta che la dice lunga: “outlaw”. Una ancora più clamorosa – “thug life” – spicca sul suo addome. Di vita spericolata se ne intende, e non per sentito dire. State un po’ ad ascoltare.

Sua madre Afeni fu, nel ‘71, una delle Pantere Nere accusate di avere cospirato per fare saltare in area il Giardino Botanico di Brooklyn. Era al tempo incinta del futuro rapper, che rischiò quindi di nascere in prigione e non ha mai conosciuto il padre. L’infanzia del Nostro è trascorsa vagando per gli Stati Uniti con la madre, assolta ma sempre nel mirino dell’FBI. Nel 1986 il patrigno di Tupac, Mutul, fu coinvolto nell’evasione di Assata Shakur, un’attivista condannata per l’uccisione di un poliziotto bianco, che a sua volta aveva assassinato il suo compagno Zayd.

Nel 1988 Afeni e Tupac piantarono le tende in California, a Marin City. Disillusa per avere visto svanire i sogni della giovinezza, la donna precipitò per qualche tempo nell’inferno della dipendenza da crack. Nel frattempo il figlio cercava di mettere a frutto il suo multiforme talento, affinato (unico nero in una classe di bianchi) alla Baltimore School For The Arts. A sottrarlo a una povertà disperata sarà, nel ’90, un provino come ballerino per i Digital Underground. Entrato nell’edificio dell’hip hop dalla porta di servizio, il giovanotto ascenderà presto ai piani alti, inscenando nel contempo un’altrettanto brillante carriera come attore cinematografico. Appena due anni dopo sarà già artista di primo piano, controverso anche fra la comunità di colore per il carattere litigioso e (si dice) altezzoso e soprattutto per i testi di cui è autore, che tanti disposti magari a perdonargli qualche “sbaglio” non gli condoneranno mai. Sono testi che dipingono la vita del ghetto a tinte forti, spietati nel loro neorealismo, politici senza mai essere strumento di propaganda ideologica. Diceva 2Pac nell’intervista già citata: “La mia è musica rivoluzionaria, per soldati. È musica che ti induce a porti domande e a lottare. Non ti dirà mai che le cose andranno per il meglio, che domani pregheremo insieme, manifesteremo, organizzeremo un boicottaggio e così otterremo che i bianchi diano un po’ dei loro soldi a neri e latini. Non ti dirà mai che dovremmo essere felici del fatto che adesso il presidente è Clinton. Non bisogna cascarci come capitò con Kennedy. Le cose non andranno a posto soltanto perché ora c’è un presidente che ha simpatia per i neri. Non ho niente contro di lui ma non credo che nella mia comunità la sua elezione porterà cambiamenti veri. Siamo corsi a votare e non otterremo che altri comitati che ci prenderanno in giro. Distribuiranno qualche buono alimentare in più, va bene, ma nello stesso tempo nei ghetti circoleranno più armi automatiche, crack sempre più micidiale e più polizia che mai”.

Non appena i dischi marchiati 2Pac iniziarono a mietere consensi anche fra il pubblico bianco cominciarono – che poco singolare coincidenza… – per il Nostro i guai con la legge.

La notte di Halloween del 1993, ad Atlanta, il rapper intervenne in soccorso di un automobilista di colore aggredito da due bianchi. Ne seguì un conflitto a fuoco nel corso del quale gli aggressori rimasero feriti. Trattavasi di due poliziotti, seppure in borghese e fuori servizio, e qualche ora dopo il vendicatore nero era in gattabuia. Il pessimo curriculum dei due agenti, entrambi poi sospesi dal servizio, e la testimonianza di alcuni bianchi che dichiararono che 2Pac si era solo difeso eviteranno all’episodio di avere serie conseguenze. L’immagine pubblica di Tupac Shakur, lungi dall’esserne danneggiata, avrebbe potuto assurgere, presso la popolazione afroamericana esasperata dalle vessazioni dei tutori dell’ordine, alle dimensioni del Mito. Ma neanche tre settimane dopo, a New York, sul set di Above The Rim, Shakur veniva arrestato con un’accusa infamante: violenza carnale in concorso con membri del suo entourage. È un’imputazione che gli è costata, nel febbraio ’95, una condanna da un anno e mezzo a quattro anni e mezzo di reclusione e, a tutt’oggi, undici mesi di carcere. Il processo è stato lungi dal dimostrare che il Nostro, ammesso ci sia stata violenza, abbia partecipato o assistito, la reputazione dell’accusatrice è (per essere eufemistici) non immacolata e in difesa di Shakur si sono levate anche le voci di molte donne. Che il rapper fosse in classifica, proprio mentre veniva fermato, con il singolo “femminista” Keep Your Head Up ha dato a tutta la vicenda un tocco amaramente ironico. Davvero: bisogna essere paranoici per adombrare che di sentenza “politica”, se non di complotto, si sia trattato?

Da quel fatidico 18 novembre 1993, Tupac Shakur è diventato, e per l’opinione pubblica bianca e per la buona borghesia nera, una sorta di pericolo pubblico numero uno, di Mike Tyson del rap. La sua particolare abilità nel cacciarsi, volente o nolente, nei guai ha contribuito poi la sua parte a mantenerlo in questa scomoda posizione: durante il processo per stupro, si è ritrovato davanti a un’altra corte di giustizia per una scazzottata con il regista Allen Hughes e in un ospedale con qualche grammo di piombo in corpo in seguito a un tentativo di rapina di cui è stato vittima.

L’annunciato megasuccesso di “All Eyez On Me” e la conseguente pioggia di dollari cambieranno la situazione? È possibile. In America tutto o quasi (hello OJ!) viene perdonato a chi ha un conto in banca rockefelleriano: il signor Michael Jackson ne sa qualcosa. Comunque vada, una cosa è certa: Tupac Amaru Shakur, detto 2Pac, tirerà innanzi senza mai chiedere scusa. Chi ha scritto che il vero punk sta oggi di casa dalle sue parti, ha visto bene.

Coolio

3. Tanto è odiato, tolte le schiere dei fans, 2Pac, tanto Coolio è coccolato da mass media e opinione pubblica. Dangerous Minds è un film dal messaggio positivo e Gangsta’s Paradise è canzone insieme amara e aperta alla speranza. Piace, di Coolio, il suo essere un drogato redento, la gavetta fatta per raggiungere il successo, l’immagine di buon padre di famiglia circondato da una tribù di pargoli, il suo impegno civile versante morbido (Martin Luther King per intenderci, ove 2Pac è molto più Malcolm X). Il personaggio trasmette, va detto, una carica di simpatia alla quale è francamente difficile resistere (e perché si dovrebbe?) e la sufficienza con la quale i puristi cominciano a guardarlo, manco fosse Hammer, lo fa persino più simpatico. Gli sta un po’ accadendo quanto successo in altro ambito ai Green Day: le stesse persone che in precedenza avevano esaltato, giustamente, lo splendido “It Takes A Thief” (disco di platino, ad ogni buon conto) mostrano di disdegnare “Gangsta’s Paradise”, stilisticamente affine e appena meno brillante. Il che è una colossale sciocchezza ma fra i fan, soprattutto quelli bianchi, dell’hip hop “duro e puro” il buonismo è un peccato capitale.

A uno sguardo superficiale diversissimi, 2Pac e Coolio hanno storie personali che si somigliano: anche il secondo, originario della famosa/famigerata Compton portata gli onori delle cronache dagli N.W.A, è cresciuto in assenza di una figura paterna, nella povertà più assoluta, con una madre che a un certo punto della sua tormentata esistenza è rimasta impantanata nelle sabbie mobili della tossicomania. L’uno e l’altro hanno trovato nel rap la chiave che ha consentito loro di spalancare le porte del ghetto. La differenza fra i due è che Coolio, più anziano di sette anni, ha impiegato più tempo a centrare la toppa. La sua vicenda artistica copre per intero la storia dell’hip hop, con cui venne a contatto nel 1979, quando dei vicini di casa originari di New York gli fecero ascoltare alcuni nastri di artisti di strada della Grande Mela. Nei primi anni ’80, con un altro pseudonimo (Boo Daddy), Mr. Ivey fece parte della Brothers Bass Crew. Assunto il soprannome che gli è rimasto attaccato, trascorse il resto del decennio combattendo la legge (cosa che gli costò dieci mesi di galera) e le lusinghe del crack e passando da una posse all’altra: Soundmaster Crew, NuSkool, Low Profile, WC & The MAAD Circle. Con questi ultimi, con i quali collabora tuttora, arrivò infine, nel 1991, a esordire discograficamente. Ma la fama conquistata a livello locale non era accompagnata da soldi bastanti anche solo a vivere dignitosamente e quando l’uscita di un suo LP da solista per la Priority fu annullata il Nostro si trovò a campare per qualche tempo di pubblica assistenza. Gli accadde addirittura di venire riconosciuto da fan che erano in coda come lui per ricevere un sussidio, episodio narrato, con il sense of humour che gli è consueto, in County Line, uno degli episodi migliori di “It Takes A Thief”.

Grande album quello, uno dei più memorabili del 1994, anno in cui 2Pac, alle prese con le storiacce di cui si è detto, non diede alle stampe alcunché. E finalmente si parla di musica.

4. E qui casca l’asino, vale a dire quelli che in 2Pac e in Coolio hanno individuato, rispettivamente, il diavolo e l’angelo del rap a stelle e strisce: musicalmente i due sono simili al punto di essere intercambiabili. Entrambi affidano le loro rime a basi che pure quando abbracciano la mesmerica monotonia dell’hardcore la stemperano con generose iniezioni di p-funk e soprattutto di soul. L’uno e l’altro amano incrociare il loro rapping sinuoso e serrato con voci cantanti femminili melliflue e sensuali. E l’uno e l’altro hanno una sensibilità pop fuori dal comune, che è ciò che – al di là del gran parlare che si è fatto di loro per questo o quel motivo – li ha resi le star che sono. Campionano spesso gli stessi autori – l’esempio più vistoso è Stevie Wonder, citato magistralmente da 2Pac in So Many Tears e di fatto coverizzato da Coolio proprio in Gangsta’s Paradise, né più né meno una riscrittura di Pastime Paradise – e condividono la passione per i giochi fonetici alla Prince. L’elenco delle similitudini potrebbe proseguire con certe sottolineature di synth che fanno molto anni ’70 e con tanto altro ancora. Il signor Ivey e il signor Shakur potrebbero insomma scambiarsi buona parte del repertorio e nessuno se ne accorgerebbe.

La discografia del primo è senza macchia. “It Takes A Thief” (Tommy Boy) merita l’abusata qualifica di capolavoro. Lo fanno tale una scelta di campionamenti fra le più variegate – gli alquanto comuni Roy Ayers, B.T. Express, Marvin Gaye, Al Green ma anche un sorprendente Malcolm McLaren e parti suonate di raro gusto (bellissima la tromba davisiana di Can O’ Corn) – e quella ruffianeria, propria dei grandi del pop, che piuttosto che infastidire conquista. Due titoli meritano la citazione su tutti: Fantastic Voyage, che rilegge con classe e faccia tosta l’omonimo classico funky dei Lakeside, e Mama, I’m In Love Wit A Gangsta, dal ritornello incredibilmente contagioso. Di “Gangsta’s Paradise” (sempre Tommy Boy) si è scritto sul numero 12 e a quella recensione vi rimando. Basti qui aggiungere che è disco che lievita con gli ascolti e avrebbe meritato, oltre ai dollaroni che sta mietendo, critiche più favorevoli di quelle, mediamente tiepide, ottenute.

Come il personaggio, la discografia di 2Pac è meno irreprensibile di quella del presunto rivale. La differenza fra i due deriva probabilmente dal fatto che mentre Coolio ha svolto nell’ombra il suo apprendistato, ed era quindi già artista maturo quando si è affacciato alla ribalta, 2Pac è cresciuto in pubblico. Di tanto. Riascoltati oggi “2Pacalyspe Now” e “Strictly For My Niggaz” (’92 e ’93) sono dischi niente affatto disprezzabili nel complesso ma acerbi e con pochi guizzi. Come accade con Ice-T, il personaggio 2Pac sovrastava il musicista. Ben altra levatura vantano le due uscite post-condanna, “Me Against The World” e “All Eyez On Me”. Il primo, pubblicato la scorsa primavera proprio mentre Mr. Shakur varcava la soglia del penitenziario, è lavoro compatto e privo di smagliature, a dispetto di una durata (oltre l’ora) già ragguardevole. Rime più incompromissorie che mai si sposano a basi morbide e ipnotiche, eleganti, attente al dettaglio. E il modo di porgerle del Nostro risulta più fluido rispetto alle prime prove, così come è cresciuta la sua capacità di confezionare frasi ritmiche e melodiche in grado di agganciare anche il pubblico non di stretta osservanza hip hop. Lo certificano canzoni dal popappiglio irresistibile come quella che intitola l’album, che gira su un campione di Isaac Hayes, come la già citata So Many Tears, come la meroliana (ebbene sì: anche i cattivi hanno una madre cui voler bene) Dear Mama. Ma nulla poteva preparare allo splendore e allo spessore del fresco di stampa “All Eyez On Me”. Si è già detto: l’album più corposo della storia dell’hip hop e una fabbrica di hit. È doveroso aggiungere: la massima, forse insuperabile, espressione della scuola, il g-funk, che da tre anni in qua va per la maggiore. Dr. Dre e Snoop Doggy Dogg, entrambi nella folta lista degli ospiti (il secondo duetta con 2Pac nella esplicita sin dal titolo 2 Of Amerikaz Most Wanted), dovranno fare i conti con questo LP. E i Wu-Tang Clan, chiamati in gioco in No More Pain, potrebbero aver trovato, se 2Pac dopo avere raggiunto lo “stato dell’arte” dello stile g-funk saprà liberarsi dai suoi stereotipi, pane per i loro aguzzi denti.

5. Concludendo? Due grandi artisti, avrete inteso. Con un modo diverso di affrontare i casi(ni) della vita: pacato Coolio, tutto istinto 2Pac. A modo loro, due leader. Tupac Amaru Shakur in particolare, se riuscirà a limare le asperità caratteriali (a essere quindi un po’ più… Coolio) potrebbe diventare, molto più di quando già non sia, un portavoce autorevole della gioventù afroamericana, specie ora che il verbo di Chuck D ha in parte smarrito la sua efficacia. Se vi sembra assurdo che oltre Atlantico tocchi ai rapper svolgere il ruolo dei politici pensate che laggiù i leader neri oggi si chiamano Jackson, Powell, Farrakhan. Poca roba e mediamente più discutibile del nostro Shakur.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.16, aprile 1996.

2 commenti

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2 risposte a “Potere alla parola (11): Mama, I’m in love wit 2 gangstas – 2Pac vs. Coolio

  1. Magari fosse andata come speravi alla fine di questo (buon) articolo
    su Tupac….

  2. nulla da eccepire.. articolo assolutamente splendido, grazie per averlo recuperato per noi!

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