La mattina dell’ultimo giorno: Jimi Hendrix a Woodstock

Jimi Hendrix

I soliti esagerati: anche se stavolta si sono risparmiati dettagli come le scritte in oro zecchino che luccicavano su un analogo cofanetto incensato mesi fa, quello che immortalava il tour del 1975 di Dylan con la Rolling Thunder Revue, non per questo si può affermare che i signori della Classic Records, alle prese con il Jimi Hendrix altrettanto storico che sei anni prima suggellava la tre giorni di “pace e musica” di Woodstock, abbiano lesinato in effetti speciali. E allora: in un solido box di cartone, ecco seicento grammi di rigidissimo vinile vergine da fare girare a 33 giri e 1/3 al minuto. Come bonus, qualche altra decina da fare andare invece a 45, per così godersi le versioni in studio, messe su nastro a New York meno di due settimane dopo, di quel paio di brani eseguiti al festival in anteprima dal Nostro, vale a dire Izabella e Message To The Universe, o Message To Love che dir si voglia. Assenti sul corrispondente doppio CD che la MCA pubblicava nel ’99 e che si presenta, pleonastico sottolinearlo, ben più modestamente. Né finiscono qui le differenze a favore della sontuosa edizione in vinile distribuita in Italia dai soliti noti di Sound And Music. Il libretto non si limita a espandersi in altezza, larghezza e spessore, facendosi libro, ma guadagna altre foto (tutto un altro vedere, va da sé) e, a seguire il bel saggio di David Fricke già noto, esclusive note firmate da John McDermott e, soprattutto, un’illuminante intervista a Eddie Kramer. Che è quel genio della registrazione live cui dobbiamo tutte le incisioni realizzate fra il 15 e il 18 agosto 1969 nel fango della tenuta di Max Yasgur, due passi da Bethel, Woodstock decisamente più lontana e tant’è. Dire che fece miracoli è un eufemismo e ogni qual volta all’ascolto scatta l’applauso un po’ è pure per lui. Questa stampa Classic Records non supera il CD, eguagliandolo in ogni caso agevolmente, solo perché quello, mixato da Kramer stesso, dalle vecchie bobine da dieci pollici e mezzo aveva già cavato il massimo. Diventa allora una questione quasi filosofica preferirla, uno sfizio mettersi in casa un mastodonte da cui fra il resto saltano fuori anche – sì, proprio i soliti esagerati – un plettro e la riproduzione del biglietto che dava accesso quel 17 agosto, una domenica, all’immensa spianata antistante un palco rivelatosi da subito insufficiente alla bisogna. Si accalcarono a un certo punto in quattrocentomila lì, quattro volte il numero di tagliandi venduti, e ciò la dice lunga sull’organizzazione o se preferite sulla disorganizzazione dell’evento. Quando alle nove di mattina di lunedì 18 agosto, con quelle dodici ore di ritardo sulla tabella di marcia, il sestetto guidato da James Marshall Hendrix si affacciò alla ribalta erano rimasti in venticinquemila, i più resistenti, i più eroici, forse semplicemente quelli che a furia di balli e sballi non sapevano più dove si trovavano. Quella che avrebbe dovuto essere l’attrazione principale, e in ogni caso era stata quella che aveva incassato l’assegno più cospicuo, finì per esibirsi per pochi intimi nel sole che illuminava un’area che subito dopo lo stato di New York  dichiarò disastrata. Al chitarrista di Seattle la cosa non dispiacque.

Fatto è che – come evidenzia Fricke che a Woodstock c’era ma Hendrix se lo perse, lo sciagurato – il nostro uomo al festival arrivava impreparato e sapendo di esserlo. Sciolta l’Experience otto settimane prima, all’indomani di un raduno concertistico (a Denver) se possibile pure più caotico, aveva assemblato in suo luogo una raccogliticcia congrega battezzata Gypsy Sun And Rainbows cui giusto il provvisorio e provvidenziale ritorno alla base del batterista Mitch Mitchell dava quel minimo di coesione indispensabile per affrontare il palco. Se il bassista Billy Cox, tecnicamente valido e oltretutto vecchio commilitone di Jimi, resterà nella successiva Band Of Gypsys, per i modesti Larry Lee (chitarra ritmica), Juma Sultan e Jerry Velez (percussioni), Woodstock fu l’unico momento di gloria e di una gloria minore, siccome per fortuna si sentono ben poco ed è un trio dentro il trio – Hendrix, Cox e Mitchell – a menar le danze. Ritmica solidissima e su quella impalcatura l’attore principale che guadagna man mano confidenza, fino a prodursi in venti minuti fra i più ispirati, e i più rivelatori, della sua troppo breve vicenda.

Da un certo punto di vista il Jimi Hendrix che arriva da star al più celebre dei festival è già un “has been”, nonostante gli anni non siano ancora ventisette di cui appena tre trascorsi facendo dischi. Ma il suo terzo album in studio, “Electric Ladyland”, ha già un anno (tanto, per allora) e non si scorge all’orizzonte un successore che non ci sarà. Cerca nuove strade – lo evidenziano nella sua performance la collisione fra jazz e hard di Message To Love e più ancora (Fricke) il “James Brown che dirige la Mahavishnu Orchestra” di Jam Back At The House –  e sarà un destino cinico e baro a impedirgli di percorrerle, dopo averne tracciato una mappa nell’incompiuto “First Rays Of The New Rising Sun”. Woodstock non fu il suo concerto migliore (tutt’altra cosa, ad esempio, il “Jimi Plays Monterey”), ma i venti minuti di cui sopra, quelli che incastonano una devastata e devastante Star Spangled Banner fra la Voodoo Child e la Purple Haze più travolgenti di sempre, restano epifanici come pochi nella storia della musica del Novecento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.257, maggio 2005.

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