Billy Joel: (non) solo un pianista di piano bar

Sono trascorsi esattamente vent’anni (per essere precisi: vent’anni e dieci giorni) dacché Billy Joel pubblicava il suo dodicesimo e ultimo album in studio, “River Of Dreams”. Suppongo che alla Columbia abbiano perso ormai ogni speranza di vedersi recapitare un bel dì i master del tredicesimo. O forse no, visto che il prossimo autunno vedrà il nostro uomo protagonista di un mini-tour fra Irlanda e Gran Bretagna. Chissà…

Billy Joel - 52nd Street

Nello scatto che lo immortala sul davanti di copertina di “52nd Street” l’allora ventinovenne Billy Joel stringe fra le mani una tromba. Idem nella fotina sul retro e lo stesso in un’immagine invece bella grande sul foglio interno con i vari crediti. Non ci sarebbe nulla di strano, non fosse che il cantautore newyorkese, che se la cava brillantemente con ogni genere di tastiera e più che passabilmente con chitarra, fisarmonica e percussioni, la tromba – ch’io sappia – in vita sua non l’ha mai suonata. Anche e soprattutto in un altro modo quello scatto è però fuorviante: supponendo che un qualcuno che sa di rock possa non avere familiarità con un album che ha venduto quella dozzina di milioni di copie (sette nei soli Stati Uniti), be’, potrebbe benissimo pensare che si tratti di punk. Sarà pure in giacca e cravatta, il nostro uomo, ma – abbigliamento completato da un paio di jeans e scarpe da ginnastica alquanto luride – risulta egualmente trasandato. Sembra poi ripreso in un vicolo da bassifondi, spazzatura assortita ai suoi piedi ed è un quadretto di squallore più consono, per dire, a un Johnny Thunders che non a un artista che aveva a quel punto già collezionato disco di platino dopo disco di platino. Che, giusto un anno prima e con un singolo tratto dall’album precedente, “The Stranger”, aveva consegnato agli annali del pop un classico dello sdilinquimento quale Just The Way You Are. Chi non l’ha mai sentita? Ma volete ridere? Andate su Google, digitate “Attila Billy Joel Epic” e impostate la ricerca su “Immagini”. Occhio che potreste rischiare una crisi convulsiva alla vista dell’autore della suddetta ballatona in armatura e pelliccia, baffazzi e boccoli neri (o è una parrucca?) in mezzo chissà perché a quarti macellati di chissà quali bestie. Con al suo fianco colui che ne fu complice, tal Jonathan Small cui disinvoltamente fregherà la moglie, in quell’imbarazzante avventura datata 1970 e incredibilmente griffata da un’etichetta maggiore, per bella ironia del destino consociata di quella Columbia alle cui fortune il Nostro tanto contribuirà dal ’73. Definito dallo stesso (mezzo) artefice “una cagata psichedelica” e da chiunque l’abbia ascoltato una cagata e basta, l’omonimo e per fortuna unico 33 giri degli Attila è un impasto insensato, irredimibile di organo urlante e distorto e batteria. Secondo Stephen Thomas Erlewine è il peggiore album della storia del rock. Su due piedi, francamente non mi viene da opporgliene uno al pari fastidioso e ridicolo.

Mi è straordinariamente simpatico, Billy Joel. Non potrebbe essere altrimenti con la vita pazzesca che ha avuto, fitta di cadute non meno che di trionfi. Prima degli Attila era passato, giovanissimo (è nato il 9 maggio 1949), per una serie di complessini di rilevanza crescente, fino a quegli Hassles titolari fra il ’67 e il ’69 di due gradevoli collezioni di blue-eyed soul alla Young Rascals. Dopo, si adatterà per qualche mese a fare il pianista di piano bar, integrando il magro reddito scrivendo recensioni per la rivista “Changes”. Precipitato in una profonda crisi depressiva, tentava il suicidio con modalità degne di un Woody Allen, lo falliva, si faceva ricoverare in una clinica psichiatrica, ne usciva, firmava un contratto capestro da cui impiegherà un paio di decenni a liberarsi, pubblicava un primo album da solista handicappato da un piccolo difetto: lo masterizzavano a una velocità sbagliata. Avendo già impiegato due terzi dello spazio a mia disposizione, sorvolo sugli immediatamente successivi alti e bassi di una carriera che, alla vigilia dell’uscita nel 1977 di “The Stranger”, lo vedeva in una posizione da “o la va o la spacca”. Se con quell’album (il suo quinto in proprio) le vendite non fossero congruamente risalite rispetto a quelle deludenti di “Turnstiles” la Columbia avrebbe messo fine al rapporto. Andava. Andava come andava e la Columbia è ancora oggi la casa discografica di Billy Joel. Saranno ormai più che stufi da quelle parti di aspettare da lui una raccolta di canzoni nuove, visto che l’ultima (“River Of Dreams”; il seguente “Fantasies & Delusions” si muoveva in un ambito di musica classica) risale all’ormai lontanissimo ’93, ma possono consolarsi con un catalogo che ogni anno fa vendere loro qualche ulteriore centinaio di migliaia di copie.

Considerato da tutti una delle sue prove migliori ma da quasi nessuno il suo capolavoro, “52nd Street” è ricordato principalmente per Honesty ed è un peccato, trattandosi di un ruffiano tentativo di confezionare una seconda Just The Way You Are. A me piacciono di più (tanto di più) gli otto brani che le fanno compagnia, inclusa la fulminea traccia omonima che, morbida e soulful, suggella un 33 giri riproposto all’attenzione degli audiofili da Impex in un’ottima stampa limitata a 2500 esemplari. Le gemme vere sono però Big Shot (riffone che non ti aspetti, piano scintillante, sventagliate fiatistiche e alla fine una solista che ustiona), My Life (quintessenza di Steely Dan a parte che il sentimento ha la meglio sull’ironia) e Stiletto (ritmica funk, piano boogie, organo errebì e un bel po’ di jazz nell’assieme). Non fosse che verso fondo corsa l’arrangiamento si appesantisce fino a debordare, sarebbe meritevole di menzione anche Until The Night, che prima di deflagrare è una sorta di Stand By Me sedata. Ma più che una canzone ho un momento preferito in un album che vanta una delle produzioni più raffinate del tempo: è quando da Zanzibar fa capolino Summertime.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.327, novembre 2011.

15 commenti

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15 risposte a “Billy Joel: (non) solo un pianista di piano bar

  1. Gian Luigi Bona

    Bello, mi piaceva anche quello precedente

  2. Michael Rove

    Bello, bello. Grazie Eddy, a me è sempre piaciuto Billy Joel. Mai trovato uno con cui parlarne, sembrava una cosa tipo forza Italia: la votano in milioni eppure nessuno che te lo venga a dire. Confidando nel fatto che Billy sopravviverà a chi sappiamo, ne approfitto per consigliarti/vi un libro: Telegraph Avenue di M. Chabon. In milioni di anni di lettura di Mucchio/Blow up/Blog non ti ho mai sentito parlare di un libro, così te ne suggerisco uno bello io (con tantissima blaxploitation dentro).
    Ciao!

  3. Michael Rove

    Letto, letto. Anche se io mi sono innamorato di Chabon comprando “Wonder boys”, ora non più in circolazione, da una bancherella dell”usato.

    • Gian Luigi Bona

      Non ho letto Wonder Boys. Lo consigli ?

      • Michael Rove

        Assolutamente. La definirei una risposta, più goliardica e chiassosa, al ciclo di Zuckermann, alter ego di Philip Roth. Uno scrittore che ha perso l’ispirazione e un intorno a lui una teoria di personaggi da sbarco… e mi scuso con VMO per l’OT prolungato.
        Ciao,
        Michael.

      • Gian Luigi Bona

        Grazie, mi metto alla ricerca

  4. alfonso

    Prima di leggere questo articolo Billy Joel stava nel settore degli intoccabili, quelli da cambiare stazione appena si sentiva il lamento di Honesty, figuriamoci mettersi in casa un disco suo. Poi leggi un pezzo scritto così bene e come sempre gli vai a vedere il bluff, a Eddy, e investi questa manciata di euro. E come al solito la mano la vince lui, ma pure io che da qualche giorno mi sto godendo un grande disco (e pure Honesty, ritornello a parte, mica mi pare più tanto male). Come sempre grazie e già che ci siamo, se questo non è il suo capolavoro cosa devo procurarmi ora?

    • Direi che ti ho risposto con il post di oggi. 🙂 Se poi vuoi esagerare, punta “Turnstiles” e “The Stranger”.

      • alfonso

        Mi hai letto nel pensiero 🙂
        Grazie ancora per le storie che metti dentro a questi articoli, sono racconti brevi più che recensioni, anche se il giudizio critico c’è eccome

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