Too Much Too Young – La breve storia degli Specials

Da gelidi venti sintetici emerge una melodia triste e sinuosa, saporosa di notti d’Arabia. La ritmica si distende singultante, sottendendo una progressione di accordi di gusto jazz e voci gospel con tendenza all’orrorosamente infantile. Si apre un ritornello che sa di premiata ditta Strummer/Jones. Parole come macigni.

The Specials

Primo nelle classifiche britanniche nel giugno 1981, colonna sonora dei disordini che divamparono dapprima a Brixton e a Liverpool e poi un po’ ovunque nella terza estate dell’era Thatcher, Ghost Town è uno dei più memorabili singoli di sempre, in qualunque ambito. Fu il secondo numero uno per un settetto multirazziale che veniva dalla desolazione post-industriale delle periferie di Coventry e sarebbe potuto essere il trampolino di lancio per la conquista del ricco mercato americano, assaltato l’anno prima con un tour di sei settimane e un’apparizione a “Saturday Night Live” assurta alla dimensione del Mito nei ricordi della generazione skacore. Invece no. La Città fantasma era per gli Specials acrimonioso – in tutti i sensi – congedo. Nei camerini dello studio della BBC che ospitava “Top Of The Pops”, proprio nel giorno che sarebbe dovuto essere quello del loro massimo trionfo, il cantante Neville Staples informava il tastierista e leader Jerry Dammers che avrebbe lasciato il gruppo. L’altro cantante, Terry Hall, e il chitarrista Lynval Golding si univano a lui e ufficializzavano (i tre stavano in realtà lavorando da tempo a dei demo) la nascita dei Fun Boy Three. Il secondo chitarrista, Roddy Radiation, dava vita ai Tearjerkers. Con Dammers restava solamente il batterista John Bradbury. Una fine genererà un inizio, una nuova formazione dalla ragione sociale – Special AKA – seminuova per la quale il momento più alto, un altro 45 giri da leggenda chiamato Free Nelson Mandela, sarebbe stato l’inizio della fine. Ma qui sarà il caso che si racconti dal principio, dall’una volta di più fatidico 1977.

È in quell’anno che Jerry Dammers (nato Gerard Dankin) dà vita ai Coventry Automatics, complessino semiamatoriale in cui già figurano il giamaicano Golding e il bassista Horace Panter, che da lì a poco si ribattezzerà Sir Horace Gentleman. Suonano cover di ska e reggae frammiste alle prime composizioni del capoccia incendiandole con il combustibile del punk, in questo già diversi, gli Specials, dalle compagini dello ska revival che innescheranno in vita e hanno continuato a ispirare fino a oggi. Le tesserine del puzzle cominciano ad andare al posto giusto con l’arrivo di Terry Hall, appena diciassettenne e proveniente dai ruvidi e minori Squad, e di Roderick Byers, in arte Roddy Radiation, che come biglietto da visita porge un inno a momenti da stadio intitolato Concrete Jungle. Un ragazzo di Coventry al seguito dei Clash come tecnico procura a Dammers un appuntamento con il manager Bernie Rhodes. Neville Staples, che del gruppo, adesso The Special A.K.A. The Automatics, è per ora soltanto un roadie, prende a rifornire regolarmente Mick Jones di erbetta di ottima qualità. Ce n’è quanto basta per garantire alla banda Dammers un giro di concerti come spalla allo Scontro. Al londinese Music Machine Staples attacca al mixer un microfono e rappa spiritato per tutto il set. Cambia istantaneamente mansioni. Lo storico “On Parole Tour” (i Suicide il terzo gruppo coinvolto) è decisivo non solo per definire l’organico del combo, ora The Special A.K.A e basta, ma pure per indirizzarlo a un look unitario – completi scuri con tanto di cravatta, scarpe a punta, cappelli da malavitosi anni ’30 – che collide e collude con il ritorno in auge dei mod. Però con un tono più casual che occhieggia alla cultura skinhead. Una sfigata gita di lavoro in Francia provoca indirettamente le dimissioni del batterista originale, Silverton Hutchinson, e direttamente il taglio dei legami con Rhodes. Siamo arrivati al 1979. Coinquilino di Dammers, John Bradbury siede dietro piatti e tamburi. Quanto al leader, già deluso dai primi rapporti con il business discografico, decide di non cercare un contratto bensì di fare da sé e con l’amico Neol Davies fonda la 2 Tone. Fa subito il botto.

Epocale l’omino in bianco e nero di proletaria eleganza scelto come logo dell’etichetta. Epocale il primo sette pollici, debutto sia per gli Specials, che si presentano con Gangsters dichiarando devozione al classico di Prince Buster Al Capone, che per i Selecter di Davies. Sospinto dal re dei propagandisti John Peel e da un fitto calendario concertistico che fa della compagnia una gioiosa macchina da guerra, va al numero 6 in classifica, evento inaudito per un’uscita indipendente. Chrysalis, battendo Mick Jagger, offre sveltamente un contratto di distribuzione e la stampa dei dischi negli Stati Uniti. Elvis Costello si fa avanti per produrre l’esordio a 33 giri.

A oltre ventidue anni da quando raggiunse i negozi,  il quarto posto nelle classifiche britanniche e l’ottantaquattresimo in quelle statunitensi, primo album ska – credo – a violare i Top 100 di “Billboard”, “The Specials” emoziona e scatena frenesia come il primo giorno. L’ho definito “album ska” ma è più o meno come dire blues il primo Led Zeppelin. La sua forza è quella di partire dal canone stabilito nei ’60 dagli Skatalites e andare oltre aggiungendo piglio punk – l’attacco di (Dawning Of A) New Era quintessenza di Sex Pistols – e il ricercatamente monotono cantato di Hall che è pura new wave. Oltre alla Giamaica successiva allo ska e a tutto quanto lo ska ispirò, dal grezzo errebì di Rufus Thomas, omaggiato con una metallica lettura di Do The Dog, al soul che infiltra la voce calorosa di Staples e a tanto jazz, che fa capolino in certi ricami di chitarra e (clamorosamente) nel conciso assolo di basso di Nite Klub. Le cover sono rese con bella personalità, a partire dalla sorniona A Message To You Rudy, capolavoro di Dandy Livingstone in cui riluce (come già nella versione primigenia) il trombone del giamaicano Rico Rodriquez (presenza costante da qui in poi), e proseguendo con la succitata Do The Dog, con la corale Too Hot di Prince Buster, con la travolgente Monkey Man, già dei Maytals, e con il dolcissimo saluto You’re Wondering Now, farina del grasso sacco di Clement Seymour Dodd. Financo più grandi gli originali, tutti griffati (in solitudine o in compagnia) Dammers eccetto Concrete Jungle. Inenarrabili apici: It’s Up To You, organo sudista e cambi d’andatura che mandano in cielo; Too Much Too Young, ipercinetica; Gangsters; soprattutto, Doesn’t Make It Alright, strepitoso, dolente inno in levare a quell’integrazione razziale di cui per il semplice e raro esibire organico bicolore (cinque bianchi, due neri più uno) gli Specials furono da subito un simbolo. “Politici” al di là dell’esplicito schierarsi del leader.

Sono mesi esaltanti. Uscito in ottobre pochi giorni prima del 33 giri, A Message To You Rudy si inerpica nella graduatoria dei 45 fino alla decima piazza. Il “2 Tone Tour”, con Madness e Selecter di spalla, registra ovunque il “tutto esaurito” e il 7 novembre i tre gruppi sono a “Top Of The Pops”. A Natale a Coventry, accolti come eroi. In gennaio un EP dal vivo, con Too Much Too Young come pezzo portante e fra l’altro smaglianti interpretazioni di Guns Of Navarone degli Skatalites e Long Shot Kick De Bucket dei Pioneers, va difilato al numero uno. Ma qualche scricchiolio comincia ad avvertirsi: insofferenza degli altri per l’insofferenza allo stardom di Dammers, qualche eccesso alcolico, uso di sostanze che non sono soltanto più maria, Golding vittima di una brutale imboscata razzista, disordini ai concerti. E ancora: la voglia del leader di andare oltre  uno ska pure assai rimodernato.

Di quanto fossero popolari gli Specials è una chiara indicazione il fatto che anche il singolo che anticipò il secondo LP, con sul lato A la poco orecchiabile e discretamente kitsch Stereoypes, entrò nei Top 10, arrestandosi a sei scalini dal vertice. Andava uno più su l’album “More Specials”, con il senno di poi non avaro di indizi dello sfaldamento incipiente: leggerino con persino qualche scivolata nel vaudeville (esemplare Hey Little Rich Girl), poco coeso, sfocato. Eppure a tratti ancora magnifico, nel festaiolo invito a cogliere l’attimo di Enjoy Yourself (tanta malinconia però in una ripresa apposta a suggello), in una Rat Race propulsa da un piano ai limiti del boogie, nell’orientaleggiante International Jet Set. Più che altrove nel triplo omaggio a John Barry, James Bond e James Brown di Sock It To ’Em JB. Vedeva la luce nel settembre 1980. Nove mesi dopo Ghost Town era prima in classifica e gli Specials già consegnati alla Storia. Malservita in digitale da una serie di antologie, la loro discografia a 33 giri è da pochissimo tornata disponibile, rimasterizzata come si usa. Se per motivi anagrafici o altro ve la perdeste allora, è da non mancare.

Non dovreste farvi mancare nemmeno “In The Studio” (dandogli anzi la precedenza su “More Specials”), unica uscita adulta degli Special AKA del solo Dammers (più Bradbury e altri quattro fra cui Rhoda Dakar, eccellente cantante proveniente da un gruppo minore 2 Tone, le Bodysnatchers). Misconosciuto piccolo capolavoro (con di nuovo Costello in cabina di regia), datato ’84 e pencolante verso uno sghembo pop jazzato, con languori da musical e in apertura di seconda facciata l’apoteosi afrolatina di Nelson Mandela, comizio impossibilmente trascinante a favore del leader dell’African National Congress, che allora era ancora – da ventun’anni – in carcere.

Potete viceversa perdervi, nonostante siano mediamente piacevoli all’ascolto, i quattro album (il primo su Virgin, il secondo su MCA, i due restanti su Trojan) degli Specials riformati nel 1995 senza il capobanda e da allora in pista in circuiti concertistici minori. Quelli attuali schierano degli originali Roddy “Radiation” Byers, Neville Staples e Horace Panter e si limitano a essere jukebox di vecchi successi, loro e altrui. Un pur infastidito Jerry Dammers lascia fare. Mette dischi in giro per Londra e registra ogni tanto qualcosa per sé, ma da diciotto anni non pubblica nulla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.474, 19 febbraio 2002.

1 Commento

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Una risposta a “Too Much Too Young – La breve storia degli Specials

  1. Giorgio

    Bellissimo articolo sui grandissimi Specials aggiungo solo che More Specials non lo trovo così male

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