Quando Bruce cominciò a diventare Broooooce! Born To Run

Dopo una gestazione durata ben più dei canonici nove mesi, il 25 agosto di trentotto anni fa vedeva infine la luce il “difficile terzo album” di Bruce Springsteen. Nulla dopo sarebbe più stato lo stesso, per l’artefice e per il rock americano tutto.

Bruce Springsteen - Born To Run

Certi dischi sono epocali, per l’attesa che creano intorno a sé e naturalmente per il loro poi non deluderla rilanciando anzi, persino prima dell’uscita. Certi dischi sono dei sempreverdi prima ancora di ascoltarli, in forza di quanto è iconica la loro copertina e cento esempi si potrebbero fare, dai Beatles ai Rolling Stones, dai Doors ai Clash, a Bob Dylan e Bob Marley. A “Born To Run”, l’album che rese Bruce Springsteen… be’… Bruce Springsteen, e che con la potenza di uno scatto da qualche parte fra Robert Mapplethorpe e un fotogramma rubato a Scorsese cattura l’attenzione e il cuore prima ancora di quel soffio di armonica, di quella semplice frase di piano, di quelle quattro parole – “the screen door slams” – che fanno entrare in Thunder Road come fosse un film. La vita di un sacco di gente non è più stata la stessa dopo e mi ci metto anch’io.

Mi rigiro incantato fra le mani un esemplare fresco di pressa in Quiex Super Vinyl Profile da duecento grammi della Classic Records e mi viene in mente che la prima copia entratami in casa del primo capolavoro dell’uomo del New Jersey fu direttamente una stampa per audiofili comprata in una svendita – costava addirittura meno della regolare stampa americana che si trovava qualche scaffale più in là – da Ricordi. Faceva parte di quella collana di “Half Speed Mastered” della CBS che per molti ragazzi fu la prima introduzione alla magia della riproduzione sonora come ha da essere e nondimeno va detto che, in quella serie, era uno dei titoli che sotto il profilo squisitamente tecnico brillavano di meno. È che prima Mike Appel e poi Jon Landau oltre che il Boss passarono così tanto tempo, centinaia e centinaia di ore, in studio di registrazione a rifinire quelle canzoni che inevitabilmente, per i limiti della tecnologia del tempo, qualcosa si perse in limpidezza e più che mai ciò si è sempre notato nella sinfonia di Fender di Born To Run la canzone, in cui tutto sembra un po’ sfocato e una dinamica che avrebbe voluto e dovuto essere esplosiva risulta tarpata. Se è di suoni e basta che si discetta, quel “Born To Run” edizione “Half Speed Mastered” deludeva, nel senso che non suonava in realtà meglio della media degli LP “normali” e insomma anche dopo averlo mandato a memoria non te lo saresti mai portato dietro per provare a confronto delle casse. A un certo punto ebbi l’occasione di comprare a buon prezzo un originale “made in USA” e, non notando soverchie differenze fra le due edizioni, cambiai la copia. E ora sono qui a interrogarmi: saprà stupirmi, impresa già riuscita molte volte alla label californiana, Classic Records facendomi scoprire dettagli inediti in un disco conosciuto fin nei minimi risvolti?

Quaranta minuti più tardi posso serenamente affermare che sì, c’è riuscita ancora. Che finalmente la traccia omonima suona come nelle intenzioni, un Phil Spector prestato al rock’n’roll più stentoreo e sfrontatamente romantico; che mai il sax di Clarence Clemons era schizzato così felice e furente dai solchi conclusivi di Thunder Road, né gli ottoni di Tenth Avenue Freeze Out erano parsi tanto sferzanti e pieni e così la ritmica di She’s The One. Per la cristallina rarefazione della trama è poi un’autentica meraviglia Meeting Across The River, crepuscolare e un po’ waitsiana della prim’ora e invero magica quando si leva verso il cielo la tromba di Randy Brecker. È un brano unico e pochissimo considerato nel canone springsteeniano e sarà per quel suo essere atipico che gli ho sempre voluto particolarmente bene? Come a Death Is A Star (anch’essa waitsiana, guarda un po’) che – credeteci o meno – è la mia canzone preferita del mio gruppo preferito di tutti i tempi, i Clash.

A questo punto dovrei forse, nello spazio che mi resta, inquadrare per sommi capi nella storia del rock e nella personale vicenda artistica dell’autore quello che è insieme un album di rock classico e un classico della musica rock. Un LP che è un prodigio di sintesi: Spector e Dylan, Roy Orbison e i Creedence, Lennon e Townshend, il rock’n’roll degli anni ’50 e il soul e il rhythm’n’blues dei ’60 e suggestioni latine e jazz, tutti assieme, in un fluire emozionante di rimandi che non si finisce mai di scoprire. Dovrei forse, ma mi parebbe francamente pletorico con tutto il gran parlare che se n’è fatto negli ultimi mesi, come non fossero bastati i fiumi di inchiosto scorsi per tre tondi decenni. E già: perché “Born To Run” ha da poco compiuto trent’anni e questa lussuosa versione in sacro vinile è arrivata seconda nelle emissioni celebrative della ricorrenza, a qualche settimana da un triplo cofanetto Columbia, un CD (senza brani aggiunti) più un DVD dedicato al “making of” e un altro con sopra un leggendario concerto al londinese Hammersmith Odeon di un mese successivo alla pubblicazione dell’album. Si dà ora il caso che il box Columbia costi qualche euro in meno del solo 33 giri Classic Records e, tenuto conto che il CD è più che OK (mica quella schifezza ignobile della prima stampa digitale…), una domanda sorge spontanea: perché mai si dovrebbe spendere di più per avere di meno? Io dico che bisognerebbe, potendo, regalarsi la follia di comprare entrambi. Il cofanetto per i due DVD, il vinile perché quello e soltanto quello fa suonare “Born To Run” esattamente come l’artefice voleva che suonasse. E poi volete mettere il fascino della confezione? Quella copertina che si apre e, a contornare un Bruce sorridente, quei testi da memorizzare nel mentre se ne fa esegesi? Non a caso copertine iconiche, da quando c’è il CD, non se ne ricorda più una.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.265, febbraio 2006.

14 commenti

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14 risposte a “Quando Bruce cominciò a diventare Broooooce! Born To Run

  1. Gian Luigi Bona

    Quando avrai tempo e voglia mi piacerebbe sapere come dovrebbe essere l’impianto ideale per ascoltare un disco rock/soul come questo

  2. moroso della monia

    Grande disco, grande rece.

  3. Tra i tuoi 10 album rock in assoluto?

  4. Francesco

    L’articolo è bellissimo, che te lo dico a fà? Ma tiro la famosa bestemmia in chiesa…ahò, a me BTR, pur piacendomi e tanto, tantissimo, non è mai riuscito a farmi provare l’emozione che ho avuto con Darkness e The River. E ora sparatemi pure.

  5. Concordo su tutto tranne… Nevermind!
    (copertina iconica)

    • Per Cobain il CD era il male assoluto. La copertina di “Nevermind” venne pensata con in testa l’edizione in vinile e solo quella, fidati.
      In ogni caso: nel ’91 il compact disc era sì il supporto prevalente ma era ancora ben lungi dall’essere monopolista.

      • sul “male assoluto” concordo! 🙂
        Sulla percezione del cd nel ’91 invece mi rimetto al tuo parere, io Nevermind l’ho acquistato in CD nel ’92, ma ero ancora giovane, e la mia percezione era che il CD era l’unico formato esistente, ormai (fortunatamente ho capito presto che il vinile esisteva ancora)…

  6. Orgio

    Copertina iconica dell’era del CD (a prescindere dal contenuto del disco): “Demanufacture” dei Fear Factory. Così su due piedi mi pare l’unica.

    • giuliano

      “Demanufacture” è un disco che amai molto all’epoca in cui facevo qualche puntata nel mondo del metal non conforme. E sì, la copertina tende a farsi ricordare.

      • Orgio

        A me, invece, il disco non piace, pur riconoscendone la portata innovativa, ma la copertina è oggettivamente indimenticabile. Davvero non saprei quali altre cover iconiche l’era del CD abbia prodotto; forse quella di “(What’s The Story) Morning Glory”, ma “iconica” mi pare un tantino generosa come definizione.

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