Triffids – La mia ragazza crede di essere un treno (per David McComb 1962-1999)

La mia ragazza crede di essere un treno/Sente voci, vocine/che solo lei può sentire/Sente voci, vocine/che le scivolano nelle orecchie/La mia ragazza crede di essere un treno/Non capisce la differenza fra piacere e dolore/La mia ragazza crede di essere un treno/Esce dalla porta e beve/baci come fossero pioggia” (My Baby Thinks She’s A Train)

The Triffids

La prima volta che i Triffids vennero in Europa, credo fosse l’autunno del 1984, un giornalista chiese a David McComb, etichettato novello Jim Morrison per una presenza scenica carismatica, una qualche vaga somiglianza nella voce e l’organo che ne sottolineava costantemente i testi visionari, come gli sarebbe piaciuto morire. Non ho idea della risposta che ricevette una così singolare domanda. Certo al tempo  l’artista australiano non immaginava che non avrebbe visto il nuovo millennio, né che la sua dipartita sarebbe stata così poco rock’n’roll, ipotesi che invece, da lì a un decennio, quando il cuore comincerà a tradirlo, dovette considerare. Da due anni David McComb portava nel petto un cuore non suo. Lo scorso 2 febbraio, due settimane prima del trentasettesimo compleanno, pure quella vita di riserva gli è sfuggita. Coinvolto in un incidente stradale da niente, tenuto in osservazione un giorno in ospedale e poi dimesso, David è tornato a casa e li è morto. Da solo, forse senza nemmeno accorgersene. Riviste che a suo tempo gli avevano dedicato articoloni, e persino copertine, se ne sono occupate in poche righe. La vita…

Ci fu un tempo in cui sembrò che, similmente alle piante assassine protagoniste del libro di John Wyndham (un classico della fantascienza) che li avevano battezzati, nulla potesse arrestare i Triffids. Erano bravi e simpatici, esotici e scapigliati quel tanto che basta, brillanti dal vivo quanto in studio, una squadra unita con un capitano che scriveva canzoni come non se n’erano mai udite, benché gli ingredienti fossero quelli tipici della tradizione americana. Per cinque anni il gruppo fece base prevalentemente a Londra, in attesa che il successo di pubblico eguagliasse quello di critica. Non accadde mai. Ovvie conseguenze di tale indifferenza furono il ritorno in Australia e lo scioglimento.

I Triffids che sbarcano in Europa appena prima del giro di boa degli anni ’80 sono dei perfetti sconosciuti da noi e non granché più famosi in patria. Sono tuttavia lungi dall’essere degli esordienti, visto che il nucleo di base – David McComb (chitarra e voce) e Alsy Macdonald (batteria) – è insieme dal 1978 e gli altri – Robert McComb (fratello di David; violino, chitarra e tastiere), Martyn Casey (basso) e Jill Bert (organo e seconda voce solista) – si sono aggiunti poco dopo. Se la loro notorietà è ancora scarsa a dispetto di una discografia già di una certa consistenza è perché vengono dalla scena rock più isolata al mondo: Perth, 650.000 abitanti sulla più estrema costa settentrionale del Continente Nuovissimo, millesettecento chilometri in linea d’aria, oltre duemila via terra, dalla città più vicina, Adelaide. Duemila chilometri di assolata desolazione, quella “pianura senz’alberi” cui è intitolato il primo LP del quintetto. Nonostante l’eterna primavera nella quale è immersa, vivere a Perth se si è predisposti alla depressione non dev’essere consigliabile: come non sentirsi soli anche in mezzo alla gente, con una distesa sconfinata d’oceano davanti e alle spalle la vastità  non meno intimidente del deserto?  È in questo scenario alla Paris, Texas che si muovono i personaggi che canta il Nostro: agricoltori, allevatori, avventurieri, vagabondi, predicatori, amanti delusi, aspiranti suicidi. Un universo particolarissimo narrato con una sensibilità da poeta autentico e con l’attenzione al dettaglio di chi con gente simile ha vissuto e in simili paesaggi ci è cresciuto. Una sottile malinconia pervade tutto, ma temperata da un’ironia sorridente. Il dramma da grand guignol del compatriota Nick Cave è lontano quanto Adelaide. Sono parimenti malinconiche le musiche, ma nel contempo briose, energiche con eleganza.

Arrivando nel nostro emisfero David McComb e compagni portano seco un album e un mini, non la manciata di 45 giri (una dozzina in tutto i brani in essi compresi, dei quali soltanto uno, Place In The Sun, ripreso sul primo LP) che li hanno anticipati in Australia e che non circoleranno mai né nel Vecchio Continente né in America. Davvero un peccato, ché almeno i rustici Velvet Underground di Joan Of Arc e Being Driven e le acidule This Boy e Left To Rot avrebbero meritato una maggiore diffusione. Nondimeno l’inverno ’84-’85 è illuminato di immenso dall’album e dal mini suddetti, “Treeless Plain” e “Raining Pleasure”, entrambi su Hot e registrati rispettivamente nell’estate del 1983 e nella primavera seguente. L’uno e l’altro bellissimi.

Immaginate i Television che reinterpretano in chiave country-blues i Velvet ombrosi e romantici del terzo LP e se come sogno bagnato non vi pare abbastanza aggiungete alla miscela il Van Morrison più soul, i Dexys Midnight Runners e i gruppi del Paisley Underground, dai Green On Red ai migliori Rain Parade. Come già detto i Doors, dacché se David McComb non è forse un nuovo Jim Morrison certamente Jill Birt è l’erede di Ray Manzarek. E Bob Dylan, di cui i Trifidi rileggono I Am A Lonesome Hobo ammantandola di livori voodoo alla Gun Club. È una delle due cover in programma sui diciannove titoli che sfilano sui due dischi, essendo l’altra una versione drammatica e infinitamente struggente del traditional St. James Infirmary. Alsy Macdonald firma Nothing Can Take Your Place, molto Aztec Camera, e il resto è opera dell’ispiratissimo capobanda.

Non è solo perché da noi giunsero pressoché insieme e insieme vennero dunque ascoltati che risulta difficile separare “Raining Pleasure” dal predecessore. I due lavori condividono stile e sostanzialmente afflato, distinguendosi appena per la maggiore – come dire? – “bucolicità” del mini, sottendendo “Treeless Plain” una tensione più forte. Particolarmente evidente in una Red Pony caratterizzata da stupendi impasti di violino e tastiere, nel ruvido finale di Branded, nei blues con ritmica jazzata My Baby Thinks She’s A Train e Rosevel, in una Old Ghostrider doverosamente spettrale e nella psichedelica Hanging Shed. Ma la marziale Property Is Condemned, brano forse migliore del mini a pari merito con una traccia omonima retta da un bordone di archi e organo e cantata da Jill Birt con un’innocenza degna di Maureen Tucker, avrebbe potuto benissimo figurare sul lavoro precedente.

È viceversa impossibile confondere l’omonimo mini a nome Lawson Square Infirmary dato alle stampe, sempre dalla Hot, nel 1984 e l’EP Field Of Glass, dell’85. Countreggiante il primo, un delizioso divertissement cui prendono parte i due fratelli McComb e Alsy Macdonald; nevrotico e ultraelettico il secondo, registrato in presa diretta negli studi della BBC. Se Bright Lights Big City e Monkey On My Back mediano i Doors con i Bad Seeds più caustici, la canzone che gli dà il titolo è una The End suonata dai Suicide. Immaginate!

Nel 1985 esce solamente un altro EP, You Don’t Miss Your Water, che nel brano principale vira country il classico soul di William Bell. Ben due nell’arco di neppure sei mesi sono invece i 33 giri che vedono la luce l’anno dopo, per l’ultima volta per i tipi della Hot Records. Eccellenti e speculari. Più levigato il primo, “Born Sandy Devotional”, che molti ritengono il capolavoro dei Triffids; intrepidamente lo-fi il secondo, “In The Pines”, registrato su un otto piste in pieno deserto, in un capannone solitamente deputato alla tosatura delle pecore. Alla compagnia si è unito Graham Lee, che già aveva partecipato alla breve avventura Lawson Square Infirmary, e la sua slide si infila languida un po’ ovunque. Di “Born Sandy Devotional” sono indimenticabili la melodia ariosa e l’organo solenne e minimale di Wide Open Road, la torpidamente bluesata Life Of Crime e quella Afterhours trifida che è Tender Is The Night. Di “In The Pines”, l’omonimo, ruspante minuetto e quella Under The Boardwalk a Nashville che è Once A Day.

Indotta più da una stampa uniformemente entusiasta che da vendite che permangono modeste, la Island britannica mette sotto contratto il gruppo. E qui finiscono, per quanto mi riguarda, i Triffids che vale la pena di raccontare. Sarà un caso, ma il passaggio a una casa discografica più grande coincide con un appesantirsi degli arrangiamenti e un vistoso scadimento della scrittura di McComb, che da eclettica e sommamente peculiare si fa banale, qualunque. Di “Calenture” (1987) si salva a malapena Jerdacuttup Man, saporosa di Pogues. Il resto è un naufragio fra archi straripanti e cliché finto soul. “The Black Swan” (1989) spara in cento direzioni senza cogliere un bersaglio. Lo sconcerto di fronte al beat hip hop con ritornello alla Marc Almond di Falling Over You (che non è malaccio) diventa fastidio dinnanzi alla quasi disco di Goodbye Little Boy e ai Red Hot Chili Peppers barocchi (!?) di The Spinning Top Song. E dire che quando i Triffids si limitano a fare i Triffids, come nell’iniziale Too Hot To Move, Too Hot To Think, i risultati sono ancora pregevoli… È come se avessero smarrito la bussola e stessero vagando disperati alla ricerca di punti di riferimento.

Il congedo, “Live Stockholm”, che esce per la svedese MNW nel 1990, è per fortuna dignitoso e in retrospettiva commovente: la canzone cui il gruppo di Perth affida i saluti è una cover da cuore in gola di How Could I Help But Love You?, di Naomi Neville. Come posso fare a meno di amarti? Sul serio.

Confesso di avere perso di vista David McComb negli anni ’90. Non mi sono mai imbattuto nel suo LP da solista, “Love Of Will”, pubblicato dalla Mushroom nel 1994, e solo pochi giorni prima di porre mano a questo articolo ho ascoltato “All Souls Alive” (Frontier, 1994), album d’esordio di Blackeyed Susans, sorta di supergruppo australiano aperto dalla formazione in perpetuo rimodellamento. Al tempo ne facevano parte sia David McComb che Graham Lee e McComb è coautore di diversi brani. È un ottimo disco, prossimo ai Triffids degli esordi e meritevole di riscoperta. Every Gentle Soul, che piacerebbe ascoltare da Chris Isaak, e il country-blues à la Cohen di Reveal Yourself valgono i Triffids più memorabili.

Prima di mettermi a scrivere ho riesumato una cassetta sulla quale, tanti anni fa, un collega mi aveva gentilmente registrato i 45 giri australiani dei Nostri. È partito il beat spensierato di Stand Up. I primi versi impressi su vinile da un David McComb che all’epoca aveva diciannove anni mi hanno lasciato boccheggiante.

Stand up for your rights/Grab your baby and hold her tight/If she don’t love you well it’s OK/We’re all gonna die anyway.

La vita…

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.11, aprile 1999.

3 commenti

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3 risposte a “Triffids – La mia ragazza crede di essere un treno (per David McComb 1962-1999)

  1. La cosa che mi piacerà sempre dei suoi articoli, caro Venerato Maestro, è che fa venire voglia di ascoltare musica. Mica poco.

  2. Stefano Piredda

    Perché scrive come un dio.

    (il collega era Guglielmi, sì?)

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