Fra Louis Armstrong e Miles Davis: Roy Eldridge, il rimosso

In luogo che a poltrire sotto un ombrellone o a sgambettare per sentieri di montagna – o a leggere, o a studiare – ho impiegato questo agosto a rimettere ordine nei miei dischi, compito erculeo ma non più rimandabile cui da troppo non mi dedicavo. Quasi finito ormai (no, gli ultimi sei-settecento arrivi naturalmente non contano) e per la prima volta da otto anni in qua posso ragionevolmente affermare di avere un’idea abbastanza precisa di cosa ho in casa. Quasi finito, giusto in tempo sfortunatamente per tornare a dedicarmi alla scrittura, ché già le prime scadenze incombono, ed è stato estenuante ma anche piuttosto divertente. Un piacere approfittarne per riscoprire album frequentati un’ultima volta lustri o addirittura decenni fa. Era per certo dacché ne scrissi su “Audio Review”, ad esempio, che non facevo fare un giro a “Rockin’ Chair”, del grande Roy Eldridge, lavoro che ho constatato essere di ancora ardua reperibilità e che nondimeno mi ostino a propagandare. Vale ogni euro, ogni centesimo che eventualmente ci spenderete. Si suggerisce un ascolto notturno. Il bicchiere di porto è facoltativo, ma fortemente consigliato.

Roy Eldridge - Rockin' Chair

Che Roy Eldridge sia un rimosso dalle storie del jazz non si può dire, giacché in ciascuna ha il suo bello spazio. Che continui tutto sommato a essere – anche dopo che nel 2002 John Chilton gli ha dedicato una voluminosa, puntigliosa e apprezzata biografia – un sottovalutato pare invece evidente. Questione di mancata sintonia e sincronia con i tempi. Cose che capitano se ti ritrovi ad anticipare una delle svolte musicali del Novecento per poi scoprirti scavalcato da quella stessa rivoluzione che sei stato decisivo nell’avviare. Non bastasse, raggiungi il top della tua arte nel preciso momento in cui quei tumultuosi sommovimenti ti hanno lasciato indietro. Stretto fra un Louis Armstrong – cui dicono che ti sia ispirato ma in verità altri sono stati i tuoi maestri – e un Dizzy Gillespie – che tu viceversa hai influenzato eccome – te ne ritrovi stritolato. Prende il centro della ribalta tal Miles Davis e ciao ciao. È tanto lo scoramento che per un po’ lasci il tuo paese e fortunatamente emigrando scopri la tua America altrove, in Francia, come tanti altri artisti afroamericani. Recuperi fiducia. Ritorni. Realizzi uno dei tuoi dischi più belli – incidentamente quello di cui la rubrica si occupa questo mese – e capisci che c’è ancora spazio per te, sebbene non più da protagonista. Per quasi trent’anni dopo le sedute di registrazione che diedero vita a “Rockin’ Chair” la tromba di Roy Eldridge ruggirà, blandirà, swingherà ancora. E quando nel 1980 un ictus sembrerà mettere fuori gioco il nostro eroe, prossimo alla settantina, sarà in realtà giusto uno spiacevole incidente di percorso. Posata la tromba recupererà il primo amore, la batteria. Si scoprirà pianista di vaglia. Canterà, gigione e sentimentale come non mai. La morte lo coglierà, il 26 febbraio 1989 a Valley Stream, New York, decisamente vivo.

Era nato a Pittsburgh, Pennsylvania, il 30 gennaio 1911. Precoce il suo ingresso nel mondo della musica, sì e no adolescente ed entrando da una porta di servizio molto usata all’epoca, quella delle bande carnascialesche, delle orchestrine al seguito di spettacoli circensi e di vaudeville. Percussioni e tuba, oltre alla tromba, i suoi strumenti. Curiosamente, a insegnargli i rudimenti dell’arnese che lo consegnerà agli annali del jazz era un sassofonista, il fratello maggiore Joe. Curiosamente, a procuragli il primo impiego era l’imitazione alla tromba di un celebre assolo di un altro sassofonista, il Coleman Hawkins di Stampede. Il primo trombettista a ispirarlo era Jabbo Smith, pur’egli un sottovalutato e di soli tre anni più anziano. Satchmo lo scoprirà davvero (nel senso che si metterà a studiarlo) più avanti, nel 1932 a New York, dove viveva da un paio di anni, suonando prevalentemente nel circuito dei locali da ballo di Harlem, in vari complessi fra cui già quello di Teddy Hill. Nel 1933 è di nuovo a Pittsburgh. Nel ’34 a Baltimora. Nel ’35 si riaccomoda all’ombra della Big Apple ed è a questo punto che la sua carriera decolla, braccio destro di Hill, nel giro di Billie Holiday e con Lady Day inciderà fior di classici, con Fletcher Henderson e Christopher Columbus è uno dei successi del 1936. Anno cruciale e magnifico. Roy va a Chicago ed è nella Windy City che dà vita al suo primo gruppo da leader, un ottetto con dentro Joe in qualità di sassofonista e arrangiatore. Nel 1937 Heckler’s Hop, After You’ve Gone e Wabash Stomp lo lanciano in orbita. Mentre gli anni ’30 sfumano nei ’40 e il mondo precipita – gli Stati Uniti però ancora fuori – nell’orrore del secondo conflitto mondiale – Roy Eldridge se non proprio il trombettista jazz per antonomasia è uno degli indiscutibili fari nell’ambito, nel mentre Armstrong sta declinando, sebbene con classe intatta, nello stereotipo. È l’era delle grandi orchestre. Una delle più importanti è quella di Gene Krupa e a sancire la rilevanza di Eldridge è anche l’invito a unirsi ad essa. Più avanti raggiungerà Artie Shaw. Triste e vergognoso che la decisione del nostro uomo di dare vita nel 1944 a una formazione sua sia influenzata non tanto dalla voglia di essere mattatore assoluto quanto dagli innumerevoli, spesso grotteschi episodi di discriminazione subiti al seguito di compagnie di musicisti per il resto tutti bianchi. La guerra finisce, le orchestre vanno in crisi, soprattutto va in crisi l’idea di jazz come è stato inteso fino ad allora. Esplode il bebop e il trombettista, che con il suo stile ritmato, nervoso e guizzante lo ha indubbiamente anticipato, si scopre a disagio e in conflitto con la nuova scena. Dubbioso del suo stesso valore e non ne placa le ansie l’invito di Norman Granz a partecipare al progetto di Jazz At The Philharmonic. In tour in Francia nel 1950 con Benny Goodman, decide di fermarsi lì. Il soggiorno durerà circa un anno e l’affetto degli appassionati locali lo rinfrancherà a sufficienza da farlo tornare a casa deciso a dar battaglia. “Rockin’ Chair” frutto sugoso e glorioso della mossa.

Colpo di scena! Fuori catalogo in CD, il disco è reperibile attualmente soltanto nella splendida – “A panoramic true hi-fi recording” – quanto costosa stampa della Speakers Corner. Investimento che vale ognimmodo fino all’ultimo sudato centesimo, giacché non solo è un LP di grande bellezza ma riassume esemplarmente molto di quello che era stato Roy Eldridge fino a quel momento e molto di quello che sarà (come minimo dovreste procurarvi “Dale’s Wail”, un Verve del ’53). Agli opposti di un ampio spettro si collocano i quattro brani incisi con gli archi e gli arrangiamenti di George Williams (l’apice una struggente e dolcissima I Remember Harlem) e gli altrettanti, in stile rhythm’n’blues, in cui pompa il sax tenore di Buddy Tate. Al piano ma più che altro all’organo, Oscar Peterson è sanguigno come di rado potete averlo ascoltato. Fatevi un regalo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.282, settembre 2007.

1 Commento

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Una risposta a “Fra Louis Armstrong e Miles Davis: Roy Eldridge, il rimosso

  1. antonio

    considerando quel periodo di interregno tra armstrong e il bop la lista dei grandi trombettisti spesso dimenticati non si ferma solo a eldridge: henry red allen, hot lips page, bobby hackett tanto per fare qualche nome. A volte penso che la dimenticanza sia un po’ colpa di quelle liste di dischi essenziali (specie per ascoltatori rock) in cui pare che i grandi trombettisti del jazz siano stati giusto davis, armstrong, magari clifford brown e magari un freddie hubbard o un lee morgan per i più recenti.

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