Archivi del mese: agosto 2013

Wizards Of Oz (6)

Died Pretty – Out Of The Unknown (lato A di un singolo, Citadel, 1984)

4 commenti

Archiviato in Australia, video

Un ricordo di Bobby “Blue” Bland (1930-2013)

Sarà che i suoi glory days erano da lungi trascorsi, sarà che quando te ne vai a un’età discretamente veneranda il cordoglio è giocoforza minore: fatto è che in pochissimi hanno dedicato qualche riga, due mesi fa a oggi, alla scomparsa di una delle più grandi voci della storia del soul. Ne spendo qualcuna io adesso, recuperando un articolo che scrissi non più tardi di un paio di anni fa. Una delle tante occasioni in cui mi sono ritrovato a tessere le lodi di un artista immenso.

Bobby Bland

Lo scorso 27 gennaio Robert Calvin Bland ha festeggiato gli ottantun’anni e chissà se li ha celebrati in grande stile, come fece per gli ottanta, fieramente esibiti in pubblico con un concerto al Sam’s Town Casino and Hotel di Tunica, a trenta minuti di auto dalla “sua” Memphis. Probabile che in quell’occasione la percentuale di spettatrici in platea fosse ancora maggioritaria, meno – visto che pure loro mediamente avranno una certa età – che sul palco siano volati fiori e mutandine come era usuale nell’era più ruggente del nostro ancora non spellacchiato leone. Comunque non è da escludere che sotto il palcoscenico si accalcassero anche persone assai più giovani, visto che Bobby Bland ultimamente ha beneficiato di un certo revival: era del 2008 un devoto tributo da parte di Mick Hucknall, del 2010 una bella lettura di No Easy Way To Say Goodbye di Queen Emily ed è di questi mesi l’inclusione di Ain’t No Love In The Heart Of The City nella colonna sonora di The Lincoln Lawyer. Fra l’altro non è la prima volta che questa canzone (un notevole successo per gli Whitesnake nel ’78) contribuisce a garantirgli una serena vecchiaia, essendo stata un Top 10 R&B nel 1974 e avendola (più che campionata) coverizzata nel 2001 Jay-Z. Sia come sia… un secondo importante anniversario si approssima, giacché questo 29 di giugno saranno sei decenni che il Nostro è nello showbiz. Ci entrava, come ama ricordare, trionfando in una competizione amatoriale al Palace Theatre. Di Memphis, certo.

Dice bene Peter Shapiro nella sua ottima Rough Guide al soul su CD: è Ray Charles in genere a prendersi il merito, ma se c’è un album che segna la transizione definitiva dal rhythm’n’blues al soul è “Two Steps From The Blues” di Bobby Bland, che usciva su Duke nel 1961 e in parte raccoglieva materiali che già avevano fatto furore nelle radio e nelle classifiche nere nel lustro precedente. Come I Don’t Want No Woman, come Little Boy Blue, come I’m Not Ashamed, come Lead Me On. Soprattutto, come I’ll Take Care Of You, numero due nella graduatoria R&B nel 1959, e dal canto suo il 33 giri genererà due ulteriori hit con I Pity The Fool e Don’t Cry No More. Nonostante la natura semiantologica, comune del resto alla quasi totalità degli LP del tempo, il disco ha l’organicità dell’album come in seguito lo si intenderà e una mirabile articolazione d’assieme, con colpi di ammiccante genio nella trilogia “delle lacrime” Cry, Cry, Cry/I’m Not Ashamed/Don’t Cry No More e un fluido, continuo transitare dal blues al soul via gospel e ritorno, magari attraverso lande pop cui l’idioma ispanico non è estraneo. Insomma un capolavoro da avere assolutamente e pazienza se parte della scaletta si sovrappone alla superlativa e più corposa raccolta “The Voice”, un Ace del 1991 tuttora disponibile e da cui l’appassionato di black non può prescindere. D’altro canto era un artista trentunenne, più che navigato e affiancato da un’efficientissima squadra (allenatore l’arrangiatore Joe Scott), che lo siglava, un inizio di carriera perso nel mito di quei Beale Streeters che con lui allineavano B.B. King, Junior Parker, Johnny Ace e Rosco Gordon (scusate se è poco) e con  produzioni sponsorizzate da Chess, Modern e Sun prima di un domiciliarsi alla Duke che si protrarrà per quasi due decenni. Nel corso dei ’50 Bland aveva delineato gradualmente uno stile che nel blues iniettava dosi via via più robuste di gospel (ove trend prevalente ha sempre voluto che dalla musica sacra si passasse a quella secolare). Inizialmente piena, grassa persino, la voce acquisiva sfumature raffinate, suggestive, sensuali. Carica di emozione che si scioglie in fraseggi dalle influenze quantomai eterogenee (lo shouter Roy Brown così come il crooner Perry Como) che gli tatuavano su pelle e anima quel soprannome: “Blue”.

Erano gli anni ’60, magistralmente esposti nella succitata “The Voice”, l’Età dell’Oro del nostro uomo, che però contrariamente ad altri giganti del soul che da lui impararono più che qualcosa (Otis Redding, Wilson Pickett, Joe Tex) non riesciva a fare sua la platea bianca. L’acrimoniosa separazione nel 1968 da quel Joe Scott che era il suo Nelson Riddle e quattro anni dopo il divorzio pure dalla Duke parranno un’indicazione di un declino inevitabile. Alla lunga lo sarà, però solo dopo un fantastico colpo d’ala chiamato “His California Album”. Datato 1973 e griffato ABC, funky nel basso, affilato nelle chitarre, sciropposo il giusto negli archi, è il terzo titolo di questo interprete straordinario da mettersi in casa. Ma fossi in voi non mi fermerei (non vi fermerete) e ne punterei un quarto. Fresca di pubblicazione per Hoodoo Records  e forte del bel libretto e degli ottimi suoni che rappresentano lo standard della casa, la compilazione “Little Boy Blue” completa il lavoro iniziato da “The Voice” andando a coprire quegli anni ’50 formativi per il cantante del Tennessee ma già formidabili. Lo certificano gemme sfavillanti come una I Don’t Believe che di rado B.B. King ha fatto meglio e una Farther Up The Road che vale il Muddy Waters al top, un’esplosiva Loan A Helping Hand e una malinconica e dolcissima Last Night, una Stormy Monday minore intitolata I Lost Sight On The World e una ballabilissima Woke Up Screaming. Oltre naturalmente all’immortale traccia omonima, serenatona pop oltre che blues.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.683, giugno 2011.

7 commenti

Archiviato in archivi, coccodrilli

Wizards Of Oz (7)

Radio Birdman – Do The Pop (da “Radios Appear”, Trafalgar, 1977)

3 commenti

Archiviato in Australia, video

Too Much Too Young – La breve storia degli Specials

Da gelidi venti sintetici emerge una melodia triste e sinuosa, saporosa di notti d’Arabia. La ritmica si distende singultante, sottendendo una progressione di accordi di gusto jazz e voci gospel con tendenza all’orrorosamente infantile. Si apre un ritornello che sa di premiata ditta Strummer/Jones. Parole come macigni.

The Specials

Primo nelle classifiche britanniche nel giugno 1981, colonna sonora dei disordini che divamparono dapprima a Brixton e a Liverpool e poi un po’ ovunque nella terza estate dell’era Thatcher, Ghost Town è uno dei più memorabili singoli di sempre, in qualunque ambito. Fu il secondo numero uno per un settetto multirazziale che veniva dalla desolazione post-industriale delle periferie di Coventry e sarebbe potuto essere il trampolino di lancio per la conquista del ricco mercato americano, assaltato l’anno prima con un tour di sei settimane e un’apparizione a “Saturday Night Live” assurta alla dimensione del Mito nei ricordi della generazione skacore. Invece no. La Città fantasma era per gli Specials acrimonioso – in tutti i sensi – congedo. Nei camerini dello studio della BBC che ospitava “Top Of The Pops”, proprio nel giorno che sarebbe dovuto essere quello del loro massimo trionfo, il cantante Neville Staples informava il tastierista e leader Jerry Dammers che avrebbe lasciato il gruppo. L’altro cantante, Terry Hall, e il chitarrista Lynval Golding si univano a lui e ufficializzavano (i tre stavano in realtà lavorando da tempo a dei demo) la nascita dei Fun Boy Three. Il secondo chitarrista, Roddy Radiation, dava vita ai Tearjerkers. Con Dammers restava solamente il batterista John Bradbury. Una fine genererà un inizio, una nuova formazione dalla ragione sociale – Special AKA – seminuova per la quale il momento più alto, un altro 45 giri da leggenda chiamato Free Nelson Mandela, sarebbe stato l’inizio della fine. Ma qui sarà il caso che si racconti dal principio, dall’una volta di più fatidico 1977.

È in quell’anno che Jerry Dammers (nato Gerard Dankin) dà vita ai Coventry Automatics, complessino semiamatoriale in cui già figurano il giamaicano Golding e il bassista Horace Panter, che da lì a poco si ribattezzerà Sir Horace Gentleman. Suonano cover di ska e reggae frammiste alle prime composizioni del capoccia incendiandole con il combustibile del punk, in questo già diversi, gli Specials, dalle compagini dello ska revival che innescheranno in vita e hanno continuato a ispirare fino a oggi. Le tesserine del puzzle cominciano ad andare al posto giusto con l’arrivo di Terry Hall, appena diciassettenne e proveniente dai ruvidi e minori Squad, e di Roderick Byers, in arte Roddy Radiation, che come biglietto da visita porge un inno a momenti da stadio intitolato Concrete Jungle. Un ragazzo di Coventry al seguito dei Clash come tecnico procura a Dammers un appuntamento con il manager Bernie Rhodes. Neville Staples, che del gruppo, adesso The Special A.K.A. The Automatics, è per ora soltanto un roadie, prende a rifornire regolarmente Mick Jones di erbetta di ottima qualità. Ce n’è quanto basta per garantire alla banda Dammers un giro di concerti come spalla allo Scontro. Al londinese Music Machine Staples attacca al mixer un microfono e rappa spiritato per tutto il set. Cambia istantaneamente mansioni. Lo storico “On Parole Tour” (i Suicide il terzo gruppo coinvolto) è decisivo non solo per definire l’organico del combo, ora The Special A.K.A e basta, ma pure per indirizzarlo a un look unitario – completi scuri con tanto di cravatta, scarpe a punta, cappelli da malavitosi anni ’30 – che collide e collude con il ritorno in auge dei mod. Però con un tono più casual che occhieggia alla cultura skinhead. Una sfigata gita di lavoro in Francia provoca indirettamente le dimissioni del batterista originale, Silverton Hutchinson, e direttamente il taglio dei legami con Rhodes. Siamo arrivati al 1979. Coinquilino di Dammers, John Bradbury siede dietro piatti e tamburi. Quanto al leader, già deluso dai primi rapporti con il business discografico, decide di non cercare un contratto bensì di fare da sé e con l’amico Neol Davies fonda la 2 Tone. Fa subito il botto.

Epocale l’omino in bianco e nero di proletaria eleganza scelto come logo dell’etichetta. Epocale il primo sette pollici, debutto sia per gli Specials, che si presentano con Gangsters dichiarando devozione al classico di Prince Buster Al Capone, che per i Selecter di Davies. Sospinto dal re dei propagandisti John Peel e da un fitto calendario concertistico che fa della compagnia una gioiosa macchina da guerra, va al numero 6 in classifica, evento inaudito per un’uscita indipendente. Chrysalis, battendo Mick Jagger, offre sveltamente un contratto di distribuzione e la stampa dei dischi negli Stati Uniti. Elvis Costello si fa avanti per produrre l’esordio a 33 giri.

A oltre ventidue anni da quando raggiunse i negozi,  il quarto posto nelle classifiche britanniche e l’ottantaquattresimo in quelle statunitensi, primo album ska – credo – a violare i Top 100 di “Billboard”, “The Specials” emoziona e scatena frenesia come il primo giorno. L’ho definito “album ska” ma è più o meno come dire blues il primo Led Zeppelin. La sua forza è quella di partire dal canone stabilito nei ’60 dagli Skatalites e andare oltre aggiungendo piglio punk – l’attacco di (Dawning Of A) New Era quintessenza di Sex Pistols – e il ricercatamente monotono cantato di Hall che è pura new wave. Oltre alla Giamaica successiva allo ska e a tutto quanto lo ska ispirò, dal grezzo errebì di Rufus Thomas, omaggiato con una metallica lettura di Do The Dog, al soul che infiltra la voce calorosa di Staples e a tanto jazz, che fa capolino in certi ricami di chitarra e (clamorosamente) nel conciso assolo di basso di Nite Klub. Le cover sono rese con bella personalità, a partire dalla sorniona A Message To You Rudy, capolavoro di Dandy Livingstone in cui riluce (come già nella versione primigenia) il trombone del giamaicano Rico Rodriquez (presenza costante da qui in poi), e proseguendo con la succitata Do The Dog, con la corale Too Hot di Prince Buster, con la travolgente Monkey Man, già dei Maytals, e con il dolcissimo saluto You’re Wondering Now, farina del grasso sacco di Clement Seymour Dodd. Financo più grandi gli originali, tutti griffati (in solitudine o in compagnia) Dammers eccetto Concrete Jungle. Inenarrabili apici: It’s Up To You, organo sudista e cambi d’andatura che mandano in cielo; Too Much Too Young, ipercinetica; Gangsters; soprattutto, Doesn’t Make It Alright, strepitoso, dolente inno in levare a quell’integrazione razziale di cui per il semplice e raro esibire organico bicolore (cinque bianchi, due neri più uno) gli Specials furono da subito un simbolo. “Politici” al di là dell’esplicito schierarsi del leader.

Sono mesi esaltanti. Uscito in ottobre pochi giorni prima del 33 giri, A Message To You Rudy si inerpica nella graduatoria dei 45 fino alla decima piazza. Il “2 Tone Tour”, con Madness e Selecter di spalla, registra ovunque il “tutto esaurito” e il 7 novembre i tre gruppi sono a “Top Of The Pops”. A Natale a Coventry, accolti come eroi. In gennaio un EP dal vivo, con Too Much Too Young come pezzo portante e fra l’altro smaglianti interpretazioni di Guns Of Navarone degli Skatalites e Long Shot Kick De Bucket dei Pioneers, va difilato al numero uno. Ma qualche scricchiolio comincia ad avvertirsi: insofferenza degli altri per l’insofferenza allo stardom di Dammers, qualche eccesso alcolico, uso di sostanze che non sono soltanto più maria, Golding vittima di una brutale imboscata razzista, disordini ai concerti. E ancora: la voglia del leader di andare oltre  uno ska pure assai rimodernato.

Di quanto fossero popolari gli Specials è una chiara indicazione il fatto che anche il singolo che anticipò il secondo LP, con sul lato A la poco orecchiabile e discretamente kitsch Stereoypes, entrò nei Top 10, arrestandosi a sei scalini dal vertice. Andava uno più su l’album “More Specials”, con il senno di poi non avaro di indizi dello sfaldamento incipiente: leggerino con persino qualche scivolata nel vaudeville (esemplare Hey Little Rich Girl), poco coeso, sfocato. Eppure a tratti ancora magnifico, nel festaiolo invito a cogliere l’attimo di Enjoy Yourself (tanta malinconia però in una ripresa apposta a suggello), in una Rat Race propulsa da un piano ai limiti del boogie, nell’orientaleggiante International Jet Set. Più che altrove nel triplo omaggio a John Barry, James Bond e James Brown di Sock It To ’Em JB. Vedeva la luce nel settembre 1980. Nove mesi dopo Ghost Town era prima in classifica e gli Specials già consegnati alla Storia. Malservita in digitale da una serie di antologie, la loro discografia a 33 giri è da pochissimo tornata disponibile, rimasterizzata come si usa. Se per motivi anagrafici o altro ve la perdeste allora, è da non mancare.

Non dovreste farvi mancare nemmeno “In The Studio” (dandogli anzi la precedenza su “More Specials”), unica uscita adulta degli Special AKA del solo Dammers (più Bradbury e altri quattro fra cui Rhoda Dakar, eccellente cantante proveniente da un gruppo minore 2 Tone, le Bodysnatchers). Misconosciuto piccolo capolavoro (con di nuovo Costello in cabina di regia), datato ’84 e pencolante verso uno sghembo pop jazzato, con languori da musical e in apertura di seconda facciata l’apoteosi afrolatina di Nelson Mandela, comizio impossibilmente trascinante a favore del leader dell’African National Congress, che allora era ancora – da ventun’anni – in carcere.

Potete viceversa perdervi, nonostante siano mediamente piacevoli all’ascolto, i quattro album (il primo su Virgin, il secondo su MCA, i due restanti su Trojan) degli Specials riformati nel 1995 senza il capobanda e da allora in pista in circuiti concertistici minori. Quelli attuali schierano degli originali Roddy “Radiation” Byers, Neville Staples e Horace Panter e si limitano a essere jukebox di vecchi successi, loro e altrui. Un pur infastidito Jerry Dammers lascia fare. Mette dischi in giro per Londra e registra ogni tanto qualcosa per sé, ma da diciotto anni non pubblica nulla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.474, 19 febbraio 2002.

1 Commento

Archiviato in archivi

Wizards Of Oz (8)

Hoodoo Gurus – Bittersweet (lato A di un singolo, Big Time, 1985; poi inclusa in “Mars Needs Guitars”)

6 commenti

Archiviato in Australia, video

Wizards Of Oz (9)

Sunnyboys – Alone With You (da “Sunnyboys”, Mushroom, 1981)

3 commenti

Archiviato in Australia, video

Billy Joel: (non) solo un pianista di piano bar

Sono trascorsi esattamente vent’anni (per essere precisi: vent’anni e dieci giorni) dacché Billy Joel pubblicava il suo dodicesimo e ultimo album in studio, “River Of Dreams”. Suppongo che alla Columbia abbiano perso ormai ogni speranza di vedersi recapitare un bel dì i master del tredicesimo. O forse no, visto che il prossimo autunno vedrà il nostro uomo protagonista di un mini-tour fra Irlanda e Gran Bretagna. Chissà…

Billy Joel - 52nd Street

Nello scatto che lo immortala sul davanti di copertina di “52nd Street” l’allora ventinovenne Billy Joel stringe fra le mani una tromba. Idem nella fotina sul retro e lo stesso in un’immagine invece bella grande sul foglio interno con i vari crediti. Non ci sarebbe nulla di strano, non fosse che il cantautore newyorkese, che se la cava brillantemente con ogni genere di tastiera e più che passabilmente con chitarra, fisarmonica e percussioni, la tromba – ch’io sappia – in vita sua non l’ha mai suonata. Anche e soprattutto in un altro modo quello scatto è però fuorviante: supponendo che un qualcuno che sa di rock possa non avere familiarità con un album che ha venduto quella dozzina di milioni di copie (sette nei soli Stati Uniti), be’, potrebbe benissimo pensare che si tratti di punk. Sarà pure in giacca e cravatta, il nostro uomo, ma – abbigliamento completato da un paio di jeans e scarpe da ginnastica alquanto luride – risulta egualmente trasandato. Sembra poi ripreso in un vicolo da bassifondi, spazzatura assortita ai suoi piedi ed è un quadretto di squallore più consono, per dire, a un Johnny Thunders che non a un artista che aveva a quel punto già collezionato disco di platino dopo disco di platino. Che, giusto un anno prima e con un singolo tratto dall’album precedente, “The Stranger”, aveva consegnato agli annali del pop un classico dello sdilinquimento quale Just The Way You Are. Chi non l’ha mai sentita? Ma volete ridere? Andate su Google, digitate “Attila Billy Joel Epic” e impostate la ricerca su “Immagini”. Occhio che potreste rischiare una crisi convulsiva alla vista dell’autore della suddetta ballatona in armatura e pelliccia, baffazzi e boccoli neri (o è una parrucca?) in mezzo chissà perché a quarti macellati di chissà quali bestie. Con al suo fianco colui che ne fu complice, tal Jonathan Small cui disinvoltamente fregherà la moglie, in quell’imbarazzante avventura datata 1970 e incredibilmente griffata da un’etichetta maggiore, per bella ironia del destino consociata di quella Columbia alle cui fortune il Nostro tanto contribuirà dal ’73. Definito dallo stesso (mezzo) artefice “una cagata psichedelica” e da chiunque l’abbia ascoltato una cagata e basta, l’omonimo e per fortuna unico 33 giri degli Attila è un impasto insensato, irredimibile di organo urlante e distorto e batteria. Secondo Stephen Thomas Erlewine è il peggiore album della storia del rock. Su due piedi, francamente non mi viene da opporgliene uno al pari fastidioso e ridicolo.

Mi è straordinariamente simpatico, Billy Joel. Non potrebbe essere altrimenti con la vita pazzesca che ha avuto, fitta di cadute non meno che di trionfi. Prima degli Attila era passato, giovanissimo (è nato il 9 maggio 1949), per una serie di complessini di rilevanza crescente, fino a quegli Hassles titolari fra il ’67 e il ’69 di due gradevoli collezioni di blue-eyed soul alla Young Rascals. Dopo, si adatterà per qualche mese a fare il pianista di piano bar, integrando il magro reddito scrivendo recensioni per la rivista “Changes”. Precipitato in una profonda crisi depressiva, tentava il suicidio con modalità degne di un Woody Allen, lo falliva, si faceva ricoverare in una clinica psichiatrica, ne usciva, firmava un contratto capestro da cui impiegherà un paio di decenni a liberarsi, pubblicava un primo album da solista handicappato da un piccolo difetto: lo masterizzavano a una velocità sbagliata. Avendo già impiegato due terzi dello spazio a mia disposizione, sorvolo sugli immediatamente successivi alti e bassi di una carriera che, alla vigilia dell’uscita nel 1977 di “The Stranger”, lo vedeva in una posizione da “o la va o la spacca”. Se con quell’album (il suo quinto in proprio) le vendite non fossero congruamente risalite rispetto a quelle deludenti di “Turnstiles” la Columbia avrebbe messo fine al rapporto. Andava. Andava come andava e la Columbia è ancora oggi la casa discografica di Billy Joel. Saranno ormai più che stufi da quelle parti di aspettare da lui una raccolta di canzoni nuove, visto che l’ultima (“River Of Dreams”; il seguente “Fantasies & Delusions” si muoveva in un ambito di musica classica) risale all’ormai lontanissimo ’93, ma possono consolarsi con un catalogo che ogni anno fa vendere loro qualche ulteriore centinaio di migliaia di copie.

Considerato da tutti una delle sue prove migliori ma da quasi nessuno il suo capolavoro, “52nd Street” è ricordato principalmente per Honesty ed è un peccato, trattandosi di un ruffiano tentativo di confezionare una seconda Just The Way You Are. A me piacciono di più (tanto di più) gli otto brani che le fanno compagnia, inclusa la fulminea traccia omonima che, morbida e soulful, suggella un 33 giri riproposto all’attenzione degli audiofili da Impex in un’ottima stampa limitata a 2500 esemplari. Le gemme vere sono però Big Shot (riffone che non ti aspetti, piano scintillante, sventagliate fiatistiche e alla fine una solista che ustiona), My Life (quintessenza di Steely Dan a parte che il sentimento ha la meglio sull’ironia) e Stiletto (ritmica funk, piano boogie, organo errebì e un bel po’ di jazz nell’assieme). Non fosse che verso fondo corsa l’arrangiamento si appesantisce fino a debordare, sarebbe meritevole di menzione anche Until The Night, che prima di deflagrare è una sorta di Stand By Me sedata. Ma più che una canzone ho un momento preferito in un album che vanta una delle produzioni più raffinate del tempo: è quando da Zanzibar fa capolino Summertime.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.327, novembre 2011.

15 commenti

Archiviato in archivi

Wizards Of Oz (10)

Hitmen – Didn’t Tell The Man (lato A di un singolo, WEA, 1979)

Lascia un commento

Archiviato in Australia, video

Wizards Of Oz (11)

The Stems – At First Sight (lato A di un singolo, White Label, 1987; poi inclusa in “At First Sight Violets Are Blue”)

3 commenti

Archiviato in Australia, video

La mattina dell’ultimo giorno: Jimi Hendrix a Woodstock

Jimi Hendrix

I soliti esagerati: anche se stavolta si sono risparmiati dettagli come le scritte in oro zecchino che luccicavano su un analogo cofanetto incensato mesi fa, quello che immortalava il tour del 1975 di Dylan con la Rolling Thunder Revue, non per questo si può affermare che i signori della Classic Records, alle prese con il Jimi Hendrix altrettanto storico che sei anni prima suggellava la tre giorni di “pace e musica” di Woodstock, abbiano lesinato in effetti speciali. E allora: in un solido box di cartone, ecco seicento grammi di rigidissimo vinile vergine da fare girare a 33 giri e 1/3 al minuto. Come bonus, qualche altra decina da fare andare invece a 45, per così godersi le versioni in studio, messe su nastro a New York meno di due settimane dopo, di quel paio di brani eseguiti al festival in anteprima dal Nostro, vale a dire Izabella e Message To The Universe, o Message To Love che dir si voglia. Assenti sul corrispondente doppio CD che la MCA pubblicava nel ’99 e che si presenta, pleonastico sottolinearlo, ben più modestamente. Né finiscono qui le differenze a favore della sontuosa edizione in vinile distribuita in Italia dai soliti noti di Sound And Music. Il libretto non si limita a espandersi in altezza, larghezza e spessore, facendosi libro, ma guadagna altre foto (tutto un altro vedere, va da sé) e, a seguire il bel saggio di David Fricke già noto, esclusive note firmate da John McDermott e, soprattutto, un’illuminante intervista a Eddie Kramer. Che è quel genio della registrazione live cui dobbiamo tutte le incisioni realizzate fra il 15 e il 18 agosto 1969 nel fango della tenuta di Max Yasgur, due passi da Bethel, Woodstock decisamente più lontana e tant’è. Dire che fece miracoli è un eufemismo e ogni qual volta all’ascolto scatta l’applauso un po’ è pure per lui. Questa stampa Classic Records non supera il CD, eguagliandolo in ogni caso agevolmente, solo perché quello, mixato da Kramer stesso, dalle vecchie bobine da dieci pollici e mezzo aveva già cavato il massimo. Diventa allora una questione quasi filosofica preferirla, uno sfizio mettersi in casa un mastodonte da cui fra il resto saltano fuori anche – sì, proprio i soliti esagerati – un plettro e la riproduzione del biglietto che dava accesso quel 17 agosto, una domenica, all’immensa spianata antistante un palco rivelatosi da subito insufficiente alla bisogna. Si accalcarono a un certo punto in quattrocentomila lì, quattro volte il numero di tagliandi venduti, e ciò la dice lunga sull’organizzazione o se preferite sulla disorganizzazione dell’evento. Quando alle nove di mattina di lunedì 18 agosto, con quelle dodici ore di ritardo sulla tabella di marcia, il sestetto guidato da James Marshall Hendrix si affacciò alla ribalta erano rimasti in venticinquemila, i più resistenti, i più eroici, forse semplicemente quelli che a furia di balli e sballi non sapevano più dove si trovavano. Quella che avrebbe dovuto essere l’attrazione principale, e in ogni caso era stata quella che aveva incassato l’assegno più cospicuo, finì per esibirsi per pochi intimi nel sole che illuminava un’area che subito dopo lo stato di New York  dichiarò disastrata. Al chitarrista di Seattle la cosa non dispiacque.

Fatto è che – come evidenzia Fricke che a Woodstock c’era ma Hendrix se lo perse, lo sciagurato – il nostro uomo al festival arrivava impreparato e sapendo di esserlo. Sciolta l’Experience otto settimane prima, all’indomani di un raduno concertistico (a Denver) se possibile pure più caotico, aveva assemblato in suo luogo una raccogliticcia congrega battezzata Gypsy Sun And Rainbows cui giusto il provvisorio e provvidenziale ritorno alla base del batterista Mitch Mitchell dava quel minimo di coesione indispensabile per affrontare il palco. Se il bassista Billy Cox, tecnicamente valido e oltretutto vecchio commilitone di Jimi, resterà nella successiva Band Of Gypsys, per i modesti Larry Lee (chitarra ritmica), Juma Sultan e Jerry Velez (percussioni), Woodstock fu l’unico momento di gloria e di una gloria minore, siccome per fortuna si sentono ben poco ed è un trio dentro il trio – Hendrix, Cox e Mitchell – a menar le danze. Ritmica solidissima e su quella impalcatura l’attore principale che guadagna man mano confidenza, fino a prodursi in venti minuti fra i più ispirati, e i più rivelatori, della sua troppo breve vicenda.

Da un certo punto di vista il Jimi Hendrix che arriva da star al più celebre dei festival è già un “has been”, nonostante gli anni non siano ancora ventisette di cui appena tre trascorsi facendo dischi. Ma il suo terzo album in studio, “Electric Ladyland”, ha già un anno (tanto, per allora) e non si scorge all’orizzonte un successore che non ci sarà. Cerca nuove strade – lo evidenziano nella sua performance la collisione fra jazz e hard di Message To Love e più ancora (Fricke) il “James Brown che dirige la Mahavishnu Orchestra” di Jam Back At The House –  e sarà un destino cinico e baro a impedirgli di percorrerle, dopo averne tracciato una mappa nell’incompiuto “First Rays Of The New Rising Sun”. Woodstock non fu il suo concerto migliore (tutt’altra cosa, ad esempio, il “Jimi Plays Monterey”), ma i venti minuti di cui sopra, quelli che incastonano una devastata e devastante Star Spangled Banner fra la Voodoo Child e la Purple Haze più travolgenti di sempre, restano epifanici come pochi nella storia della musica del Novecento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.257, maggio 2005.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi