Byrds: dal folk-rock alla psichedelia

The Byrds - Greatest Hits

Il primo LP dei Byrds che mi misi in casa fu una raccolta ma, trent’anni dopo, non saprei dire quale. Forse un’edizione italiana, economica e ricopertinata proprio del loro primo, storico “Greatest Hits”, quello che da giorni gira sul Thorens con una frequenza assurda per canzoni che so a memoria. I pezzi dovevano essere più o meno quelli. Il secondo LP dei Byrds che mi misi in casa fu una raccolta, qualche sovrapposizione con il primo c’era, ma 1) lo pagai pochissimo e, 2), vuoi mettere? Tutte le canzoni di Dylan rifatte dal complesso guidato da Jim/Roger McGuinn in un unico 33 giri. Una goduria incredibile, una malattia, inevitabilmente una dipendenza. Da alimentare alla prima occasione e l’occasione si presentava in forma di svendita in un negozio che stava chiudendo. Fu così che mi procurai larga parte della discografia del gruppo californiano e pazienza se erano copie italiane o europee di qualità, a essere gentili, discutibile. Da lì a qualche anno mi ricomprerò quegli stessi album in stampa americana in un’altra liquidazione. E da lì a qualche anno ancora me li riprenderò in CD di seconda generazione, la prima ben suonante, non riuscendo a resistere al mellifluo “guarda, questo prezzo lo faccio solo a te” di un grossista furbetto. Grandi giramenti di scatole quando quei medesimi titoli riuscivano in edizioni tecnicamente perfette e zeppe di bonus. Lì mi fermavo, rifiutandomi di aprire il portafoglio una quarta volta per acquistare gli stessi dischi, e a oggi non c’è stata superofferta in grado di farmi tornare sull’orgogliosa decisione. A oggi, appunto. Il primo Byrds avuto gratis in vita mia, dopo avere speso per costoro a ben contare, un’offertona via l’altra, un pacco di soldi, mi sta facendo considerare seriamente la possibilità di comprarmi per la quarta volta “Mr. Tambourine Man”, “Turn! Turn! Turn!”, “Fifth Dimension”, “Younger Than Yesterday”, “The Notorious Byrd Brothers” e “Sweetheart Of The Rodeo”. Tutti i Byrds degni di essere chiamati Byrds, prima di diventare McGuinn più chi passava da quelle parti e fare – il doppio “Untitled” una preziosa eccezione – una brutta fine. Dando indietro i miei, di CD, dovrei spendere al più un quaranta euro, ossia quello che costerà al lettore aggiungere alla sua collezione il “Greatest Hits” di cui sopra, stampa Speakers Corner, distribuzione Sound And Music.

Ecco: devo dire che proprio mi sfugge la logica del proporsi all’audiofilo, alle prese con un gruppo di questo livello, esclusivamente con un’antologia, ossia con il tipo di disco che da sempre serve all’appassionato per assaggiare – spendendo poco: è questo il punto – un artista che eventualmente potrà poi approfondire. In quest’album sfilano brani tratti dai primi quattro LP dei Byrds e a prenderseli tutti in digitale, e non bastasse con un cospicuo gruzzolo di aggiunte, si spende giusto qualche spicciolo in più. Che poi il vinile in questione suoni bene, ma nei limiti di un’epoca in cui le incisioni allo stato dell’arte erano faccenda riservata a classica e jazz, con il pop-rock parente paradossalmente povero, va da sé e ci mancherebbe. Ma non avrebbe avuto più senso ristampare quei quattro 33 giri? Lasciando al musicofilo il solito dilemma fra lo spendere poco per un brutto oggetto e tanto per uno bello.

Quando nel 1967, a pochi mesi dalla pubblicazione di “Younger Than Yesterday”, la Columbia manda nei negozi la prima raccolta di successi del quintetto formato tre anni prima da Jim “non ancora Roger” McGuinn, David Crosby, Gene Clark, Chris Hillman e Michael Clarke il barometro non tende affatto al bello per costoro, al contrario di quanto millanta, in note di copertina che la dicono lunga sui deleteri effetti collaterali che possono avere le droghe (o quelle, o un’eccessiva frequentazione di Jack Kerouac), Dave Swaney. È che davvero, nel decennio favoloso per antonomasia, “things are happening so incredibly fast”. Per un anno, un anno e mezzo i Byrds se la sono battuta in popolarità con i Rolling Stones e i Beach Boys, con quel Bob Dylan che sono stati loro a fare rockstar, non più portabandiera del folk-revival, e con quei Beatles che hanno saputo americanizzare. Non paghi di avere inventato il folk-rock hanno lanciato, con il 45 giri Eight Miles High, la psichedelia e mal glien’è venuto: siccome tante radio si sono rifiutate di trasmettere il singolo a causa di un testo… stupefacente quanto la musica e la sua ascesa nelle classifiche USA si è fermata al numero 14, quando Mr. Tambourine Man e Turn! Turn! Turn! erano arrivati sino in cima. Per la casa discografica un campanello d’allarme e suonano campane a stormo quando So You Want To Be A Rock’n’Roll Star si arresta a una deludente ventinovesima piazza. Sicuri che i Byrds siano ormai finiti – da un certo punto di vista non del tutto a torto, dacché Gene Clark già ha salutato da un pezzo e Crosby e Michael Clarke lo imiteranno prima che l’anno finisca – alla Columbia si affrettano a passare alla cassa non per un rilancio ma per raccogliere quelli che pensano saranno gli ultimi dollari.

Cinque brani tratti dal primo LP, uno solo (la title-track) dal secondo, tre dal terzo e due dal quarto: pure nella composizione della scaletta un “Greatest Hits” bellissimo ma con gravi assenze, che gli impediscono di essere anche “Best Of”, è rivelatorio riguardo al verdetto di morte presunta emesso in casa discografica colà dove si puote. E nondimeno, con quel po’ di preveggenza e buon senso che all’industria odierna tragicamente manca, la Columbia i Byrds, malgrado vendite costantemente calanti, non li scaricherà. Tenendoseli stretti in una svolta country, datata 1968, che nella storia ha lasciato il segno appena meno dell’elettrificazione del folk e dell’approdo alla psichedelia, così come nel subitaneo declino di un 1969 inquietante. Dopo il colpo d’ala di “Untitled”, il 1971 sarà molto, molto peggio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.292, luglio/agosto 2008.

2 commenti

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2 risposte a “Byrds: dal folk-rock alla psichedelia

  1. giannig77

    come tanti classici li ho scoperti strada facendo, andando a ritroso nel tempo. siccome sono cresciuto per buona parte della mia adolescenza a “pane e R.E.M.”, proprio i tuoi numerosi riferimenti ai Byrds ha fatto sì che provassi a impreziosire la mia nascente cultura musicale 🙂 beh, mai scoperta fu migliore.. secondo me i Byrds dei primi tre album sono stati tra i migliori del mondo all’epoca. E non è che col resto del repertorio il mio giudizio su di loro si sia mutato poi molto, ma all’inizio c’era proprio magia pura

  2. Orgio

    “la Columbia i Byrds, malgrado vendite costantemente calanti, non li scaricherà”.
    Nemmeno la Rickenbacker…

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