Pink Floyd 1967-1969 – Remember A Day (per i settant’anni di Roger Waters)

Compie oggi settant’anni Roger Waters ed è evento che mi sembra giusto celebrare, nell’unico modo che mi è possibile, ossia estraendo dagli archivi la mia cosa più corposa di sempre sui Pink Floyd. Per quanto su dei Pink Floyd che molto più che al bassista appartenevano a quel genio malato di Syd Barrett. Per questo blog è un articolo singolarmente lungo. Pubblicato in origine sul primo  “Extra”, è invece alquanto succinto rispetto alla mostruosa media di quello che quasi subito diventeranno le monografie che caratterizzeranno l’ultradecennale vicenda del suddetto giornale: il più bello al quale io abbia mai collaborato, fra l’altro firmando da solo la maggioranza assoluta degli articoli di copertina. Cento per cento di rispetto e affetto per chi quella rivista la ideò (si ricordi però di chi le ha dato il nome) e l’ha poi sempre messa insieme, numero dopo numero fino a sfiorare i quaranta. Cento per cento di rispetto e affetto per tutti coloro con i quali ho diviso una storia che resta memorabile. Zero per cento di rispetto, invece, per le persone per le quali “Extra” non è mai stato (e vorrebbero che ancora lo fosse) che un bancomat cui attingere. Per loro limiti umani ancora prima che professionali, mai hanno colto quanta competenza, amore e fatica ci fossero dietro ogni sua singola pagina.

Un’ultima cosa… Riprendendo questo pezzo non ho ritenuto opportuno eliminare, o quantomeno correggere, un ultimo paragrafo nel quale da lungi non mi riconosco, ritenendolo esageratamente tranciante e pure fuori luogo. Non state a scrivermi che non condividete. Nemmeno io condivido più.

Pink Floyd 1

Pink Floyd: ha un senso parlarne ancora oggi? Trentatré anni sono trascorsi da quando Syd Barrett ne fu allontanato, ventotto dall’uscita di “The Dark Side Of The Moon”, ventuno da quando “The Wall” (oggettivamente la loro ultima prova degna di nota) raggiunse i negozi. E ancora: la loro più recente incarnazione, quella senza Roger Waters, si appresta a divenire maggiorenne. Il che vuol dire che i Pink Floyd senza Waters sono durati di più, sebbene producendo soltanto due (trascurabili) album in studio (l’ultimo dei quali ha sette anni), di quelli con Waters. Un imbarazzante dinosauro che non si decide a estinguersi. Eppure sì che ha un senso. Perché è ormai innegabile che sia in corso una riflessione revisionista sulla loro opera post-Barrett (fantasma che non cessa di perseguitarli), che ridimensiona gli anatemi scagliati contro il gruppo dal punk in avanti. E ancora più innegabile è che l’ombra dei Pink Floyd, sebbene tanti facciano finta di nulla, si allunghi su molto del rock odierno più à la page e in particolare su certe frange del post-rock. Ci pare sintomatico che, nell’analisi di quest’ultima scena, si sia giustamente sottolineata l’influenza del krautrock tacendo o quasi il fatto che a loro volta i primi Pink Floyd furono un’influenza decisiva su quello. Ma al di là di affinità stilistiche sempre più evidenti diremmo che la parabola del post-rock comincia a somigliare in maniera inquietante a quella del quartetto di Cambridge: partenza da sperimentazioni ardite, approdo a una consolidata maniera che di quelle mantiene soltanto la forma. Contemporaneamente, crescente favore del pubblico, mentre la critica più underground se ne distacca e quella mainstream applaude. Non siamo ancora a “The Dark Side Of The Moon” e forse neppure ad “Atom Heart Mother”. Probabilmente ad “Ummagumma”. Mentre altrove qualcuno (leggasi Radiohead) sembra seguire il percorso inverso e altri (gli Orb), essendo risultati manieristici da subito, paradossalmente sono a minor rischio di involuzione.

Era dunque opportuno, oltre che sensato, raccontarvi senza pregiudizi storie di vecchi e nuovi Pink Floyd. Chi l’avrebbe mai detto? Stanno tornando di moda.

Pink Floyd - A Nice Pair

I Pink Floyd d’antan, i primi se non i primissimi, quelli che non avevano ancora visto un loro album (il quinto, “Atom Heart Mother”) raggiungere il numero uno nelle classifiche britanniche (non che i predecessori se la fossero cavata male): gli unici veri, a detta di molti (un tempo avrei concordato appieno; oggi direi che sì, ma con tanti distinguo che alla fine sarebbe quasi un no). Cosa raccontare ancora, dopo che foreste sono state disboscate per dire delle loro magnifiche sorti e progressive (progressive, soprattutto)? Ha un senso, quando anche il giovin lettore più sprovveduto può trovare quanto serve su una qualunque enciclopedia e fra la collezione di dischi in vinile del papà? Non so. Ma magari sì, proprio a uso e consumo del giovin lettore di cui sopra, che non si sbagli e pensi che siano solo quanto di deleterio è venuto da “The Wall” (che ha vent’anni, anche se rifiuto di crederci) in poi, oltre che perché ogni tanto ci si può anche arrendere alla nostalgia. Fa bene al cuore. Potrei cominciare dunque raccontandovi come li ho conosciuti io i Pink Floyd, non per narcisismo ma perché chi è cresciuto in Italia nei ’70 li ha senza eccezioni scoperti così: per sentito dire.

Era un’altra epoca, direi persino un altro mondo. Pochissimi (rispetto a oggi) dischi nei negozi, un decimo delle riviste odierne disponibili (quasi impossibili da trovare quelle straniere), scarsi (in tutti i sensi) i libri che parlavano di rock. MTV? Internet?? Napster??? Bisognava sudarsela molto di più la musica e costava più cara. Non è naturalmente di ciò che si può provare nostalgia. Il fatto è che, pur consapevole che le lenti del ricordo tutto tingono di rosa, mi pare davvero che ci fosse al tempo una passione per la musica assai più profonda e diffusa, che fosse insieme collante generazionale e strumento di crescita interiore. Pure oggi, dite voi? Sì, ma non è la stessa cosa, non c’è quell’intensità febbrile, non c’è la fatica della ricerca che tutto migliora, non c’è quell’essere o “noi” o “loro”. Ma sto divagando. Sia come sia, se avevi quindici anni nel 1977 e ti stavi sporgendo incantato sul pozzo di San Patrizio del rock, dell’esistenza dei Pink Floyd non potevi non avere consapevolezza. Erano stati da poco sulla copertina di “Ciao 2001” (sul principio d’anno era uscito “Animals”) e li sentivi tornare in continuazione, a scuola, nei discorsi dei ragazzi più grandi. Epitome del cool, anche se non avresti proprio saputo dire cosa significasse. Un cugino  fricchettone (uno che aveva già girato il mondo; diamine! si era spinto in autostop dalla Sicilia a Bologna per vedere… uh… Emerson Lake & Palmer) me ne aveva parlato. Un ragazzetto parente più alla lontana mi aveva mostrato la copertina di “Ummagumma” (ma non si poté ascoltarlo) come un’icona sacra. Così, in quel giorno di inizio estate in cui mi trovai nel reparto dischi della Rinascente con 8.000 lire in tasca (gli album a prezzo pieno costavano 5.900 lire, 8.900 i doppi, quelli economici 3.000), non avevo dubbi sul fatto che il primo 33 giri comprato in vita mia dovesse essere dei Pink Floyd. Per “Ummagumma” mi mancavano 900 lire. Gli altri erano alla mia portata, compreso uno doppio che non avevo mai sentito nominare, “A Nice Pair”. Avrei presto scoperto che i due LP in esso racchiusi, “The Piper At The Gates Of Dawn” e “A Saucerful Of Secrets”, erano rispettivamente il primo e il secondo della storia del gruppo. Sia come sia, optai per quello per un paio di ottime ragioni: primo, costava 6.900 lire e quindi potevo permettermelo e, secondo, fra le diciotto foto che adornavano la copertina apribile ben due mostravano seni nudi. Chi poteva escludere che, una volta tolto il cellophan…

È stata la sola delusione mai datami da “A Nice Pair”, unico sopravvissuto, con “Relics”, all’epurazione che colpì quella decina di dischi che mi misi in casa nei pochi mesi intercorsi fra quel giorno e l’epifanica settimana in cui scoprii Lou Reed (“Rock’n’Roll Animal”) e i Clash (White Riot). “More” e “Ummagumma” li avrei comprati soltanto un tre anni dopo, come “Atom Heart Mother” e “Meddle”, che però avrei presto rivenduto. “The Dark Side Of The Moon”, “Wish You Were Here” ed “Animals”, e poi “The Wall”, non li ho mai avuti se non in cassetta. Nel mio ambiente non faceva più figo ascoltare i Pink Floyd, solamente i dischi “di” e “con” Barrett. Ma li ricordo benissimo questi altri album e due o tre nei miei sovraccarichi scaffali in fondo non ci starebbero male, anche se continuo ad aborrire molto di ciò che i Pink Floyd hanno rappresentato per tutti i ’70 e rappresentano ancora. Nondimeno, serberò sempre per loro gratitudine per “The Piper At The Gates Of Dawn” e “A Saucerful Of Secrets”.

Mi hanno insegnato tantissimo questi due dischi. Mi hanno dato il gusto per le melodie storte, che sbucano improvvise non sapresti dire da dove e altrettanto misteriosamente se ne vanno (avrei amato, se no, il pop lunatico di Robyn Hitchcock e Julian Cope? e Captain Beefheart? e  il free jazz?), e per quelle viceversa plananti (il krautrock mi fu subito familiare), per le chitarre taglienti/liquide/alate che ritroverò nei Television e – ebbene sì – la fantascienza. Sono stati insieme il primo rock ch’io abbia mai sentito e la prima avanguardia. La prima illuminazione psichedelica, senza sostanze. Che arriveranno e molto sarà allora più chiaro. Ha un bel raccontare baggianate David Gilmour sul fatto che fosse il pubblico a drogarsi e loro – a parte El Syd campeador – no. Mente come un politico colto con una bustarella in mano. Chi, io? Passavo di qua per caso.

Mi sono dilungato abbastanza sui fatti miei, che dite? È  tempo che smetta di annoiarvi e faccia ciò che sono pagato per fare, nello specifico raccontarvi la vicenda Pink Floyd, dagli inizi al 1969 compreso. Non attendetevi rivelazioni inedite, giusto qualche scampolo di emozioni del tempo che fu.

Pink Floyd 2

Come riferisce ogni enciclopedia dabbene, il gruppo nasce al Politecnico di Londra nel 1965 con un’altra ragione sociale, Sigma 6, e una formazione ovviamente a sei che a Roger Waters (chitarra, si può ragionevolmente supporre), Rick Wright (tastiere) e Nick Mason (batteria), affianca due voci, Keith Noble e Juliette Gale (futura signora Wright), e Clive Metcalf (basso). I primi mesi producono più cambi di nome – T-Set, Meggadeaths, Screaming Abdabs, Architectural Abdabs e poi Abdabs e basta – che concerti, pochi, poco importanti (più che altro festicciole per studenti) e poco a fuoco, incerti fra fragranze beat e sentire blues. Occorre che Waters, Wright e Mason restino soli, e poi non più visto che giungono due chitarristi, tale Bob Close e talaltro Roger Keith (per gli amici Syd) Barrett perché la creatura si levi in piedi e muova i primi passi verso una direzione precisa. Presa per mano da costui (Close se ne va quasi subito), opta per un blues che già premedita dilatazioni inaudite. Omaggia ad ogni buon conto due oscuri esponenti della musica del diavolo la nuova sigla scelta: Pink (da Pink Anderson) Floyd (da Floyd Council) Sound. In breve, soltanto più Pink Floyd.

Preliminari di ascesa al Mito occupano il ’66. I concerti si moltiplicano e c’è il primo ingaggio di prestigio, la domenica pomeriggio al Marquee. I brani eseguiti, in prevalenza farina del lisergico sacco di Barrett, sono ormai svincolati dalle classiche dodici battute e superano sempre più spesso e sempre di più i canonici tre minuti della canzone. Il blues si slabbra in divagazioni aliene che aspirano alla fuga siderale, il volume si fa assordante, il feedback abbonda. Come contemporaneamente stanno facendo, sull’altra sponda dell’Atlantico, i Velvet Underground, i Pink Floyd cominciano inoltre a trafficare con le luci di scena: spettacolo naturalmente ingenuo ma che fa scalpore, tantopiù fra quanti vanno scoprendo gli altridove rivelati dall’LSD. Sono legioni nella Londra che detta legge in fatto di gusto al pianeta, a partire dai Beatles, che si apprestano a pubblicare “Revolver” (con dentro quell’incredibile viaggio acido in sedicesimo che è Tomorrow Never Knows) e tramano la banda del Sergente Pepe. Quando in ottobre Peter Jenner ed Andrew King ne assumono nero su bianco il management (un momento chiave della loro storia), i Pink Floyd sono la sensazione dell’underground cittadino. Il 15 di quello stesso mese partecipano, alla Roundhouse, alla festa per la presentazione della rivista “International Times” (fra gli sponsor c’è Paul McCartney) e a fine anno si trasferiscono dal Marquee all’UFO Club, di cui diventano band “residente” con i Soft Machine. Del repertorio fanno già parte Astronomy Domine e Interstellar Overdrive. La prima dipana fra echi chitarre liquide e fulgide, la seconda è epopea cosmica propulsa da un fenomenale, elastico riff che lascia spazio nella lunga parte centrale a momenti di pura improvvisazione.

Niente di così sperimentale nel primo singolo, Arnold Layne/Candy And A Currant Bun, che raggiunge i negozi nel marzo del fatidico 1967, dribbla la censura della BBC (sesso e droga: poteva non cadere la mannaia? Arnold Layne è un travestito che si diletta a rubare biancheria intima dai fili) e scala le graduatorie di vendita fino a un rispettabilissimo ventesimo posto. Può esserne soddisfatta la EMI, che si è fatta persuadere da Jenner & King a ingaggiare i Floyd per una cifra considerevole, cinquemila sterline, e li ha però dirottati sulla consociata Columbia. E forse la coppia ha pure avuto qualche peso sulla scelta per il debutto di due canzoncine graziosissime (i Fab Four sono lì) ma non granché rappresentative di quanto Barrett e soci inventano su un palco, sotto cascate di luci sempre più colorate e con magari sullo sfondo, come accade il 29 aprile in un grande happening presso l’Alexandra Palace (è il leggendario “14 Hour Technicolour Dream”), le immagini di un film che scorre muto. Ancora meno rappresentativa  è la peraltro deliziosa See Emily Play, scanzonato beat appena venato di potabile bizzarria che in maggio è addirittura numero sei. Lo è assai di più il retro, Scarecrow, tono favolistico e andi trottante che gronda umori che più lisergici non si potrebbe. Solo due minuti e sette secondi, ma la sensazione che siano sbarcati i marziani è forte.

A chiarire l’assoluta peculiarità del gruppo anche a chi non abbia avuto la fortuna di vederlo dal vivo, fra faretti fantasmagorici e macchine che vomitano fumo e bolle di sapone (ci pensi su chi sostiene una totale cesura fra i primi Pink Floyd e i successivi) provvede in luglio “The Piper At The Gates Of Dawn”, il massimo classico della psichedelia inglese e uno dei più mirabili esordi adulti di sempre. C’è solamente Scarecrow dei pezzi precedentemente editi. Barrett firma otto brani da solo, due (uno dei quali è Interstellar Overdrive) insieme agli altri tre e lascia l’undicesimo, il tambureggiante Take Up Thy Stethoscope And Walk, chiusura di prima facciata, a Waters. Ci sono, ad aprire i due lati, Astronomy Domine e Interstellar Overdrive. E ci sono altri capolavori splendidamente disturbanti come Lucifer Sam, con chitarre distorte a intessere una melodia svagata, o Matilda Mother, trafitta da una solista arabeggiante, o ancora la fluttuante Chapter 24. Ove il ticchettante procedere di Flaming e di Pow R. Toc H e il fiabesco affabulare di The Gnome e Bike, con tanto di coro finale di ranocchi, provvedono a spiegare che, se sono matti, non sono pericolosi. Lewis Carroll che incontra Jimi Hendrix nel giardino di casa Jefferson Airplane?

Follia… Si invischia inestricabilmente fra i suoi perfidi fili il povero Syd. Motore primo dell’ascesa del gruppo e non soltanto perché autore di gran parte del repertorio e chitarrista dall’inconfondibile cifra stilistica. Lo ha battezzato, ne ha plasmato il suono, ci ha creduto, lo ha sospinto con fenomenale energia. Ma l’uomo – il ragazzo: ha appena ventun’anni – è fragile e scopre opprimente il successo ostinatamente inseguito, con in testa il mito dei Rolling Stones. Non tollera gli obblighi del professionismo musicale e cerca rifugio negli psichedelici. Si limitasse a quelli! La tragedia è che eccede nell’assunzione di altre sostanze, perfettamente legali e – quelle sì! – spaventosamente pericolose. Si chiamano psicofarmaci, bambini miei, e anche se ve li prescrive il medico di famiglia sono un tantinello più dannosi degli spinelli, dell’ecstasy, dell’acido lisergico. In particolare, si chiama Mandrax (all’epoca in tutte le farmacie; oggi non più, ma c’è naturalmente chi lo spaccia) ciò che contribuirà in maniera decisiva a rendere Syd Barrett (definizione sua, dalla più terribilmente rivelatrice delle sue canzoni) un vegetable man. È un potente depressivo del sistema nervoso centrale. In piccole dosi prese saltuariamente rilassa. Dà però presto dipendenza, con effetti collaterali devastanti: disturbi del sonno e della vista, rallentamento dei processi mentali e dei riflessi, calo della capacità di concentrazione, balbuzie, vertigini, alterazione della percezione di spazio e tempo.

La crisi esplode a fine anno, con il gruppo impegnato dapprima nel suo primo tour americano, in ottobre, e poi fra novembre e dicembre in uno britannico, minifestival itinerante che con i Pink Floyd porta a spasso Jimi Hendrix, i Move e gli Amen Corner. Barrett a volte non si presenta ai concerti e altre c’è con il corpo ma non con la testa. La situazione si fa in breve insostenibile. A supplire alle sue assenze gli altri chiamano David Gilmour. Viene da Cambridge, come il resto della combriccola, ed è molto amico proprio dell’uomo la cui psiche si sta sfaldando. L’idea è che lo sostituisca nei concerti ma che Syd resti parte essenziale della band, continuando a scriverne il repertorio e dirigendola in sala di incisione. Non funziona. Barrett accusa il colpo e si chiude sempre più in se stesso, rendendo impossibile qualsiasi collaborazione. Dal penoso isolamento uscirà quel poco/tanto che basta per confezionare due meravigliosi album solistici cui seguirà un ormai trentennale silenzio. Ma è una storia che viene narrata altrove in queste stesse pagine e a quel box vi rimando, tornando qui nell’alveo della narrazione principale.

Nessuno scommetterebbe uno scellino sulla possibilità che i Pink Floyd possano sopravvivere a una così grave defezione, a parte loro stessi, i manager e una casa discografica che non vuole assolutamente perdere una formazione il cui primo LP è salito in classifica fino al numero sei. Nella primavera del 1968 viene registrato un secondo album e in maggio il quartetto parte per un tour europeo che fa tappa pure a Roma, evento che porrà le basi per la popolarità diffusa di cui godrà da allora in Italia, ben prima del successo planetario di “The Dark Side Of The Moon”. “A Saucerful Of Secrets” esce in giugno, con esiti confortanti tanto sotto il profilo commerciale (un accettabile nono posto) che, soprattutto, sotto quello artistico. È un disco stupendo, che se non esibisce l’astrusa genialità del predecessore vanta rispetto a quello maggiore compattezza e più sapiente articolazione d’assieme. Waters si inventa leader (lo resterà per un quarto di secolo) e con in mente Astronomy Domine disegna due crociere spaziali, Set The Controls For The Heart Of The Sun e la title-track, che fungeranno da modelli per i corrieri cosmici teutonici, Tangerine Dream in testa. Vale poco di meno, ossia tantissimo, Let There Be More Light, prodigioso incastro di basso e batteria che tastiere ondeggianti spalancano in ipnotica cantilena, mentre con il riff massiccio che sfocia in marcetta di Corporal Clegg si dà il definitivo addio al blues. Bravo, bravissimo pure Wright, che in Remember A Day diffonde nostalgie come il titolo esige (situazione d’ascolto ideale: circa due ore da quando si è calato) e con la quieta See-Saw anticipa l’afflato pastorale di “Atom Heart Mother”. E Barrett? Firma giusto la conclusiva Jugband Blues e siamo già dalle parti del folk-rock venusiano dei suoi album in proprio. È presente in spirito, più che altro, ma si sente. Oh, se si sente.

Il resto dell’anno e il 1969 trascorrono nel riuscito tentativo di stabilizzare la situazione e abituarsi, dopo che l’emergenza ha fatto emergere risorse insospettabili, all’assenza di Syd. Fase interlocutoria ma prodiga di spunti. Le appartiene “More”, colonna sonora, che si regge benissimo pure da sola, di un film di Barbet Schroeder (in Italia Di più, ancora di più…) che il regista definisce “una storia di vampiri sotto il sole di Ibiza”. È in realtà una parabola di caduta senza rete nell’abisso dei paradisi artificiali. Restano nella memoria in particolare i primi due brani, Cirrus Minor (apologo di chitarra acustica che si arrende a un organo liturgico) e The Nile Song (insolitamente, deflagrantemente hard), che troveremo pure in “Relics”, imprescindibile raccolta datata ’71 di 45 giri (s)fortunati e qualcosa d’altro, con dentro gioielli come l’acidulo vaudeville con tanto di banda paesana di Biding My Time (la più barrettiana delle canzoni di Waters) e la levitante e orrorosa Careful With That Axe, Eugene.

Quest’ultima è una delle quattro composizioni (le altre sono Astronomy Domine, Set The Controls For The Heart Of The Sun e A Saucerful Of Secrets) che occupano le prime due facciate, quelle registrate dal vivo fra Birmingham e Manchester nel giugno ’69, di “Ummagumma”. Opera indubbiamente epocale (numero cinque in Gran Bretagna) sin dal titolo quasi palindromo, da un davanti di copertina che apre una finestra sul davanti di copertina stesso e trasmette assorta bucolicità hippie e da un retro in cui il gruppo sfoggia la sua strumentazione, faraonica per il tempo: se non ricordo male gli verrà rubata e quasi quasi ben gli sta. Ho sempre avuto un rapporto difficile con questo doppio. Trovo irrinunciabili i due lati live, suggello di una prima parte di carriera fecondissima di idee e suggestioni. Mi lasciano perplesso (sebbene le abbia alla lunga un po’ rivalutate) le facciate in studio, ciascuna delle quali divisa a metà fra due componenti del gruppo. Sono i gregari a fare la migliore figura. Sia Wright in Sysyphus che Mason in The Grand Vizier’s Garden Party assemblano in strutture complesse sperimentalismi non gratuiti, con scorci di musica concreta visti da una prospettiva neoclassica il primo, tentazioni di puro rumorismo il secondo. Ma Waters non c’è proprio e Gilmour in The Narrow Way espone folk-blues barocco che nel mentre cita Set The Controls preconizza l’algido pop progressivo, forma impeccabile e sostanza latitante, che caratterizzerà i Pink Floyd da qui in avanti. Giustificando con larghissimo anticipo il suo rilevare il bassista come leader e mantenere in vita (vita?) il moloch oltre quanto decenza avrebbe richiesto.

“Ummagumma” è la lapide sulla tomba della psichedelia inglese, uccisa dal cancro progressive. Non posso volergli bene. Ma addossargli le colpe dei figli sarebbe tuttavia ingeneroso. Resta un documento da conoscere.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.1, primavera 2001.

23 commenti

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23 risposte a “Pink Floyd 1967-1969 – Remember A Day (per i settant’anni di Roger Waters)

  1. dinamitebla

    lo leggero’ stasera (il primo numero di extra mi manca). Intanto quasi mi scappa la lacrima sul cappello introduttivo. La fine di extra ….una ferita per molti. E’ purtroppo possibile uccidere le cose belle quando non c’e’ lungimiranza e nella storia del mucchio la lungimiranza e’ venuta a mancare molti anni fa.

  2. Baz

    “La prima illuminazione psichedelica, senza sostanze. Che arriveranno e molto sarà allora più chiaro.”

    Una semplice frase a descrivere un’intera adolescenza.
    Splendido articolo, riletto molto volentieri a distanza di anni….

    • subodorato

      Ma non è che ora ti becchi una denuncia per aver usato un articolo di extra? Che ricordiamo diventerà una simpatica app per i nostri smartphone. ( o no?)

      • Ma che stiamo a dire? La cessione di diritto d’autore è finalizzata all’uso per il quale la si concede, ma la proprietà del singolo articolo resta di chi l’ha scritto.
        (Sono consapevole del fatto che tu fossi ironico, eh? Nondimeno mi pareva un punto da precisare.)

    • Mork

      Anche tu allora come Lester Bangs! Più psichedelico, ma pur sempre bangs…

  3. At Tawra

    gli eroi muoiono giovani, prendila così la fine di Extra, e c’è da esserne sicuramente orgogliosi ad aver contribuito alla sua crescita anche solo da semplice lettore.

  4. Marco Tagliabue

    Erano i giorni di The Wall…o meglio di Another Brick In The Wall…ed una cassetta pirata, una sorta di greatest hits raffazzonato in qualche scantinato intitolato Tutto Pink Floyd, dalle zone periferiche di una bancarella specializzata in tali…pubblicazioni, finì chissà come nelle mie tasche senza che da queste uscisse nulla a compensare la sua entrata. Fra titoli sbagliati, canzoni che non esistevano e altre amenità del genere, alla voce Ummagumma corrispondeva (ma questo lo avrei scoperto parecchio tempo dopo) il meraviglioso crescendo finale di Echoes. Corsi a comprarmi Ummagumma e, oltre che con la mancanza di quel pezzo, mi scontrai con un disco, anzi due, che avevano ben poco a che fare con i Pink Floyd che si sentivano alla radio. Nonostante un incontro, anzi uno scontro, così fortuito e deludente, quel disco sarebbe rimasto il mio disco dei Pink Floyd e…inutile dirlo, i Pink Floyd uno dei gruppi della mia vita. Che dire…il tempo passa, i gusti cambiano, ma certe cose per fortuna non riesci proprio a scrollartele di dosso…
    Auguri a Roger, splendido settantenne.

  5. Spero che dalle pomiciate si passi a qualcosa di più spinto senza l’uso del preservativo.

    Bel modo per omaggiare i 70 anni di un eroe del rock, nonché grandissima (cosa che più mi piace) “testadicazzo”.

  6. “Per loro limiti umani ancora prima che professionali, mai hanno colto quanta competenza, amore e fatica ci fossero dietro ogni sua singola pagina”, dice Eddy.
    È buffa, questa cosa: gli unici che di Extra non hanno davvero mai capito nulla erano quelli che ci guadagnavano su, eccome se ci guadagnavano. I lettori hanno capito benissimo quanta dedizione ci fosse dietro quel giornale. I cosiddetti imprenditori, invece, mi prendevano per scemo, se dicevo che ero stato un pomeriggio intero a cercare una foto che sapevo di avere perché un certo articolo richiedeva esattamente quella foto lì in quel punto, perché quella foto era evocata da quanto c’era scritto nel testo. O se raccontavo delle acrobazie in sede di impaginazione per far sì che tutte le copertine dei dischi fossero quanto più vicino possibile a punto dell’articolo in cui si parlava dei relativi dischi. E sapeste quanto mi incazzavo con Eddy quando – molto spesso – concentrava dieci dischi “meno significativi” nelle ultime due cartelle di testo, il che significava dieci copertine nell’ultima pagina e quindi impaginazione di merda. 😀 E la preparazione di ogni timone, per equilibrare gli argomenti? Per non dire di quando allegavamo i CD esclusivi… quante ansie con i master che arrivavano sempre all’ultimo momento utile (non so come faccio ad amare ancora Julian Cope, dopo quanto mi fece patire).
    Extra è stata la cosa più bella che abbia mai fatto (assieme a “Punk!”, il librone), ma non mi ci sarei mai messo se non avessi saputo di poter contare su Eddy. E comunque, anche se l’avessi fatto, senza nulla voler togliere agli altri, non sarebbe stato la stessa bellissima cosa.

  7. Giorgio

    Ho tutti i numeri di extra. La bella notizia e’ comunque che c’è la possibilità che vi sia una nuova rivista curata da voi 2

  8. Gian Luigi Bona

    Esistono bootlegs live del periodo con Syd Barrett ?

  9. Francesco

    Il 70 enne è in forma ancor oggi, visto poco tempo fa a Padova (biglietto regalato..). Sui Floyd ho sempre avuto un rapporto odio amore, dopo l’invaghimento adolescenziale li ho messi in naftalina per anni, oggi ogni tanto li rimetto su, forse sto invecchiando.

  10. fabio

    deficiente. da deficere. non waters

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