Potere alla parola (14): Wu-Tang Clan & Cannibal Ox

Wu-Tang Clan

Godfathers Plus

Avete in casa – spero per voi che sì, anche se dei tre album del Clan è in fondo l’ultimo da possedere – una copia di “Wu-Tang Forever”? Date allora un’occhiata al retro di copertina e contate i marchi che vi figurano. Undici, due in più dei membri principali della posse di Staten Island, che compaiono invece sul davanti e sono nove (già lo sapevate, se ne avevate seguito la storia o, avendo buone basi di teosofia orientale, avevate fatto caso alle 36 Chambers nel titolo del predecessore: ogni aspirante monaco shaolin deve passare per quattro camere di conoscenza delle arti marziali per essere ammesso nell’ordine). A proposito ancora di numeri: delle venti pagine del libretto sei sono dedicate a spiegare what the @%#$! is an enhanced cd?!?! (una rarità nel ’97) e a pubblicizzare i due siti Internet del gruppo (idem come sopra) e una quantità di mercanzia (abbigliamento, in prevalenza) con la sua griffe. Mai artisti furono commercianti tanto abili di se stessi.

Non sembri sminuente, per raccontare la migliore compagine hip hop degli anni ’90, partire dalle sue capacità mercantili. Loro stessi comincerebbero da lì e tali capacità sono state fondamentali per imporne, con uno stile da subito inconfondibile, il nome. A un cronista di “Spin” andato nel 1997 a indagare su quello che era ormai un impero, Prince Paul – già motore degli  Stetsasonic e produttore dei primi, fondamentali De La Soul – raccontava che quattro anni prima RZA (di cui è sodale negli orrorosi Gravediggaz) gli aveva spiegato sin nei dettagli il suo piano di conquista del mondo per tramite di un’accorta manipolazione del moloch discografico: farò firmare il gruppo per un’etichetta e ognuno di noi firmerà per altre case, e ogni disco solistico contribuirà a generare aspettativa per i lavori collettivi e a fare ridiscutere i contratti, e il marchio sarà registrato e contraddistinguerà diverse linee di prodotti. Detto da chi era allora quasi un carneade, essendo il “quasi” dovuto al mix, Protect Ya Neck, che nel 1992 aveva attirato per la prima volta sul Wu-Tang Clan le attenzioni di appassionati e cercatori di talenti. Prince Paul batteva un’amichevole pacca sulla spalla del giovanotto. “Certo, certo…” Si sarebbe avverato tutto e nei tempi previsti. Se artisticamente la ditta newyorkese è inserita appieno nel solco della tradizione black, approdo a oggi di un qualcosa nato con i bluesmen degli anni ’20 immortalati su disco per contemporanei e posteri, se la continuità è tanto più rimarchevole pensando agli affini mondi inventati da un Sun Ra o da un George Clinton, sotto il profilo dell’abilità gestionale marca una cesura nettissima con quanto avvenuto in precedenza. Antipodici rispetto ai bluesmen di cui sopra, che volevano solo suonare e non si curavano che fossero altri a cogliere i frutti del loro sudare, e distanti persino da quel loro equivalente tardi ’80 chiamato Public Enemy (brillanti nel controllo della propria immagine; meno, si è scoperto, nel rapportarsi all’industria), gli uomini del Clan hanno rappresentato il prototipo di un afroamericano nuovo, in pieno controllo di se stesso (Ol’ Dirty Bastard l’eccezione) e che finalmente non solo non si fa più depredare ma crea lavoro. Pure questa è rivoluzione e non da poco. Capitalisti rampanti? Anche. Comunque modelli positivi per gente che ne ha un disperato bisogno.

E poi, naturalmente, ci sono immaginario e musica: non fossero stati avvincente come un Quentin Tarantino alle prese con i fumetti della Marvel il primo e solida, stilosa e funkissima la seconda, la ghenga non sarebbe andata da nessuna parte. A nove anni dall’uscita, dai solchi di “Enter The Wu-Tang (36 Chambers)” promana ancora un’invincibile eccitazione, scatenata dalla profondità del groove e dalla dinamica delle scansioni, dal gusto cinematografico di atmosfere da gotico alla Batman secondo Tim Burton (con un bel po’ di claustrofobia in più) e dalla raffinatezza degli intarsi. Archi a briglia sciolta e spari nella notte, soul aggiornato e innodia hardcore, pantomima gangsta devota a Vito Corleone, nutrita a pellicole di John Woo e filosofie orientali (Jim Jarmusch pagherà il debito facendo musicare a RZA il capolavoro Ghost Dog). Un classico cui riuscì la medesima impresa compiuta a suo tempo dal Nemico Pubblico: restare appieno iscritto all’universo hip hop, eppure straordinariamente seduttivo per il pubblico del rock. Poco più di un milione le copie spacciate. Nemmeno granché pensando ai record di vendite hip hop del decennio, impressionante schiera di cui per la più parte si perderà la memoria mentre “Enter The Wu-Tang” è bomba eternamente deflagrante. Ma, accortamente gestiti, i guadagni gettavano le fondamenta dell’impero sognato da RZA.

Entrano i solisti. Il triennio 1994-1996 è segnato da una sequela di album di eccezionale livello medio e grosso impatto mediatico, ciascuno dei quali perpetua il canone stabilito dal debutto collettivo distinguendosene nel contempo. Inizia Method Man con “Tical” (Def Jam), dopato come titolo impone. Gli vanno dietro l’anno dopo Ol’ Dirty Bastard con “Return To The 36 Chambers” (Elektra), teatrino di visionaria volgarità, Raekwon con “Only Built 4 Cuban Linx…” (Loud), con squarci di romanticismo urbano a illuminare un cielo fosco, e soprattutto Genius GZA con il formidabile “Liquid Swords” (Geffen), praticamente un film di Bruce Lee. Chiude la sequela Ghostface Killah con “Ironman” (Epic), sciorinando fra l’altro modern soul (All That I Got Is You) che la stragrande maggioranza di divi e dive del suddetto si sognano. In quello stesso 1996 il Clan è fra i protagonisti del “Lollapalooza”. L’anno dopo passa alla cassa con “Wu-Tang Forever”, un kolossal discografico di due ore che alla lunga soccombe all’eccesso di ambizioni nondimeno riservando nel procedere, e basti qui citare la trama di sirene e violini della disperata The City, momenti assolutamente memorabili. Sestuplo platino nei soli Stati Uniti.

Dopo di che qualcosa sembra incepparsi nel meccanismo. Se RZA in “RZA As Bobby Digital” (Gee Street, 1998) sa spiazzare con escursioni africane e pura blaxploitation, Method Man in “Tical 2000” (stesso anno, ancora su Def Jam) maschera con la classe una certa stasi creativa. Lampante (sebbene si stia pur sempre parlando di prodotti ampiamente sopra la media) nei troppi album di minori associati alla casa madre susseguitisi fin quando, sul finire del 2000, “The W” ha imperiosamente spazzato via ogni ipotesi di declino confermando nei Wu-Tang Clan riuniti i campionissimi dell’hip hop odierno. Senza veri rivali, si sarebbe detto fino a qualche mese fa, fino a un disco chiamato “The Cold Vein” che ha stupito come non accadeva da “Enter The Wu-Tang”.

Cannibal Ox

Enter The Company Flow

Dietro ogni epopea musicale nera del XX secolo si cela almeno un bianco, di norma un discografico. Nel caso della banda di Staten Island il signore in questione si chiama Steven Rifkind, figlio d’arte se così si può dire dacché il babbo Jules era stato a sua volta rispettatissimo discografico. Ebrei newyorkesi i Rifkind e neri bianchi DOC: al bar mitzvah del tredicenne Steven, nel 1975, ospiti d’onore erano stati nientemeno che James Brown e Millie Jackson. Con simili frequentazioni il giovanotto non poteva che crescere chiedendosi cosa non andasse nella sua melanina. Diciassette anni dopo aveva intuito sufficiente a comprendere non soltanto la grandezza del Wu-Tang Clan, ingaggiandolo prontamente per la sua Loud, ma pure che la peculiare strategia ideata da RZA poteva avere riflessi positivi per l’etichetta. Lasciava dunque contrattualmente liberi i solisti di accasarsi dovunque volessero e costruiva a sua volta un impero. Splendido personaggio il Nostro, “my nigga” come affettuosamente lo chiamano i suoi artisti.

A due decenni da Grandmaster Flash (a tre dai Last Poets), l’hip hop mantiene la sua negritudine ma conta i protagonisti pallidi della sua storia. Essere newyorkesi e possibilmente di discendenza israelita, come dimostrano gli eclatanti casi di Beastie Boys e 3rd Bass, aiuta. È cresciuto all’ombra della Grande Mela, fra Brooklyn e Manhattan, anche James Meline, meglio noto come El-P. Era un’altra festa, quella per il suo diciottesimo compleanno, a dargli l’occasione di conoscere un eccelso dj di colore, Lenny Smythe, che da lì in poi sarà Mr. Len. I due facevano coppia come Company Flow ed esordivano nel 1993 con l’applaudito EP “Juvenile Techniques”. Quando l’autoprodotto “Funcrusher” vedeva la luce due anni più tardi la compagnia si era allargata a trio con l’arrivo di un altro mc nero, Justin “Bigg Jus” Ingleton. Sarebbero passati altri due anni prima che vedesse la luce un album vero e proprio.

Notato all’epoca più che altro perché su Rawkus ma clamorosamente sottovalutato, “Funcrusher Plus” suona oggi modernissimo, incubotico assemblaggio di scratching nevrotici ed echi metallici, suggestioni jazzate e narcolessi errebì, tempi dispari e psichedelia deviata. Insomma: il primo passo per una ridefinizione dell’hip hop per molti versi affine a quella che gli Slint cominciarono a operare riguardo al rock con l’ancora più ignorato “Tweez” e che ha generato ciò che ben sapete. Praticamente l’unico album hip hop dei Company Flow, essendo il seguente “Little Johnny From The Hospital” (1999) un disco solo strumentale realizzato senza l’apporto di Bigg Jus, “Funcrusher Plus” è sufficiente a farne delle figure chiave per l’evoluzione del genere. Da recuperare.

Scioltosi ufficialmente il trio con un concerto lo scorso marzo, ciascuno dei componenti è andato per la sua strada (percorso uguale ma opposto a quello dei membri del Clan). Mr. Len ha debuttato in proprio con lo splendido “Pity The Fool”, Bigg Jus ha fondato la Sub Verse e dato congrui assaggi di quello che potrebbe essere un album epocale. Ha preceduto entrambi El-P, che di nuovo accompagnato da due neri, Vast Aire e Vordul Megilah, da Harlem, ha messo in scena (oltre al marchio discografico più prestigioso del momento: Def Jux) il progetto Cannibal Ox. Prodigioso il biglietto da visita: “The Cold Vein” media Public Enemy e Wu-Tang Clan, rincorre i Deltron 3030 sul terreno della fantascienza, affastella bordate di scratching e bordoni d’organo, clangori chitarristici e minimalismo jazz, hardcore e viaggi lisergici mandati in malora da troppa anfetamina. Destruttura e ricostruisce. Se mi si consente di insistere con l’azzardato paragone di poc’anzi, se “Funcrusher Plus” è stato il “Tweez” dell’hip hop, “The Cold Vein” ne è il “Tortoise”. Meglio ancora: l’“Upgrade & Afterlife”. Con quanto ne consegue.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.470., 22 gennaio 2002.

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