A Brief History Of Gang Of Four

Gang Of Four

I Gang Of Four sono stati il primo gruppo rock con il quale sono riuscito sul serio a rapportarmi, il primo che mi fece andare via di testa e sentir parte di un qualcosa di unico e figo. Il primo che ad ascoltarlo mi veniva voglia di ballare e di scopare. Rammento ancora l’effetto che mi fece ‘Entertainment!’, con i suoi ritmi affilati come un rasoio e quella copertina che dava in culo all’uomo bianco. Guardarla ed esplodere in una danza spastica fu un tutt’uno. Mi spazzò via. Rovesciò completamente la prospettiva da cui osservavo il rock e mi indusse a prendere in mano un basso elettrico.

“‘Entertainment!’ fece a pezzi qualunque cosa fosse uscita prima. I Gang Of Four avevano il senso dello swing. Ho rubato un sacco da loro.”

Parole di Flea dei Red Hot Chili Peppers le prime, di Michael Stipe dei R.E.M. le seconde, spese quando nel 1995 una ristampa espansa del primo, epocale album riaccese i riflettori sul quartetto di Leeds. Flea osservava anche che l’influenza esercitata da Andy Gill su The Edge degli U2 e dal gruppo tutto su complessi a loro volta seminali come Fugazi e Jane’s Addiction era alle sue orecchie evidentissima. E come non essere d’accordo? Mentre Tad Doyle, fra i vessilliferi del grunge alla testa della quasi omonima formazione, dal canto suo raccontava di avere avuto la vita cambiata, e con lui Kurt Cobain, da un concerto della Banda dei Quattro a Seattle. Esperienza analoga a quella di cui riferisce la penna più celebre e aguzza del giornalismo rock americano dacché Lester ci ha lasciati, vale a dire il decano Greil Marcus, che vide i ragazzi in azione a San Francisco nel 1979. Spalla dei Buzzcocks. A tal punto esaltanti che lasciò la sala senza assistere all’esibizione dei Mancuniani, affinché la magia dell’attimo non avesse a sciuparsi. Reazioni: Doyle dava vita a una cover band, Red Set, dedita al rifacimento integrale di “Entertainment!”; Marcus scriveva sui Gang Of Four pagine fra le più memorabili della sua opera tutta (nulla più definitivo al riguardo che In The Fascist Bathroom). A nove anni dall’ondata di omaggi che salutò la ripubblicazione di un album uscito in origine nel settembre del 1979, c’è di nuovo un pretesto per discettare dei leedsiani: torna nei negozi, identica però a com’era e non si capisce bene quale il senso dell’operazione, “A Brief History Of The Twentieth Century”, buon compendio per il neofita con i suoi venti brani per settantasette minuti. Non-evento che viene comunque buono per contare al giovin lettore il perché e il percome Gang Of Four furono e sono così importanti e aggiornare l’elenco degli epigoni: Liars, Interpol, Yeah Yeah Yeahs. In misura minore gli Strokes. Per certo riffarama che deve decisamente di più ad Anthrax che al Sabba Nero, Queens Of The Stone Age. Eccetera.

Allora: i fatti. Dave Allen (basso), Hugo Burnham (batteria), Andy Gill (chitarra) e Jon King (voce) (così vorranno sempre essere elencati, in ordine alfabetico, a rimarcare di essere una democrazia) incrociano le loro strade a Leeds in circostanze che la dicono lunga su chi sono e saranno. Gli ultimi tre si sono conosciuti frequentando i corsi della locale università, il primo – giunto in città proprio con l’idea di dare vita a un gruppo rock e nello specifico punk – nota il quarto mentre viene mazzuolato da un solerte poliziotto durante una marcia antifascista. È amore a prima vista. Fanno comunella tutti e, marxisti, si battezzano come sappiamo con scelta che oggi a molti risulterà incomprensibile (il riferimento è a una vicenda che ha pesato assai sulla parabola della Cina post-Mao) ma al tempo contribuisce a farli notare fra i tanti sportisi sulla ribalta dopo che i Pistols l’hanno bagnata di benzina e hanno acceso un cerino. Fanno il resto uno stile unico, che al punk unisce il p-funk, e naturalmente testi (la cosa invecchiata meno bene: forse) fra dogma e dazebao. E tuttavia nei loro momenti migliori: critica sociale di un sardonico da Gaber/Luporini al top. Dopo adeguato allenamento su palchi assortiti, nell’ottobre 1978 la cantilena fra l’ossessivo e l’ilare di Damaged Goods è, accompagnata fra l’altro da una prima versione dell’insieme sulfurea e catatonica Anthrax, esordio a sette pollici per la minuscola Fast che attira le lodi della stampa specializzata e le attenzioni dell’industria maggiore. Si fa avanti la EMI (i-em-aiiii!) e, decisi similmente ai Clash (con i quali pure polemizzeranno a più riprese), a sfruttare le risorse di una grande casa discografica per far passare i loro messaggi, Allen, Burnham, Gill e King ne accettano il corteggiamento. Nel marzo ’79 At Home He’s A Tourist è – voce stentorea su scansione marziale e chitarra spezzata e tagliente – un piccolo successo, numero 58 per la precisione, che senza l’assurda censura della BBC per un riferimento che fa ai profilattici (ricordatevi: l’AIDS è a venire) sarebbe potuto essere ben più rilevante. Resterà il migliore piazzamento a 45 giri del quartetto. Arrestatosi prima dei Top 40, “Entertainment!” risulterà l’LP più venduto. Eppure EMI sarà con il gruppo fino al crepuscolo (e dunque può cavarne soldini tuttora), comportamento che oggi nessuna multinazionale terrebbe: e poi si chiedono perché la crisi.

Gang Of Four - Entertainment!

“Entertainment!” è debutto formidabile in un’era di debutti formidabili e ancora mi brucia, e recito perciò un atto di dolore, che per un’inezia non si sia riusciti a trovargli posto fra i 500 fondamentali di “Extra”, giusto fra i rincalzi. Spero che chi sapeva abbia comunque apprezzato, che chi non sapeva abbia preso nota e messo in casa. Nel caso ha già goduto, fra l’altro e saltando titoli già citati: del tambureggiare ipnotico di Natural’s Not In It; della statica elasticità (ossì) di Not Great Men; dell’orecchiabilità black di Return The Gift e di quella (se ha il CD del ’95; se no il singolo At Home He’s A Tourist, oppure il mix di Outside The Trains Don’t Run On Time) anche più pronunciata di It’s Her Factory. Tutti brani che si può avere pure procurandosi “A Brief History Of The Twentieth Century”, antologia uscita una prima volta nel 1990 per sfruttare il clamore (poco) suscitato dalla riesumazione della gloriosa sigla da parte dei soli Gill e King: foriera di due album un po’ così (“Mall” nel 1991 e su Polydor, “Shrinkwrapped” nel 1995, su fantomatica When) e insomma improvvida. Non si può viceversa avere, optando per tale acquisto, la canzone più istantanea della ghenga, I Found That Essence Rare, favoloso pop-punk degno dei Buzzcocks più immani. Assenza che sconcerta e così quella, pur meno grave, della rotolante/cantilenante 5:45. Due possibilità di rimediare: o comprarsi l’uno e l’altro articolo, naturalmente, oppure surrogare con l’album delle “Peel Sessions” (registrazioni dal gennaio ’79 al marzo ’81), uno dei più pregiati della lunga serie.

Chi acceso di sacro entusiasmo volesse invece esagerare e procurarsi l’integrale in studio del combo leedsiano nella sua prima vita, e sono in fondo poi solo quattro LP, non sbaglierebbe. Basta che sappia, prima di darsi a una ricerca che potrebbe svelarsi non semplicissima e investire, che trattasi di lavori che all’epoca suscitarono controversie via via crescenti. “Solid Gold” vedeva la luce nel marzo 1981, a un anno e mezzo dall’esordio adulto, intervallo relativamente ampio giustificato da due estesi tour statunitensi. Lo stacco dal debutto è in ogni caso piccolo, relativo, pressoché invisibile. Da lì “A Brief History” trae l’acidula e ondeggiante Paralysed, la lenta danza di A Hole In The Wallet, il nevrotico saltellare di Cheeseburger. Ancora dell’81 ma da un singolo e quindi preziose sono la vorticosa To Hell With Poverty e la lugubre Capital (It Fails Us Now). Titoli che faranno intuire che l’aspetto ideologico in luogo di sfumare si accentua man mano che la notorietà (almeno americana; l’impatto che ebbero i Gang Of Four non è tuttavia rapportabile a vendite alla resa dei conti modeste) cresce. Dove, a detta dei critici più critici della band, si cede al contrario a compromessi è negli spartiti, a partire da “Songs Of The Free”, maggio 1982 e preceduto, oltre che da un 45 giri a momenti da Human League (ma lo dico a mo’ di lode), I Love A Man In A Uniform, dalla defezione di Dave Allen, che fonda gli Shriekback con l’ex-XTC Barry Andrews. Lo rimpiazza Sara Lee e la musica si fa più lieve e ammiccante, pur non rinunciando del tutto – esemplari History Of The World e soprattutto Call Me Up – a corrosive circonvoluzioni alla P.I.L. Ove I Will Be A Good Boy è roba da neo-romantici o poco ci manca.

I Love A Man… vendicchia. Icchia icchia. La partenza di Allen ha scompaginato equilibri perfetti e nel settembre 1983 “Hard” è difeso solo dagli estimatori più accaniti. In “A Brief History” il funketto con bave d’archi e incursione di una voce da soul diva di Is It Love e l’electro sui generis di Womantown spiegano il perché. Riascoltati dopo tanto sono però per niente malvagi e viene da pensare che fu un altro tipo di pregiudizi ideologici (il solito integralismo del rock) a farli schifare da pubblico (bianco) e stampa. Ma il capolinea è lì. Se ne va pure Burnham, rilevato da Steve Goulding (dai Rumour di Graham Parker). Tempo di un ormai introvabile live su Mercury, “At The Palace”, e siamo ai saluti. Ciao. E grazie per i ricordi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.566, 17 febbraio 2004.

2 commenti

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2 risposte a “A Brief History Of Gang Of Four

  1. giuliano

    Darei qualcosa, molto più di qualcosa, per precipitare all’indietro verso il 1979 e stare al posto di Greil Marcus, quella sera, e avere il fiuto, e il buon gusto, che ha avuto lui.
    Ultimo libro del nostro che ho maneggiato è quello sulla storia di “Like a rolling stone”, pubblicato da Donzelli. Peccato per la traduzione un po’ zoppicante.
    E chissà se, a proposito, hai sottomano “Another self portrait” e magari hai nei piani di parlarcene (se per caso t’hanno omaggiato della versione in vinile non ce lo dire, ché da ‘ste parti si rosica).

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