Garland Jeffreys – Truth Serum (Luna Park)

Garland Jeffreys - Truth Serum

Quanto tempo, Garland. Da quando “Rolling Stone” – ed era il 1977, e voleva ancora dire qualcosa ricevere quel marchio di approvazione – ti proclamava “Best New Artist of the Year” e non è che tu fossi proprio nuovo, eh? Gli anni trentaquattro e “Ghost Writer” già il terzo album e però in effetti il primo (di quattro messi in fila uno via l’altro) a potersi dire un grande album, addirittura un classico, per quanto la canzone più classica in esso contenuta, Wild In The Streets, fosse un recupero datato ’73. Soprattutto, il primo nel quale sbocciava appieno una personalità per tanti versi unica. Quando tempo, Garland. Da quando quei quattro dischi li compravo in lieve differita e nell’arco di pochi mesi, pagandoli qualcuno poco e qualcuno quasi nulla, e con essi quel live favoloso che è “Rock & Roll Adult”, per poi entusiasta porre mano al portafoglio e acquistare a prezzo pieno l’appena uscito “Guts For Love”. Una delusione pazzesca. Quanto tempo, Garland. Perché gli innamorati sono esigenti e gli innamorati delusi sconti non ne fanno. Non che si ponesse il problema di continuare a seguire o meno un artista che altrove ebbi a definire un newyorkese purosangue perché di sangue più che misto. Impiegava nove anni a dare alle stampe un altro album e poi cinque ancora per un ulteriore seguito. Sono ragionevolmente sicuro di avere fatto fare un giro sia a “Don’t Call Me Buckwheat” che a “Wildlife Dictionary”, quando già da lungi erano andati fuori catalogo, e potrebbe essere che non ci abbia messo una sufficiente attenzione, perché oggi ne leggo bene e non li ricordo proprio, e in casa non li ho. Sono invece certo di non essermi minimamente filato “The King Of In Between”. Di soli due anni fa! Come dire che si è forse in presenza di un tentativo di dare consistenza e continuità a un ritorno alla ribalta a un’età in cui la gente normale va in pensione, se già non c’è. Non gli artisti, che gente normale costituzionalmente non lo sono.

Quanto tempo, Garland. E che bello ritrovarti così, quella tua faccia onesta così poco invecchiata e quel po’ di sovrappeso, via, te lo si può concedere (che ne sappiamo di come saremo noi a settant’anni?) quando è la scrittura a non mostrare una ruga, un chilo di troppo. Naturalmente non millanterò che “Truth Serum” sia un nuovo “Ghost Writer”, un altro “American Boy & Girl”, un “Escape Artist” per il XXI secolo, perché come ci insegnò l’Ecclesiaste (d’accordo: erano i Byrds) per ogni cosa c’è una sua stagione e c’è un tempo per ogni situazione sotto il cielo: i dischi che facevi a trent’anni, o a quaranta, a settanta non puoi più farli, ché poi anche qualora li facessi sarebbe il contesto nel quale vedono la luce a renderli diversi e inevitabilmente meno importanti. Però questo album nuovo mi è piaciuto proprio tanto e tutto, dalla traccia che lo intitola e lo inaugura trapestando blues al suggello in levare di Revolution Of The Mind, passando per la confessione a cuore aperto di It’s What I Am e per quell’altro irresistibile reggae Seventies style di Is This The Real World, per la ballata ricamata di fisarmonica Ship Of Fools e la tesa innodia di chitarre stridule e taglienti Collide The Generations. Sarà che si invecchia, Garland, e diventiamo più fragili, e ci commuoviamo più spesso di quanto non dovrebbe essere lecito per un uomo, ma a un certo punto mi sono sentito il cuore pesante e poi basta, come un frullo d’ali e per un attimo ho ritrovato la felicità assurda del giorno in cui ci incontrammo. Ti abbraccio.

11 commenti

Archiviato in recensioni

11 risposte a “Garland Jeffreys – Truth Serum (Luna Park)

  1. Come si declina con gli emoticon un sospiro inumidito da uno sbuffo di lacrima e dalla patina del tempo?
    Sublime

  2. Gian Luigi Bona

    Garland Jeffreys meriterebbe un successo enorme. Mi sembra snobbato e poco considerato come il povero Willy DeVille.

  3. Stefano Piredda

    Occhei.
    Mi hai emozionato, con questa recensione.
    Either I’m too sensitive or else I’m gettin’ soft…

    “Rock’n’Roll Adult” è stato uno dei primi dischi in vinile che ho comprato.
    Dopo una recenzione letta su Ciao 2001, pensa.

    • Mauro

      Quasi come è stato per me, non tra i primi dischi acquistati ma in seguito a recensione di Ciao2001. “Rock’n’Roll Adult” è una pietra miliare!

  4. Visionary

    Ma dai…..
    Settimana scorsa avevo rifatto girare dopo una vita il vinile dello splendido “Escape Artist” (cosa non è Mistery Kids??!!!), e di cosa mi parla oggi il Venerato?
    Lacrimuccia…… :’-)

  5. Uno degli acquisti più fighi degli ultimi anni (ma forse della vita) è stato un doppio CD con il tris Ghost writer/One eyed Jack/American boy & girl a 15€, (a cui si aggiunge un Escape artist a 6€ a completare la collezione).
    Un grandissimo pezzo, Venerato…

  6. Giancarlo Turra

    In formissima, Garland, in formissima.

  7. freestate

    Cool Down Boy da Rock’roll adult con quel lungo monologo e l’esplosione finale rimane tra i miei pezzi live preferiti di tutti i tempi

  8. Gian Luigi Bona

    Don’t Call Me Buckwheat è un capolavoro

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