Black Joe Lewis – Electric Slave (Vagrant)

Black Joe Lewis - Electric Slave

Sul subito ho quasi dubitato fosse lui e certo non perché gli album precedenti di questo giovanotto texano difettassero in energia, in impatto. Meglio a mio avviso “Scandalous”, del 2011, diviso fra blues elettrici affilati e anfetaminici e funk bollenti, rispetto al predecessore del 2009 “Tell ’Em What Your Name Is!”, maggiormente modulato su schemi e stilemi di errebì classico alla Eddie Floyd, alla Wilson Pickett, per quanto con qualche ruvida stilettata di rustico blues alla Lightnin’ Hopkins. Roba tosta e che tuttavia non mi aveva preparato a un incipit della rovinosa forza di (raramente titolo fu tanto programmatico) Skulldiggin’: muraglia mobile di fragorose distorsioni in libertà che sbatterci contro e sorridere al ricordo di come definii al giro prima gli Honeybears (a proposito: non più co-accreditati da Lewis) è stato un tutt’uno. Li avevo chiamati “i Motörhead del soul” e, con il senno di poi, era prematuro. Adesso sì che a tratti lo sono, posto che amano comunque variare gli schemi e che il soul (su undici brani in programma, ancora una volta nemmeno una ballata) non è sicuramente il principale fra gli ingredienti di una o più ricette alle nitroglicerina. Sovente tocca anzi cercarlo con il proverbiale lanternino.

Solo nel suo esatto centro “Electric Slave” dà un minimo di requie e si fa per dire, trattandosi di una Come To My Party sulla quale di nuovo la dice lunga il titolo: funkissima, come dritta da un ideale “Best” di Sly & The Family Stone ma a un certo punto atmosferizzata da un insinuarsi di jazz in cinemascope (e qui chi sa di hip hop si troverà all’improvviso catapultato all’indietro nel tempo di vent’anni buoni). Prima di quella, lo sfrenato rock’n’roll di Young Girls, il ruggente rhythm’n’blues di Dar Es Salaam, gli Stooges con sezione fiati di My Blood Ain’t Runnin’ Right, i Contortions redivivi di Guilty. Dopo: una novella Fever adeguatamente orrorosa e crampsiana chiamata Vampire e, incastonato fra il funk avvolgente e strascicato di Make Dat Money e quello squassante di Golem, il tambureggiare schiettamente garagista di The Hipster. Suggella al galoppo Mammas Queen e infine ci si può abbandonare, stremati ma felici, ma stremati. Dicono che la banda di Black Joe dal vivo picchi anche più sodo, che quella dello studio di registrazione non sia una dimensione nella quale si trova a proprio agio e improvvisamente mi scopro a corto di immaginazione. Stento a figurarmelo e non so se fidarmi. Santommasianamente, vorrei verificare.

5 commenti

Archiviato in recensioni

5 risposte a “Black Joe Lewis – Electric Slave (Vagrant)

  1. Fabio Cerbone

    Tanto d’accordo con questa segnalazione del venerato maestro quanto in disaccordo con North Mississippi (mi è parso un po’ una ripetizione di quanto già detto)…ma ci sta no? E’ il bello del discutere di musica.
    Grande disco Black Joe Lewis si si! Una delle cose rock’n’roll più “goduriose” di questo 2013 😉

    • giuliano

      Bene, diciamo che il bollino qualità apposto sia dal Maestro che dall’ottimo Cerbone (che leggo su Roots Highway), è un buon viatico per l’acquisto del disco. Il video in questione d’altra parte, spacca de brutto.

  2. Orgio

    Gran bel disco, grazie della segnalazione. Ovviamente ce lo godremo tutti sorvolando sul fatto che la strofa di “The Hipster” ricalchi pedissequamente quella di “Everybody Needs Somebody”…

  3. Giancarlo Turra

    Spacca il culo. Ovunque: andando in auto, ballando nel salotto, lavando i piatti o stando sul divano.

  4. Alfonso

    Mi accodo. Sul tubo si raccatta tutto l’ultimo disco a pezzetti e varia altra roba, materiale più che sufficiente per restarci sotto. Peccato che le date dei concerti parlino solo americano per ora.

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