Potere alla parola (15): Age Of Aquemini – Gli anni degli OutKast

OutKast 1

Io fumo. Lui no. Io frequento i locali per soli uomini. Lui no. Io bevo e mangio carne. Lui è astemio e vegetariano. Amico, sai come si chiama questo? Individualismo. È ciò che fa andare avanti gli OutKast.

Così Antwan Patton, detto Big Boi, raccontava a “The Source” delle mille differenze fra lui e André Benjamin, in arte prima Dre e poi André 3000, suo partner nell’impresa OutKast dacché i due frequentavano il medesimo liceo (con la perfetta logica illogica che contraddistingue l’intera loro vicenda, l’intellettuale Benjamin lascerà la scuola senza diplomarsi, il teppista Patton completerà gli studi). Era il 1998 quando l’intervista veniva concessa e quella che è considerata la Bibbia dell’hip hop statunitense, e quindi mondiale, aveva appena gratificato il terzo album del duo, “Aquemini”, del massimo dei voti: cinque microfoni. Nona volta soltanto in dodici anni di vita della rivista che ciò accadeva. Già allora ci si chiedeva nell’ordine: 1) se ci sarebbe stato un altro disco degli OutKast; 2) se ci fossero limiti alla loro ascesa artistica e commerciale. Sei anni e due album e una raccolta più tardi, le domande sono le stesse. Il capolinea più vicino. O forse no.

“‘Hey Ya!? mi ricorda la ragione per cui ho finito per amare tanto il rock’n’roll.

Lo ha detto Lou Reed, nientemeno, proclamando la suddetta canzone la sua preferita del 2003. Nell’improbabile caso non vi sia ancora capitato di incrociarla – farina del sacco di André e uno dei due hit monstre prodotti finora da “Speakerboxxx/The Love Below”, essendo l’altro, la princiana vertigine soul di The Way You Move, ovviamente griffato Big Boi -, aspettate prima di sentenziare che l’anziano vate cerca di essere à la page come ci provano spesso, un po’ pateticamente, gli anziani vati (quando non fanno invece gli sdegnosi). Rubatene in qualche modo un ascolto. Fatto? Favolosa, vero? È quello che avrebbero potuto combinare i Lemonheads, all’incrocio fra punk e pop, se fossero stati un gruppo rhythm’n’blues. Togliendo dal conto intro e interludi, per i quali la strana coppia ha sempre avuto un debole, sta in compagnia di un’altra trentina di pezzi quasi, altrettanto o anche più fantastici. Collettivamente, producono una somma più alta di quella dei singoli fattori. Collettivamente, danno vita a un’opera che fra tutte le uscite del 2003 è di gran lunga quella sulla quale più ragionevolmente si può scommettere che resterà, che fra cinque-dieci-quindici-vent’anni se ne parlerà con immutata o accresciuta reverenza. Un classico assoluto dell’hip hop. Un classico dell’hip pop. Un classico del pop. Un classico. Dal frinire di grilli su fondale electro, e con citazione dei  Coldcut e di Eric B. & Rakim in un colpo, della Intro che apre “Speakerboxxx” alla ticchettante e psichedelica cantilena, A Life In The Day Of Benjamin André, che suggella “The Love Below”, due ore e un quarto (tempi da triplo d’antan) dopo. Un classico. Due?

In origine ‘The Love Below avrebbe dovuto essere un progetto solistico, ma la casa discografica non pensava fosse una buona idea o in ogni caso un buon momento. Allora Big Boi si è messo al lavoro su quello che poi è diventato ‘Speakerboxxx e quando lo ha finito io ancora stavo ritoccando il mio disco e l’ho tirata tanto per le lunghe che poco ci è mancato che fosse lui a esordire da solo. Insomma: che alla fine il tutto sia stato pubblicato come OutKast è un miracolo.

Parola di Benjamin, che sulla copertina che recentissimamente “Rolling Stone” ha dedicato al duo (dimostrazione definitiva della sua annessione da parte del mainstream) indossa pantaloni quadrettati di un paio di misure troppo grandi e gilet, cravatta, fascia fermacapelli (spioventi sulle spalle) clamorosamente rosa e se possibile ancora meno hip hop del resto dell’abbigliamento, ove il partner esibisce di contro tuta da ginnastica rossa e medaglione da un chilo che più Old Skool non si potrebbe. Una volta di più, ci si chiede che ci facciano assieme ’sti due. Una volta di più, scappa da ridere. Una volta di più ci si persuade di avere di fronte, oltre che i Parliament e i Funkadelic (sempre stato bifronte, George Clinton), i Lennon/McCartney dell’hip hop. Solo che loro sono anche George Harrison e Ringo Starr. Quest’ultimo è il loro Album Bianco. Avete presente? Quello in cui i Beatles andarono ciascuno per suo conto continuando nondimeno a essere i Beatles. Uguale gli OutKast, oggi. E per citare un gruppo che non ci si stupirebbe di scoprire fra quelli frequentati dagli eclettici giovanotti, i Grateful Dead,  what a long strange trip has been.

OutKast 2

Comincia tutto nel 1990, quando gli allora quindicenni Patton e Benjamin si conoscono alla TriCities High School di Atlanta, quartiere di East Point. Il primo arriva da Savannah e da una famiglia numerosa e molto unita, il secondo da Decatur ed è figlio unico di genitori divorziati. Curiosamente, considerato quanto i loro gusti sartoriali si siano in seguito divaricati, sono affinità nell’abbigliamento (“eravamo gli unici a mettere calzoncini corti a fiori quando tutti vestivano Starter lunghi”, ricorderà Benjamin anni dopo parlando con “Details”) ad attirare le rispettive attenzioni. Scoprono di avere in comune pure la passione per l’hip hop e non sarebbe gran cosa, visto che la condividono con la quasi totalità della gioventù di colore, non fosse che le uniscono cento altri amori musicali. Qualcuno – Antwan adora Kate Bush, André Jimi Hendrix (tenetelo a mente: tornerà alla fine di questa nostra chiacchierata), entrambi venerano Roy Ayers, Billy Ocean, Bob Marley, Kurt Cobain – non proprio consueto fra la tribù del rap. Giovani come sono, del genere conoscono poi non soltanto i capisaldi ma anche gli antenati, i funkster che hanno fornito campionamenti a strafottere, da James Brown a Sly Stone via George Clinton, e poi non disdegnano gli Chic, apprezzano Prince, hanno un’idea di chi sia Sun Ra, non sono digiuni di gospel. Iniziano a rappare su basi altrui, girando come 2 Shades Deep. Formidabile coincidenza: non ha mai rappresentato nulla sulla mappa dell’hip hop, Atlanta, fino a quel momento ed è proprio durante l’apprendistato dei due ragazzini che diviene per la prima volta protagonista.

Ricordate gli Arrested Development? Spero di sì. Se no, recuperateli. Doverosamente inserito fra i cinquecento dischi rock (“rock”) fondamentali di sempre dalla nostra sorella “Extra”, il loro debutto “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of” conserva, a dodici anni dall’uscita, freschezza intatta. Bucolico e lisergico, fece riparlare di hippy-hop dopo (più di) De La Soul, Jungle Brothers, A Tribe Called Quest. Era il ritorno delle vibrazioni battagliere ma ancora buone di Sly & The Family Stone. Era la prima posse sessualmente mista in un ambito innegabilmente misogino. Malignando sulle tendenze di André, che pure ha fatto un figlio con Erykah Badu e già solo per questo andrebbe selvaggiamente invidiato, qualcuno dirà lo stesso degli OutKast, che dal successo di Arrested Development hanno indirettamente tratto giovamento trovando spalancate porte fino a un momento prima ben chiuse.

Comunque sia… Con in testa la confusione che è dell’adolescenza, per qualche tempo i nostri eroi fantasticano di tirare su i soldi che servono per incidere un demo alla maniera del ghetto, vale a dire come fecero gli N.W.A e farà il Wu-Tang Clan: spacciando e rubando. Buon per loro che la robba sia di quella innocua e che in realtà spaccino poco, siccome se la fumano quasi tutta. Buon per loro che non li becchino mai le poche volte che azzardano un furto d’auto. Buon per loro che passino un’audizione con il team di produttori Organized Noize e possano così partecipare (evento che rievocano con imbarazzo), con una minuscola particina come ospiti, a What About Our Friends, un singolo delle già immensamente popolari TLC. Boss delle monelle, Antonio “LA” Reid drizza le orecchie, li convoca nel suo ufficio e li fa rappare davanti a tutto lo staff, radunato per l’occasione. Bingo! Ingaggiati e spediti al volo in sala a registrare un contributo per l’album natalizio, AD 1993, della sua etichetta, LaFace (associata alla Arista e per tramite di essa all’impero BMG), incidono Player’s Ball. Antwan va ancora a scuola. Quintessenzialmente sudista nel pigro incedere (capisci tutto quando noti che il testo cita continuamente una certa Mary Jane) che peraltro rimanda lampantemente anche a Curtis Mayfield, il brano esce su singolo e sarà numero uno per sei settimane filate nella classifica di settore di “Billboard”. Nonché disco d’oro. Qualche mese e siamo all’album.

Dei bambini! Sembrano proprio dei bambini Big Boi e André (sono del resto a malapena maggiorenni) nelle foto del libretto di – tirate un bel respiro – “Southernplayalisticadillacmuzik”, titolo che è omaggio  contemporaneo (per citarne due) ai Parliament di Supergroovalisticprosifunkstication e all’Isaac Hayes di Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic. Certificazione immediata dell’essere nuovi sì, ma con radici saldamente affondate nella tradizione. È un esordio superbo, e fra l’altro già cospicuo nel minutaggio (siamo oltre l’ora), che solo le prodezze successive hanno lievemente ridimensionato. Che abbiano fatto irruzione al proscenio campionissimi nemmeno granché acerbi a dispetto della verde età è chiarito, dopo la svagata intro free jazz (ebbene sì) di Peaches, dallo scilinguagnolo sveltissimo su base plumbea di Myintrotoletuknow e dalla stonatissima (ancor più di Player’s Ball, naturalmente presente) Ain’t No Thang. Welcome To Atlanta, recita il primo siparietto, rivendicazione regionalistica in un’epoca in cui l’hip hop è dominato dalla guerra (presto non soltanto a parole) fra East e West Coast. Benvenuti nella città, che da lì a due anni ospiterà le Olimpiadi, della Coca Cola e di Martin Luther King. Benvenuti nella città delle contraddizioni, per due terzi nera, con tre sindaci neri eletti di seguito e le bandiere della Confederazione che sventolano ovunque, evidenza palpabile di razzismo. Benvenuti nella città che a fine anni ’70 vide una sfilza di ragazzini di colore assassinati, turpe vicenda ricostruita da James Baldwin nell’inquietante The Evidence Of Things Not Seen. Vi aiuteranno a pensare positivo una title-track che, almeno nel ritornello, rimane la cosa più smaccatamente Parliament che i giovanotti abbiano pubblicato a oggi e ancora: una Funky Ride in transito dal languido all’osceno; l’innodia festaiola di Git Up, Git Out (che Macy Gray prenderà in prestito senza ringraziare); il soul infiltrato da una chitarrina jazzata e un organo errebì di Crumblin’ Erb.

Il disco entra nei Top 20 e a fine anno è di platino. Premiati da “The Source” come rivelazione del 1994, alla cerimonia di consegna del riconoscimento lungi dall’affettare riconoscenza e modestia i ragazzi, solari e arroganti, se ne escono con un discorsetto di orgoglio meridionale che nella diatriba fra Coste mette qualche puntino sulle “i”. Quel che si dice avere personalità. Sta tutto nel titolo del secondo album, che raggiunge i negozi nell’estate ’96: “ATLiens”, smargiasso neologismo che in una parola racchiude la fierezza delle proprie origini e il proclamarsi non di questo mondo. Gli alieni di Atlanta. Ossì. Laddove i Two Dope Boys (In A Cadillac) sciorinano funk massiccio quanto incrostato di acidume sixties in Wheelz Of Steel e modern soul da manuale in Babylon, hardcore che non dà requie in E.T. (Extraterrestrial) e squisiti biascicamenti da Gil Scott-Heron tornato dal pianeta degli strafatti nel dittico 13th Floor/Growing Old. Nenia appiccicosissima, Elevators (Me & You) vede la luce pure su singolo, va al primo posto nella graduatoria specializzata e al dodicesimo in quella generalista, totalizza mezzo milione di copie, aiuta l’album ad arrivare a un milione e mezzo. Sono numeri importanti anche perché, con la loro imponenza, testimoniano che la coppia già sta facendo proseliti fuori dalla scena d’appartenenza, che nella nazione rock c’è chi ha notato e appuntato. Piace il loro ricorrere più agli strumenti tradizionali che ai campionamenti, viene colta la vibrazione psichedelica che li fa affini a Funkadelic e Sly Stone. Dei primi è perpetuata pure la fascinazione per la fantascienza, rimarcata da alcuni titoli e dalla cartoonistica confezione. Mancherebbe ormai giusto la benedizione di Messer Clinton in persona. Questione di tempo.

I lealisti confederati avevano probabilmente altro in mente quando dicevano che ‘il Sud risorgerà’. Ma la loro profezia sembrerebbe essersi avverata… Gli OutKast sono la dimostrazione vivente che per vendere non è obbligatorio svendersi.” (dalla recensione di “Aquemini” pubblicata da “Rolling Stone”)

Non saranno mai più così uniti i due, sin da un titolo che è contrazione dei loro segni zodiacali, Aquarius (Big Boi) e Gemini (gemelli, Dre). Altra copertina fumettistica, dritta dagli anni ’70, e alcuni ospiti in grado di calamitare ulteriori attenzioni. Si segnalano, in ordine di apparizione: Raekwon, dal Wu-Tang Clan, nella scura Skew It On The Bar-B; George Clinton in Synthesizer ed è come se fossero tornati i tempi della “Mothership Connection”; Erykah Badu, perché al cuore non si comanda, e d’altronde nessuno/a avrebbe potuto rifiutare una Liberation che è autentica epopea, infiltrata di jazz, in poco meno di nove minuti. Forse il momento più alto oppure no, visto che taluni votano per (riempitevi di nuovo d’aria i polmoni) Spottieottiedopaliscious, groove torpido e invincibile disegnato da fiati imperiali e imperiosi, altri per Chonkyfire e per le sue fragranze lisergiche, altri ancora per gli sdilinquimenti soul della traccia omonima. Ci sono giorni in cui concordo con gli ultimi. Oggi premio invece, a costo di sembrare banale, quella Rosa Parks che, pezzo trainante, contribuiva in maniera decisiva alle fortune commerciali del disco, doppio platino e ingresso in classifica direttamente al numero due e come stupirsene? Mirabile incrocio e compenetrazione di Arrested Development e Fugees, con tanto di armonica blues ad acclarare lo stretto rapporto con il passato meno prossimo della black. Portava però in dote pure un’inattesa e grottesca grana, anche giudiziaria. L’ultraottuagenaria paladina della lotta per i diritti civili, già celebrata dai Neville Brothers del capolavoro “Yellow Moon” (in Sister Rosa) faceva causa, dicendosi offesa dal contesto dell’omaggio e accusandolo di essere strumentale, volto alla ricerca di facile pubblicità. Oltre che il buon senso e il buon gusto pure un giudice nel novembre ’99 le darà torto, dopo nove mesi di un’aspra controversia nel corso della quale gli OutKast continueranno a manifestare massimo rispetto per la donna e dispiacere per il malinteso. Piccolo inciampo in un’irrefrenabile cavalcata per la gloria. Per la prima volta Patton e Benjamin hanno preso il controllo della produzione, in precedenza nelle mani di Organized Noize e/o Antonio “LA” Reid, da qui in poi al massimo esecutivi. Nel brano che battezza scandiscono: “Persino il sole tramonta e gli eroi alla fine muoiono/gli oroscopi spesso mentono…/non c’è nulla di sicuro, nulla dura per sempre/ma finché non calerà il sipario siamo io e lui, Aquemini”. Indizio certo, naturalmente, che niente sarà più lo stesso.

OutKast 3

‘Stankonia’ è il luogo da cui proviene tutta la funkitudine.” (Big Boi, in un’intervista a “Launch.com”)

Una volta l’hip hop era fatto di carriere che si esaurivano nello spazio di un album o addirittura di un mix. Faccenda del “qui e ora” come il punk e come il punk rapido nel bruciare i suoi eroi. Approdato a un suo classicismo, ha visto alcuni fra i protagonisti disegnare parabole alte e lunghe, artisticamente e commercialmente, qualcuno (Gang Starr, Wu-Tang Clan) oltre la soglia dei dieci anni senza una flessione. OutKast sono lì: ce la faranno?  Per intanto, se non si può etichettare la loro storia come un crescendo rossiniano è solamente per una partenza già lanciata. Con “Stankonia” salutano il secolo che si chiude con un disco che molti recensori sono pronti a scommettere insuperabile, copertina che rimanda a quella del corrusco classico di Sly & The Family Stone “There’s A Riot Goin’ On” ed eclettismo sempre più spiccato fra i solchi: con inauditi furori rockisti in Gasoline Dreams, il migliore aggiornamento di funkadelia immaginabile nel dittico Toilet Tisha/Slum Beautiful (e poi nella canzone che dà il nome al tutto), fenomenali scampoli di electro in B.O.B. e in Gangsta Shit e ancora di tutto un po’, dai De La Soul allusivi di We Luv Deez Hoez al vaudeville di Drinking Again per tramite dello spettacolare mambo Humble Mumble. In quest’ultimo c’è ancora la divina Erykah ed è un ciao ciao, siccome lei e André si sono separati. Sempre più stravagante nel vestiario, costui si consola investendo nel campo della moda, seguendo un’appena fondata OutKast Clothing Company. Dal suo canto il socio si dà all’allevamento di pitbull (“Sono come noi negri: hanno una cattiva reputazione, ma non la meritano”). Di soldi d’altro canto ne hanno da investire: nei soli Stati Uniti, il loro quarto album si vende in quattro milioni di esemplari.

Finalmente liberi, grande Dio onnipotente, finalmente liberi.” (Reverendo Martin Luther King)

Tre anni sono trascorsi fra il pronosticato inarrivabile “Stankonia” e il lavoro che l’ha spazzato via con una perentorietà probabilmente imprevista dai suoi stessi artefici. Sono sembrati passare in fretta, per l’onda lunga del suo successo ulteriormente allungata dall’uscita nel 2001 della raccolta, a sua volta in cima alle classifiche, “Big Boi & Dre Present…”. Con ben cinque pezzi dal primo disco, un unico da “ATLiens”, tre da “Aquemini”, due da “Stankonia” stesso e tre eccellenti inediti fra i quali una Funkin’ Around degna degli Chic al top. E del resto i Nostri ci avevano messo sempre due anni fra un album e l’altro ed è tipico dei gruppi che muovono milioni di copie e sono bene inoltrati nella loro carriera distanziare le uscite. Opera dalla gestazione travagliata e come indicano il doppio titolo e la copertina bifronte quasi un sistemare due dischi solistici nella medesima confezione. Quasi. Perché ciascuno dei compari ha messo le mani nella parte dell’altro. Perché l’impressione netta, per chi li ha seguiti dall’inizio, è che se così non fosse stato gli esiti sarebbero risultati meno pregnanti, meno legati da quello stesso nonsoché che rende – torno al paragone fatto qualche cartella fa – il doppio bianco indiscutibilmente un album dei Beatles e non un’accozzaglia di prove di dichiarazione di indipendenza. Ci sono innegabile continuità e dialogo fra l’hip hop a tratti anche “duro e puro” – Bust e Tomb Of The Boom sono catalogabili alla voce “hardcore” – ma come sempre capace di contaminarsi con funk e soul, pop e jazz, rock e latinismi di “Speakerboxxx” e il superamento deciso del genere attuato in “The Love Below” incrementando esponenzialmente tutte queste presenze e aggiungendo decisi tratti da musical e un paio di innesti di drum’n’bass. E sarebbe un peccato se Big Boi e André 3000 si fermassero qui, non operando un’ulteriore sintesi. Invertendo la direzione di storie personali che paiono destinate a un inevitabile approdo potrebbero ancora di più fare LA storia. Le interviste rilasciate nei sei mesi che hanno visto quest’opera monumentale non solo per durata dominare le classifiche dappertutto, ed eguagliare gli imponenti dati di vendita di tutti i predecessori messi assieme, sono state nel contempo possibiliste e contraddittorie.

Faremo ancora due album insieme ma nella mia testa già so che, per quanto possa impegnarmi, potrei non raggiungere mai più i livelli di Hey Ya!, potrei non essere mai, da solo, popolare come lo sono in quanto metà degli OutKast. Cosa posso farci? Si cresce, ci si evolve. Paul McCartney e John Lennon quando si sono messi in proprio non hanno mai fatto nulla del livello dei Beatles. Però hanno fatto ancora bellissime cose, non credi?

Così André Benjamin, prossimamente al cinema – si mormora – nei panni di Jimi Hendrix.

(continua?)

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.578, 11 maggio 2004.

2 commenti

Archiviato in archivi

2 risposte a “Potere alla parola (15): Age Of Aquemini – Gli anni degli OutKast

  1. Alfonso

    Il mio disco del decennio (anche se non ci voleva molto). E uno dei miei pezzi preferiti del VMO, se dopo quasi dieci anni mi ricordo ancora dove ero e da dove stavo tornando quando lo lessi per la prima volta. Ho creduto che Andre3000 fosse il nuovo Prince, e magari per un po’ lo è stato.

  2. GRANDISSIMI OUTKAST!!! davvero originali, con suoni strepitosi e un frontman eccezionale come Andre

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...