Bob Is Just A Three Letter Word: Joan Baez canta Dylan

Joan Baez - Any Day Now

Ho due aneddoti da raccontarvi riguardo a Love Is Just A Four Letter Word, una delle canzoni con le quali viene maggiormente identificata Joan Baez, per costei singolo natalizio del 1968 oltre che, in quegli stessi giorni, apertura di terzo lato di quello che resterà il suo lavoro più consistente, ambizioso e uno dei – diciamo tre – album classici, “Any Day Now”. Devo entrambi non a dei biografi di Bob Dylan, bensì a due grandi registi. Il primo a D.A. Pennebaker, che nel 1965 immortalava uno storico tour britannico del giovane Bardo in Don’t Look Back. In una stanza d’albergo Zimmie accenna una strofa del brano di cui sopra. La Baez si sporge verso di lui: “Ehi! Questa se la finisci la metto su un disco”. Il secondo a Martin Scorsese: da lui intervistata per il monumentale No Direction Home (2005) Joan riferisce che, per puro caso, era con Bob quando il protetto e a sua volta mentore, già amante e ancora amico la ascoltò per la prima volta cantare il pezzo in questione, alla radio. “Grande questa canzone!”, esclamava, in tutta evidenza completamente dimentico di averla scritta lui. Non c’è due senza tre? E sia. Di “Any Day Now” questo ancora si racconta: che per assemblarne il programma l’interprete copriva il pavimento di una stanza di spartiti di Dylan e ne tirava poi su sedici a caso, a occhi chiusi. Se non è vero, e a crederci un po’ si stenta notando come ben otto delle canzoni prescelte vengano da due soli LP, è quantomeno una bella favola. Di sicuro non vi era nulla di casuale in una scaletta che pare soppesatissima, sapiente nell’alternare argomenti e atmosfere come nel posizionare strategicamente gli episodi-chiave, quasi immancabilmente a inaugurare o suggellare prima, seconda e quarta facciata, con la terza occupata interamente da due soli brani.

Chissà che effetto incredibile dovette fare ai seguaci del Vate di Duluth anche soltanto girare la caratteristica (Joan aggraziata grafica per se stessa) copertina e cominciare a far di conto. A eccitare maggiormente, naturalmente, non erano i quattro titoli in origine su un “The Times They Are A-Changin’” che, vecchio appena quattro anni, già sembrava giurassico e gli altrettanti da un “John Wesley Harding” al contrario fresco nella memoria, di esattamente un anno prima. Non Love Minus Zero/No Limit, dal 33 che aveva chiuso con il folk per aprire al rock, “Bringing It All Back Home” del 1965, e nemmeno la Sad Eyed Lady Of The Lowlands unico prelievo dal doppio di Bob, “Blonde On Blonde”, del ’66. Ben altra curiosità suscitavano You Ain’t Going Nowhere, Tears Of Rage e I Shall Be Released, ascoltate in quello stesso 1968 dai Byrds (una) e dalla Band (le altre) ma dall’autore non ancora, e tuttavia il tesoro erano le tre composizioni del tutto inedite. Importava poco agli esegeti che con il loro countreggiare giocoso e modesto The Walls Of Redwing e Walkin’ Down The Line si segnalassero come i soli articoli in fondo prescindibili in un catalogo perlopiù favoloso. Con la fame di Dylan che c’era – dopo il silenzio che era parso interminabile seguito all’incidente in moto; dopo un riaffacciarsi alla ribalta spiazzante quasi quanto lo era stata la svolta elettrica – sembrarono probabilmente appetitose. Che razza di leccornia vera però era e resta, e non solamente al confronto ma in assoluto, Love Is Just A Four Letter Word, un ossimoro di canzone con il suo essere insieme vivace e languida, giocosa ma con al centro un nucleo di malinconia. Joan se la pigliava per sempre e né il distratto autore né terzi oseranno mai toccarla.

Il segreto del trionfo artistico di “Any Day Now” – che per inciso era pure commerciale: mezzo milione le copie vendute nei soli Stati Uniti in pochi mesi, per l’epoca un risultato strepitoso per un doppio – risiedeva nel suo essere un modello ideale di tributo, l’interprete magistrale nell’appropriarsi dei brani affrontati senza spingersi fino a stravolgerli: esempi sommi un North Country Blues con piglio da raga e una Tears Of Rage rabbrividentemente a cappella, tallonati da una You Ain’t Goin’ Nowhere più prossima alla Band che ai Byrds e da una Dear Landlord dagli accenti latini vistosamente sottolineati. Nel preciso istante in cui scolpiva uno dei più sentiti e felici omaggi a Dylan di sempre e chiunque, e tanto più significativo perché sporto da chi con Dylan aveva a lungo vissuto in simbiosi, la Baez usciva definitivamente dal suo cono d’ombra: magari tardiva ma appropriata, fiera e stupenda risposta alla It’s All Over Now, Baby Blue che a Newport 1965 aveva sancito divorzi multipli e il più amaramente catartico dei nuovi inizi.

Ricordo nitidamente che avrei potuto fare mio “Any Day Now” – costava così poco da essere alla portata anche di un liceale squattrinatissimo come il sottoscritto – quei tre buoni (buoni?) decenni fa. Ma io – io innamoratissimo di Zimmie – e la Joan ci eravamo presi di punta e non si è fatto pace, come un lettore davvero attento di questa rubrica potrebbe ricordare, che in pieni anni 2000. Non avevo dunque in casa altre stampe, né analogiche né digitali, da porre a confronto con la fresca edizione Pure Pleasure di cui mi ha gentilmente omaggiato Sound And Music. Per certo suona assai bene, valorizzando al meglio tanto il soprano purissimo (qui, come di rado altrove, mai esangue) della Baez che la compattezza d’assieme e il contemporaneo lavoro di ricamo su una stoffa prevalentemente country-rock (oggi la diremmo piuttosto “Americana”) di quelli che erano i migliori turnisti giovani della Nashville AD 1968. Non un “tac” né un fantasma di fruscio hanno sciupato l’incanto in innumerevoli passaggi, alcuni dei quali addirittura (non si dovrebbe, lo so) consecutivi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, giugno 2009.

6 commenti

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6 risposte a “Bob Is Just A Three Letter Word: Joan Baez canta Dylan

  1. Nicholas

    Ciao Eddy,
    c’è qualche altro disco di Joan Baez che consiglieresti?

  2. Per decenni ho evitato come la peste la voce ipermelodica della Baez. Poi, tra i vari segnali di rincoglionimento dell’età avanzata, ho cominciato a sopportarla meglio e a cogliere la bellezza di alcune sue canzoni. Per ora ho preso solo Diamond & rust, e non me ne sono pentito.
    Ti vorrei chiedere un parere sul suo album seguente, Gulf winds: è praticamente introvabile, ma è nel primo listone dei 100 migliori dischi del rock in cui mi sono imbattuto da ragazzino (un volume della Gammalibri dell’82, scritto da Sergio D’Alesio e Kathy J.Stubbs con il contributo del gotha della critica italiana). Su Allmusic viceversa è decisamente massacrato (1 stella e mezza…). Tu che dici, Venerato?

    • Non posso dirti nulla perché non l’ho mai ascoltato. Diciamo che tenderei a non fidarmi moltissimo né del libro che citi né della AMG. E comunque, dai, sarà introvabile fisicamente ma vuoi che non ci sia qualche blogger che l’ha messo in Rete?

  3. Diciamo che in oltre 30 anni quel libro l’ho messo abbastanza in prospettiva… Però ci sono affezionato, e di alcune delle scelte più strane come questa mi è rimasta la curiosità di approfondire.
    Anche perchè ha in copertina una delle poche immagini della Baez in cui è vagamente gnocchesca…
    http://www.grayflannelsuit.net/retrotisements/music/music_3.html

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