Nello zenit i semi della decadenza: i Jethro Tull di “Aqualung”

Jethro Tull - Aqualung

Sarà che il loro primo LP che ascoltai, quando da poco la musica aveva preso a occupare tutto il tempo lasciatomi libero dagli studi liceali e da un’altra attività tipicamente (ma non solamente) adolescenziale, era il più stereotipato e compositivamente piatto pubblicato da Ian Anderson e compagnia fino a quel punto. Sarà che per una sfortunata combinazione il mio secondo incontro con costoro avvenne, la musica a quel punto non solo una ragione per vivere ma anche un modo per guadagnarsela la vita, quando erano al loro nadir. E sarà infine perché il flauto non è mai stato esattamente uno dei miei strumenti preferiti. Fatto è che – annoiato da “Heavy Horses”, disgustato da “The Broadsword And The Beast” – per un sacco di anni non ho mai nemmeno considerato l’idea di riprovarci sul serio con un gruppo che avevo liquidato collocandolo fra i detestati dinosauri del progressive. Avevo una raccolta, la storica “M.U.”, pubblicata prima che punk e new wave li rendessero irrimediabilmente obsoleti, e tanto mi bastava dei Jethro Tull. E, a dirla tutta, consideravo quell’antologia uno di quei piaceri peccaminosi e inconfessabili (oggi non mi faccio simili problemi: ebbene sì, mi piace Shakira e, se siete onesti, piace pure a voi) che ogni appassionato si concede. Credo di essere arrivato alle soglie del nuovo millennio prima di decidermi, più che altro per scrupolo professionale, a riprendere in mano il caso, ad ascoltare o riascoltare e di conseguenza rivalutare, approfondire. Credo di parlare infine con cognizione di causa quando dico che da un certo punto in poi la produzione della banda Anderson degenerò bruscamente in compiaciuta autoparodia. Però fino ad allora era stata degna di nota, il successo riscosso assolutamente meritato. Un po’ paradossalmente, nello zenit creativo i semi della susseguente decadenza.

Ci sono dei Jethro Tull prima di “Aqualung”, ancora alquanto devoti a quel blues elettrico da cui erano partiti e magistrali nel dissolverlo in un tessuto di suggestioni folk e classicheggianti. Concentrati sulla forma canzone. E ci sono, già a partire da “Thick As A Brick”, dei Jethro Tull per un verso inclini, fra questa e quella piccola oleografia pseudo-tradizionale, a un riffeggiare hard sempre più banale e meccanico e per un altro a impegolarsi in estenuanti dischi “a tema”, con ogni singolo brano parte di un disegno più vasto. In mezzo, in miracoloso equilibrio, “Aqualung”, che non è un concept ma due: una prima facciata incentrata sulla vita del clochard effigiato in copertina, una seconda sul rapporto fra uomo e Dio e sul come le Chiese, ponendosi in mezzo, lo corrompano. Non proprio roba da hit parade e nondimeno a oggi quello che per Anderson e soci fu il quarto album ha venduto quei sette milioni di copie, principalmente in forza di due classici dell’heavy più nobile quali la traccia omonima e Locomotive Breath. Belle, ma per quanto mi riguarda preferisco il mirabile trittico di folk-(ba)rock formato sul primo lato da Cheap Day Return, Mother Goose e Wond’ring Aloud e, in apertura del secondo, una My God che in un formidabile profluvio di tempi dispari tiene in qualche modo assieme schizzi di Spagna trasposti nella Canterbury di Chaucer e una solista a briglie sciolte, un pianoforte di brillantezza estrema, canti gregoriani da taverna piuttosto che da convento e un flauto che inquieta più che blandire. Sintesi perfetta – e dunque imperfettibile – di un sound che da lì in avanti non potrà che ripetersi, avvitandosi sempre più su se stesso.

Ci furono molte polemiche all’epoca (1985, mi pare) della prima stampa in CD, ricavata (sembra) da un master di seconda generazione, dinamicamente piatta e caratterizzata da sonorità innaturalmente sottili. Con le successive riedizioni digitali, ultima nel ’96 quella rimasterizzata in occasione del venticinquennale, la situazione è migliorata ma non quanto sarebbe stato auspicabile. Lo evidenzia oggi una splendida ristampa in vinile Classic Records, superba nel fotografare al meglio gli impasti elettroacustici di grande raffinatezza di “Aqualung”, i giochi multipli di chiamata e risposta, gli improvvisi cambi di passo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.287, febbraio 2008.

21 commenti

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21 risposte a “Nello zenit i semi della decadenza: i Jethro Tull di “Aqualung”

  1. Enrico Murgia

    Quale altra attività?

  2. Enrico Murgia

    aah…ok 😉

  3. Stefano Piredda

    Senti, Maestro…
    A proposito di piaceri inconfessabili (tipo Shakira), ci racconterai, un giorno o l’altro, di qualche altro tuo piacere inconfessabile o son cose proprio inconfessabili?
    Perché è vero: ogni appassionato di musica si lascia andare, qualche volta, all’insostenibile leggerezza di certi spartiti.
    Per dire, io conosco gente che, ecco… Ama alla follia i dischi di Meat Loaf. O Breakfast in America dei Supertramp.
    Non io, eh.
    Gente che conosco…
    Ma il Venerato Maestro, oltre a Shakira?

  4. Michele Delli Gatti

    Primo album della mia vita. 5 settembre 1976. Scambiato un paio di anni dopo con un New Riders of the Purple Sage. Domani me lo ricompro in cd. Grazie, Eddy.

    PS: Zucchero is my guilty pleasure. Sorry!

  5. Stefano Piredda

    Allora, Peviani…
    Non sono ancora pronto, io, a dirlo alla mia mamma.
    E comunque.

    Kim Carnes, BETTE DAVIS EYES.
    Queen/ David Bowie, UNDER PRESSURE.
    The Connells, ’74, ’75
    Don Henley, THE BOYS OF SUMMER
    Trio, DA DA DA

  6. Alfonso

    Vergognosamente venduto nel corso di un repulisti talebano-adolescenziale col quale mi liberai di tutto quanto era assimilabile alla voce progressive . Recuperato due anni fa, dopo aver capito che lì dentro c’erano, semplicemente, belle canzoni.

    (very) guilty pleasure: ABBA

    • Giancarlo Turra

      Io continuo a pensare che non ci si debba affatto vergognare di ascoltare gli ABBA. E’ Pop con la maiuscola, a prescindere dalle epoche.

      • Alfonso

        Questa me la rivendo – citando la fonte sennò non mi darebbero retta – a tutta la gente che quando dico che li ascolto e un po’ pure mi ci emoziono mi guarda come se avessero appena pestato una merda. thanks! Peccato che sugli ABBA se non ricordo male il VMO non ci approva…

      • Rusty

        Totalmente d’accordo. Diciamo forte che Dancin’ queen è un “pop”polavoro.

  7. Stefano Piredda

    Ma mia moglie sì.
    Purtroppo.

    • Giancarlo Turra

      Ricordi bene: il VMO detesta gli ABBA. Ma il mondo è bello per la sua varietà, no ? 😀 E, caro Alfonso, cita pure e spargi la voce 🙂

      • Alfonso

        Vedrò di convertire qualcuno e farlo Bjorn again, come diceva qualcuno. Peccato per gli ABBA, per il resto qualunque cosa adori il VMO piace pure a me e quello che schifa pure. Ma hai ragione, trovarsi sempre sempre d’accordo non è mica giusto

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