Non ricadano sui padri le colpe dei figli: la “Super Session” di Mike Bloomfield, Al Kooper e Stephen Stills

Mike Bloomfield Al Kooper Steve Stills - Super Session

Naturalmente non è colpa di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” se, oltre a un discutibile gusto sartoriale, proliferarono dopo di esso lavori eccessivi negli arrangiamenti e pretestuosi negli argomenti. Se non era l’apice della psichedelia bensì l’inizio del progressive. Ma se non è giusto che sui figli ricadano le colpe dei padri dovrebbe valere pure per il contrario e così sia. E allora non date la colpa a “Super Session”, che non marchiava il ’68 come il Sergente Pepe il ’67 ma quasi, se dalla sua pubblicazione in poi e per un bel pezzo torme di chitarristi con una conoscenza manualistica delle scale del blues si sentiranno in diritto di infliggere all’universo mondo interminabili divagazioni senza capo né coda. Qui i semini d’ortica del southern rock più fastidioso. Qui il germe di tanta fusion e io sono uno contrario alla pena di morte ma disponibile a un’eccezione: i crimini contro l’umanità. Nondimeno: per quanto la rilevanza storica sopravanzi il valore artistico – in un senso è una pietra miliare, nell’altro no – “Super Session” rimane un bell’album. Figlio al 100% della sua epoca, non invecchiato benissimo (neanche “Sgt. Pepper’s”), ma comunque un bell’album.

La storia dovrebbe essere ben nota a voi vecchi lupi dei mari del rock, ma siccome qualche giovinetto ogni tanto per fortuna si imbarca la ripeterò a suo uso e consumo. Già con il Bob Dylan della svolta elettrica, già con i Blues Project, fresco di dimissioni da quei Blood, Sweat & Tears che si era inventato per “infiltrare in un rock dall’anima psichedelica non solo del rhythm’n’blues ma pure del jazz e persino della musica classica”, il tastierista Al Kooper ha la bella pensata nel maggio 1968 di convocare in uno studio di Los Angeles il chitarrista Mike Bloomfield, che ha provato a fare all’incirca la stessa cosa con gli Electric Flag. I due si conoscono bene, avendo condiviso la rivoluzione dylaniana, e si completano a vicenda. Idem una sezione ritmica composta da Harvey Brooks al basso e Eddie Hoh alla batteria. Ciliegina  su una torta che gli ingredienti prospettano gustosa il piano di Barry Goldberg. L’idea è sostanzialmente quella di jammare, come da sempre si usa nel jazz, su temi propri o altrui e vedere l’effetto che fa. Ottimo per buona parte di una prima facciata che raduna i risultati di quel primo giorno, unico suo torto vero quello di comprimere quasi trenta minuti di musica su un lato e per la dinamica non è cosa. Pezzo forte è il più lungo (9’13”), l’autografo His Holy Modal Majesty, valzer d’Oriente iniettato di psichedelia e con tratti di atonalità che si può presumere che a Coltrane sarebbe piaciuto. Del resto del programma, in barba agli intenti, più degli slalom di Albert’s Shuffle e Really convincono le cover: una funkissima Stop (da Howard Tate), una Man’s Temptation (da Curtis Mayfield) alla Blood, Sweat & Tears.

Il giorno dopo Bloomfield non si presenta, con una scusa fantasiosa a celare malamente la realtà: eroinomane perso, è in carenza sparata e non connette. Che fare? La sala è pagata e Kooper convoca al volo un altro chitarrista, Stephen Stills, reduce dai Buffalo Springfield, prossimo a metter su casa con Crosby e Nash. Proprio così: nella session più famosa di sempre i tre protagonisti non furono mai tutti insieme nella medesima stanza. Lo stacco è subito netto, nel Dylan minore reso con splendida vivacità di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, e le distanze si accentuano con l’epopea acida di Season Of The Witch (da Donovan) e gli hendrixismi dello standard blues You Don’t Love Me. Né sciupa più di tanto il congedo dimesso di Harvey’s Tune. Considerato che è stato occupato giusto due giorni, il conto dello studio è ragguardevole: tredicimila dollari. Un primo mezzo milione di copie vendute più tardi, alla Columbia non se ne lamenteranno più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.293, settembre 2008.

6 commenti

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6 risposte a “Non ricadano sui padri le colpe dei figli: la “Super Session” di Mike Bloomfield, Al Kooper e Stephen Stills

  1. Io invece lo trovo invecchiato molto bene e comunque a livello di contenuti più importante della rilevanza storica (Kooper , Stills e Bloomfield allafine sono figure “minori” – mille virgolette- del rock).
    Insomma rimane in assoluto tra i miei album preferiti di sempre.

  2. Francesco

    Anch’io lo trovo invecchiato meglio di tanti suoi contemporanei e ogni tanto un bel giro glielo faccio rifare. ottima la ristampa di qualche anno fa. E non penso neppure che sia il responsabile delle onanistiche divagazioni di improbabili epigoni, semmai questo dubbio “merito” lo lascio a quel palloso di Clapton ed ai suoi Cream,con nefasto assolo di batteria incluso.
    e, si, il Sgt Pepe è invecchiato male anche per me.

    • Mirko Saltori

      Oddio, dai, è vero che il “Sgt. Pepper” non è ad oggi smagliante come “Revolver” o il doppio bianco, ma proprio invecchiato male non direi… La partenza (il sound di quella partenza…) e tutto il primo brano sono incredibilmente moderni, e dentro, accanto a cose che risultano effettivamente un po’ datate – ma sarebbe anche bello prima o poi aprire una riflessione sui concetti di “datato” e “invecchiato” -, ci sono delle gemme assolute (anche una “Getting Better”, secondo me, o “Fixing a Hole”).
      E’ vero, Clapton è un po’ palloso, già da subito 🙂 (tolto il periodo pre Cream, probabilmente anche qualcosa con essi, qualcosa con i Derek & the D. ma perché c’è Duane Allman, e l’assolo sulla “While My Guitar…” dei Beatles).

  3. Ho scoperto Bloomfield da poco (sono dell’84), uno dei chitarristi più “veri” che mi siano passati dentro i timpani.
    Venerato maestro, cosa ne pensa di “A Long Time Comin'” degli Electric Flag? Personalmente lo trovo molto bello, soprattutto quando canta Buddy Miles.

    • Mirko Saltori

      A me Bloomfield piace da morire con il Dylan del 1965: che gli disse di non suonare “quella merda alla B. B. King”, o qualcosa del genere; ossia, di non suonare assoli blues. E infatti il suono della “Maggie’s Farm” di Newport secondo me è già protopunk, anche per l’imprecisione dell’orribile bassista: parte dalla “Milk Cow Blues” di Elvis e arriva dentro gli anni ’70..

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