L’altra America dei Fugs (Happy birthday, Tuli)

Non ci avesse lasciati il 12 luglio 2010, Naphtali (per tutti Tuli) Kupferberg compirebbe oggi novant’anni e sarebbe ancora e più che mai il più anziano teenager al mondo. Gli faccio idealmente gli auguri recuperando un articolo che scrissi per il numero 0 di “Magic Fuzz”, fanzine alla cui breve avventura lietamente partecipai e di cui altre volte vi ho parlato su VMO. Colgo l’occasione anche per mandare un abbraccio a chi la ideò, che per quanto le nostre strade si siano separate (ma chissà che non tornino a incrociarsi, magari presto) resta una persona per la quale non ho che stima e affetto.

Ed Sanders & Tuli Kupferberg

La mattina che ho posto mano a questo articolo il cielo era terso, la temperatura gradevole e spirava una brezza gentile. Era insomma una di quelle giornate di inizio primavera che più che a sedersi dinnanzi alla tastiera di un computer invita a uscire, fosse anche solo sul balcone, con un libro sottobraccio, a sistemarsi il più comodamente possibile e a immergersi nella lettura. Più tardi, è probabile che una dolce sonnolenza si faccia strada. Già un po’ intorpidito, sfogliavo distrattamente un paio di recenti “New Musical Express” quando l’occhio mi è caduto su un coccodrillo. E la mattina non mi è più sembrata così bella. E mi è venuta voglia di scrivere finalmente quell’articolo che al Vignola avevo promesso da tempo. Un omaggio a chi ancora c’è (in ogni senso) anche per ricordare uno che aveva smesso di esserci troppo prima che la sua esistenza terrena giungesse materialmente alla fine.

È morto, all’età di cinquantatré anni, Vivian Stanshall. Male, come male aveva vissuto almeno per gli ultimi tre lustri: per le ustioni riportate in un incendio che ne ha distrutto la casa. Non si sa ancora, al momento, quali ne siano state le cause, ma non ci sarebbe da stupirsi se si scoprisse che alcolismo e tossicodipendenza, che avevano fatto dell’ex-leader della Bonzo Dog Doo-Dah Band una figura spiacevolmente patetica, hanno svolto un ruolo in questa tragedia. Per alcuni anni, fra la fine dei ’60 e la prima metà del decennio seguente, la Bonzo Band fu la cattiva coscienza in musica d’Albione: una masnada di mordaci cabarettisti hippie che fustigava con sapide canzonette il modo di vivere inglese. Come dall’altra parte dell’Atlantico – c’è del marcio ovunque: il mondo è un’unica, immensa Danimarca – i Fugs sparavano con testi ad alzo zero e musica ruspante sul Sogno Americano andato in malora.

Molte le similitudini fra i due gruppi, ma tante anche le differenze. Più surreali e disincantati i primi (che non a caso entreranno nel giro Monty Python), più didascalici e nel contempo sognatori i secondi; un po’ qualunquisti (a ben vedere) gli inglesi, tutti dediti all’impegno politico gli americani. Gli uni e gli altri furono fra i portabandiera, quasi loro malgrado, di quel Movimento che fu montagna che partorì un paio di topolini. Per salvarsi la vita, rispetto alla media dei loro lungocriniti compagni, avevano quantitativi industriali di ironia in più. A qualcuno non è bastata: al povero Stanshall; a Ken Weaver, terzo – ahem – polo nei Fugs di Ed Sanders e Tuli Kupferberg, fattosi cristiano a un certo punto negli anni ’70 e – pare – con le mani in pasta in organizzazioni di estrema destra.

Non a caso Weaver non parteciperà alla rimpatriata che, intorno alla metà del decennio ancora successivo, fruttò un album dal vivo e due, uno dei quali doppio, in studio. Se mai ce ne sarà un’altra, mancherà ancora all’appello naturalmente. Ma non è granché probabile che ci sia, anche se le parole con cui Sanders presentò il live “Refuse To Be Burnt-Out” paiono attuali come non mai.

Ci è sembrato giusto riformare i Fugs nel 1984 – l’anno di Orwell e di Reagan. Tuli e io ne discutevamo da tempo. Ora sembrava proprio il momento giusto, più che nel ’65, quando avevamo formato il gruppo. Negli USA in particolare, dove cominciavano a levarsi gli infausti rumori dei tamburi di guerra, dei tagli all’assistenza sociale, della corsa agli armamenti nucleari, degli ululati dei bigotti. Abbiamo così deciso di affrontare i problemi dei prossimi sedici anni, gli ultimi di questo secolo, con forti ‘canzoni/poemi’ in grado di combinare insieme idealismo, satira, poesia, commento e agitazione politica. E benché tutt’altro che maldisposti verso certi aspetti del passato, non abbiamo voluto dare alla reunion il tono di un viaggio sentimentale a bordo di una macchina del tempo, con tanto di adesivi di protesta bagnati dalle lacrime e di pantaloni hippie con le borchie dorate.

E nulla di nostalgico vi è difatti in “Refuse To Be Burnt-Out”, che affianca composizioni nuove a vecchi cavalli di battaglia e fu convincente introduzione a “No More Slavery” (1986, New Rose, come il predecessore e il seguente “Star Peace”), musicalmente il capitolo più vario e frizzante dell’intera discografia fugsiana. Il più… maturo.

Tuli Kupferberg ha settantadue anni. Cominciò nel 1965 a vantarsi bonariamente di essere il più vecchio cantante di rock’n’roll sulla scena e piacerebbe vedere tornare oggi i Fugs in sala di registrazione e sul palco (non li si può pensare gruppo di studio e basta) se non altro per osservarlo dimostrare, una volta di più, che essere giovani non è una questione anagrafica. Resterà un sogno?

Fugs

I Fugs si formarono appunto nel ’65, accozzaglia di poeti beat di una certa fama – Kupferberg e Ed Sanders, classe 1939, libraio ed editore underground oltre che scrittore e agitatore politico – e musicisti dilettanti – Ken Weaver, John Anderson, Vinny Leary, Steve Weber, Peter Stampfel (gli ultimi due daranno vita, da lì a poco, agli Holy Modal Rounders, gruppetto di folk eccentrico nel quale militerà per qualche tempo un certo Sam Shepard). Ma se tanti musicisti o presunti tali sono passati per le fila della band i suoi leader indiscussi e soli membri inamovibili, fino al primo scioglimento, furono Kupferberg, Sanders e Weaver.

Nacquero un po’ per caso, i Fugs, e un po’ perché l’epoca lo esigeva. Kupferberg e Sanders, che erano pressoché digiuni di musica, una sera si ritrovarono con l’amico di sempre Allen Ginsberg in un localino del Village ove suonava un complesso rock. Forse erano alterati chimicamente, forse erano semplicemente ben disposti al divertimento, forse il gruppo (del quale le cronache non tramandano il nome) quella notte era particolarmente in forma: fatto sta che se la spassarono un mondo e spuntò loro in testa l’idea meravigliosa di usare il rock’n’roll per propagandare (parole di Kupferberg) “l’anarchia, il pacifismo, il comunismo, una società senza classi”. Obiettivi confusi come solo in America può accadere e accadde soprattutto in quel decennio, marchiato a fuoco dalle lotte per i diritti civili, dalla guerra del Vietnam, dalla rivoluzione sessuale e dalla scoperta delle droghe. Nell’immaginario di una generazione di giovani americani i Fugs (provocatori fin dal nome cialtroncello) incisero profondamente con un dissacrante spettacolo – un’ora e mezzo di cabaret dell’assurdo, con testi al vetriolo e fondali musicali scarni ma efficaci – che fu replicato per qualcosa come novecento volte al Players Theatre di New York.

Iniziava con un occhio di bue che inquadrava una ragazza completamente nuda che ballava mentre Kupferberg intonava Supergirl (lontani i tempi della correttezza politica, che avrebbe fatto a pezzi – senza nulla capire, come sempre – questa canzone tanto sguaiata quanto profondamente poetica, vero inno alla liberazione sessuale) e da lì in avanti i Nostri picchiavano sempre più duro, prendendo di mira CIA e religioni organizzate, maggioranza silenziosa e mass media, la politica sociale del governo USA e i colossi industriali, la Bomba e i guerrafondai. Mentre i benpensanti, attirati dall’enorme risalto dato alle gesta della band dalla stampa (si ritrovarono a un certo punto, i nostri eroi, nientemeno che sulla copertina di “Life”), lasciavano scandalizzati la sala e il resto del pubblico se la rideva a crepapelle.

La colonna sonora degli happening fugsiani è reperibile praticamente nella sua intierezza nei primi tre LP del gruppo, “The Fugs First Album”, “The Fugs” e “Virgin Fugs”, dati alle stampe dalla ESP fra il ’65 e il ’66 e recentemente ristampati su CD, mi si dice, con ricca appendice di bonus tracks. Sono lavori, a base di blues, rock’n’roll e country con un po’ di “acidume” che si infila qui e là, musicalmente grezzi, modesti a dirla tutta, però sufficientemente godibili se uno riesce a seguire i testi, corrosivi in qualche momento ai limiti del nichilismo (da un mucchio di punti di vista furono più punk che hippie i Fugs, molto più Crass che non Grateful Dead, tanto per intenderci). Meglio sarebbe stato se il ricordo del teatrino contestatore di Kupferberg, Sanders e Weaver fosse stato affidato a della pellicola piuttosto che a del vinile ma tant’è, tocca accontentarsi.

Altra faccenda due dei quattro 33 giri su Reprise usciti fra il 1968 e il 1970. Se “It Crawled Into My Hand, Honest” è lavoro incredibilmente bislacco e stralunato e il live “Golden Filth” documenta l’act fugsiano meno bene di quanto riuscirà quasi tre lustri dopo a “Refuse To Be Burn-Out”, “Tenderness Junction” e “The Belle Of Avenue A” sono invece dischi solidi e apprezzabili sotto ogni punto di vista. Non soltanto per i testi, che si mantengono sugli standard usuali, ma finalmente pure per la musica, che senza perdere in freschezza ha acquistato in raffinatezza e flirta con la psichedelia. Almeno il lato A di “Tenderness Junction”, illuminato dal blues in punta di dita di Knock Knock e dalle fragranze d’Oriente di The Garden Is Open fa balenare nella mente di chi scrive una parolina da usare con parsimonia: capolavoro.

All’apice della fama (gli LP su ESP avevano venduto benino, quelli su Reprise decisamente bene) i Fugs, timorosi dei condizionamenti dell’industria discografica e decisi a non piegarsi a compromesso alcuno, si sciolsero. Un atto coraggioso e tutto sommato inevitabile. I tempi stavano cambiando (era entrato alla Casa Bianca un certo Richard Nixon) e l’utopia hippie andava mostrando i suoi limiti.

Degli anni trascorsi fra il primo scioglimento della band e la rimpatriata di cui si è detto non vi è da ricordare che un paio di album di Ed Sanders di più che discreta caratura, “Sanders’ Truckstop” del ’71 e “Beer Cans On The Moon”, di due anni successivo. Soprattutto il primo, selvaggia presa per i fondelli, a tempo di country, della cosiddetta “maggioranza silenziosa”, tenne vivo il ricordo dei Fugs.

Piacerebbe che le prossime notizie di loro le si abbia non dal solito coccodrillo ma dagli elenchi dei dischi nuovi in uscita. Ma sarebbe forse chiedere troppo a due anziani signori che già tanto ci hanno dato: la convinzione che fra le pieghe dell’America imperialista e capitalista ve ne fosse e ve ne sia un’altra, generosa e libertaria. E vi pare poco?

Pubblicato per la prima volta sul numero 0 di “Magic Fuzz”, primavera 1995.

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