Archivi del mese: settembre 2013

Songs The Stones Taught Us (4)

Buddy Holly & The Crickets – Not Fade Away (lato B di un singolo, Brunswick, 1957; poi inclusa in “The ‘Chirping’ Crickets” e ripresa in “The Rolling Stones”)

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Songs The Stones Taught Us (5)

Slim Harpo – Shake Your Hips (lato A di un singolo, Excello, 1966; poi inclusa in “Baby Scratch My Back” e ripresa in “Exile On Main St”)

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Black Joe Lewis – Electric Slave (Vagrant)

Black Joe Lewis - Electric Slave

Sul subito ho quasi dubitato fosse lui e certo non perché gli album precedenti di questo giovanotto texano difettassero in energia, in impatto. Meglio a mio avviso “Scandalous”, del 2011, diviso fra blues elettrici affilati e anfetaminici e funk bollenti, rispetto al predecessore del 2009 “Tell ’Em What Your Name Is!”, maggiormente modulato su schemi e stilemi di errebì classico alla Eddie Floyd, alla Wilson Pickett, per quanto con qualche ruvida stilettata di rustico blues alla Lightnin’ Hopkins. Roba tosta e che tuttavia non mi aveva preparato a un incipit della rovinosa forza di (raramente titolo fu tanto programmatico) Skulldiggin’: muraglia mobile di fragorose distorsioni in libertà che sbatterci contro e sorridere al ricordo di come definii al giro prima gli Honeybears (a proposito: non più co-accreditati da Lewis) è stato un tutt’uno. Li avevo chiamati “i Motörhead del soul” e, con il senno di poi, era prematuro. Adesso sì che a tratti lo sono, posto che amano comunque variare gli schemi e che il soul (su undici brani in programma, ancora una volta nemmeno una ballata) non è sicuramente il principale fra gli ingredienti di una o più ricette alle nitroglicerina. Sovente tocca anzi cercarlo con il proverbiale lanternino.

Solo nel suo esatto centro “Electric Slave” dà un minimo di requie e si fa per dire, trattandosi di una Come To My Party sulla quale di nuovo la dice lunga il titolo: funkissima, come dritta da un ideale “Best” di Sly & The Family Stone ma a un certo punto atmosferizzata da un insinuarsi di jazz in cinemascope (e qui chi sa di hip hop si troverà all’improvviso catapultato all’indietro nel tempo di vent’anni buoni). Prima di quella, lo sfrenato rock’n’roll di Young Girls, il ruggente rhythm’n’blues di Dar Es Salaam, gli Stooges con sezione fiati di My Blood Ain’t Runnin’ Right, i Contortions redivivi di Guilty. Dopo: una novella Fever adeguatamente orrorosa e crampsiana chiamata Vampire e, incastonato fra il funk avvolgente e strascicato di Make Dat Money e quello squassante di Golem, il tambureggiare schiettamente garagista di The Hipster. Suggella al galoppo Mammas Queen e infine ci si può abbandonare, stremati ma felici, ma stremati. Dicono che la banda di Black Joe dal vivo picchi anche più sodo, che quella dello studio di registrazione non sia una dimensione nella quale si trova a proprio agio e improvvisamente mi scopro a corto di immaginazione. Stento a figurarmelo e non so se fidarmi. Santommasianamente, vorrei verificare.

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Songs The Stones Taught Us (6)

Fred McDowell – You Got To Move (da “Vol. 2”, Arhoolie, 1966; ripresa in “Sticky Fingers”)

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Garland Jeffreys – Truth Serum (Luna Park)

Garland Jeffreys - Truth Serum

Quanto tempo, Garland. Da quando “Rolling Stone” – ed era il 1977, e voleva ancora dire qualcosa ricevere quel marchio di approvazione – ti proclamava “Best New Artist of the Year” e non è che tu fossi proprio nuovo, eh? Gli anni trentaquattro e “Ghost Writer” già il terzo album e però in effetti il primo (di quattro messi in fila uno via l’altro) a potersi dire un grande album, addirittura un classico, per quanto la canzone più classica in esso contenuta, Wild In The Streets, fosse un recupero datato ’73. Soprattutto, il primo nel quale sbocciava appieno una personalità per tanti versi unica. Quando tempo, Garland. Da quando quei quattro dischi li compravo in lieve differita e nell’arco di pochi mesi, pagandoli qualcuno poco e qualcuno quasi nulla, e con essi quel live favoloso che è “Rock & Roll Adult”, per poi entusiasta porre mano al portafoglio e acquistare a prezzo pieno l’appena uscito “Guts For Love”. Una delusione pazzesca. Quanto tempo, Garland. Perché gli innamorati sono esigenti e gli innamorati delusi sconti non ne fanno. Non che si ponesse il problema di continuare a seguire o meno un artista che altrove ebbi a definire un newyorkese purosangue perché di sangue più che misto. Impiegava nove anni a dare alle stampe un altro album e poi cinque ancora per un ulteriore seguito. Sono ragionevolmente sicuro di avere fatto fare un giro sia a “Don’t Call Me Buckwheat” che a “Wildlife Dictionary”, quando già da lungi erano andati fuori catalogo, e potrebbe essere che non ci abbia messo una sufficiente attenzione, perché oggi ne leggo bene e non li ricordo proprio, e in casa non li ho. Sono invece certo di non essermi minimamente filato “The King Of In Between”. Di soli due anni fa! Come dire che si è forse in presenza di un tentativo di dare consistenza e continuità a un ritorno alla ribalta a un’età in cui la gente normale va in pensione, se già non c’è. Non gli artisti, che gente normale costituzionalmente non lo sono.

Quanto tempo, Garland. E che bello ritrovarti così, quella tua faccia onesta così poco invecchiata e quel po’ di sovrappeso, via, te lo si può concedere (che ne sappiamo di come saremo noi a settant’anni?) quando è la scrittura a non mostrare una ruga, un chilo di troppo. Naturalmente non millanterò che “Truth Serum” sia un nuovo “Ghost Writer”, un altro “American Boy & Girl”, un “Escape Artist” per il XXI secolo, perché come ci insegnò l’Ecclesiaste (d’accordo: erano i Byrds) per ogni cosa c’è una sua stagione e c’è un tempo per ogni situazione sotto il cielo: i dischi che facevi a trent’anni, o a quaranta, a settanta non puoi più farli, ché poi anche qualora li facessi sarebbe il contesto nel quale vedono la luce a renderli diversi e inevitabilmente meno importanti. Però questo album nuovo mi è piaciuto proprio tanto e tutto, dalla traccia che lo intitola e lo inaugura trapestando blues al suggello in levare di Revolution Of The Mind, passando per la confessione a cuore aperto di It’s What I Am e per quell’altro irresistibile reggae Seventies style di Is This The Real World, per la ballata ricamata di fisarmonica Ship Of Fools e la tesa innodia di chitarre stridule e taglienti Collide The Generations. Sarà che si invecchia, Garland, e diventiamo più fragili, e ci commuoviamo più spesso di quanto non dovrebbe essere lecito per un uomo, ma a un certo punto mi sono sentito il cuore pesante e poi basta, come un frullo d’ali e per un attimo ho ritrovato la felicità assurda del giorno in cui ci incontrammo. Ti abbraccio.

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Songs The Stones Taught Us (7)

Chuck Berry – Carol (lato A di un singolo, Chess, 1958; ripresa in “The Rolling Stones”)

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Velvet Gallery (42)

Ieri, ora e sempre.

Essediemme Srl

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Songs The Stones Taught Us (8)

Muddy Waters – I Can’t Be Satisfied (lato A di un 78 giri, Aristocrat, 1948; ripresa in “The Rolling Stones No. 2”)

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North Mississippi Allstars – World Boogie Is Coming (Songs Of The South)

North Mississippi All Stars - World Boogie Is Coming

Buon sangue non mente e difficilmente verrai su male se tuo padre è uno che (tanto per non fare nomi) ha suonato con gli Stones e Ry Cooder, Bob Dylan e i Flamin’ Groovies, ha prodotto i Big Star come i Replacements, Tav Falco, i Green On Red, Willy De Ville. Leggenda dal 2009 sfortunatamente non più vivente del suono di Memphis, Jim Dickinson al mondo ha lasciato non solo fior di dischi ma anche due rampolli, Luther e Cody, cresciuti a blues e rock’n’roll e che hanno fatto in tempo a dargli un sacco di soddisfazioni. Le Allstars del Nord Mississippi sono in giro dal 2000 – formidabile l’esordio adulto di quell’anno, “Shake Hands With Shorty”, cui è andata dietro da allora un’abbondante dozzina di uscite maggiori, fra EP, album in studio e live – e da subito hanno cominciato a ramazzare premi. Soprattutto, da subito hanno smosso culi, scoperchiato crani e fatto cascare mascelle con la forza d’urto di un sound esplosivo. Eppure a suo modo anche raffinatissimo, perché questa è gente che maneggia gli strumenti come solo chi  ha preso lezioni down south, at the crossroads, può. Turn Up Satan, invoca la nona di diciassette tracce. Ché adesso due o tre cose da insegnarti ce le abbiamo noi.

Come un Jon Spencer ripulito da ogni traccia di avant rock, come dei Panther Burns infinitamente più educati e nondimeno rimasti selvaggi, come degli White Stripes o dei Black Keys in formazione espansa e pronti a jammare manco fossero i Phish: i Dickinson Brothers suonano così e con l’intensità e l’ispirazione di “World Boogie Is Coming” probabilmente non avevano suonato mai. Titolo preso in prestito da papà (era una frase che a quanto sembra ripeteva spesso) ed è forse un definitivo, affettuosissimo saldare ogni debito, dopo che nel 2011 “Keys To The Kingdom” aveva orgogliosamente esibito sul retro non più la scritta che ha griffato diversi classici del rock “produced by Jim Dickinson” bensì “produced for Jim Dickinson” e nel 2012 “I’m Just Dead I’m Not Gone” aveva recuperato strepitose e inedite registrazioni famigliari – tutti insieme appassionatamente – del 2006. Titolo che registra il Secondo Avvento che più attendiamo, perché se questa è la musica del Diavolo prenotatemi un posto all’inferno e se no solo in paradiso si può stare così bene. Non resisterete cinque secondi allo sfrigolare d’armonica (toh! un certo Robert Plant), all’incisività melodica del basso, alla possenza della batteria di JR, due minuti e quaranta di carnale estasi a introdurne cinquantasei a tratti persino più fenomenali. Apici assoluti: una Rollin ’n Tumblin’ soprattutto tumblin’; una Boogie che dice tutto il titolo; lo sferragliante funk Snake Drive; una Meet Me In The City impossibilmente sexy; una Shimmy che spagnoleggia acida; una I’m Leaving che con Junior Kimbrough (che la scrisse) resuscita pure Howlin’ Wolf. E, naturalmente, una quasi traccia omonima, World Boogie, che congiunge l’autore Bukka White agli Yardbirds. Quasi dimenticavo: danno man forte fra gli altri anche Duwayne e Garry Burnside, figli dell’indimenticabile R.L. Buon sangue non mente.

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Songs The Stones Taught Us (9)

The Valentinos – It’s All Over Now (lato A di un singolo, SAR, 1964; ripresa in “12 X 5”)

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