Archivi del mese: ottobre 2013

Blow Up n.186

Blow Up 186

È in edicola il numero 186 di “Blow Up”.  Ho contribuito principalmente con un lungo articolo (otto pagine,  incluso un ricordo personale di Mick Farren di Riccardo Bertoncelli) dedicato alla saga Deviants/Pink Fairies.  Ho inoltre firmato recensioni e/o segnalazioni degli ultimi album di Matt Elliott, Galapaghost e Barrence Whitfield & The Savages e di recenti ristampe di Hank Ballard, Bo Diddley, Elvis Presley, Wanda Jackson, Jeannie C. Riley, Gary Moore e Thin Lizzy.

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Lou Reed (1942-2013)

Lou Reed

“Mi sembrava un buon inizio. Cominciare da come l’ho incontrata io per la prima volta, Lady Day, in un indimenticabile giorno dei miei quindici anni, fra i solchi di un disco dal vivo in cui Lou Reed si proclamava un “rock’n’roll animal”. Me l’avevano prestato, solo qualche giorno prima mi ero imbattuto nei Clash e avrebbe mai potuto essere la mia vita la stessa da lì in poi? Naturalmente, non avevo la minima idea di chi fosse quella tizia di cui cantava uno di cui conoscevo all’incirca lo stesso, cioè niente. A parte che il cambio d’accordo che introduce Sweet Jane, dopo la pompa magna di una Intro che c’entra deliziosamente poco con qualunque altra cosa abbia registrato costui, prima e dopo, aveva su di me l’effetto di un orgasmo. Era meglio di un orgasmo. Mi ci sarebbe voluto un po’ per scoprire che Lou Reed era uno importante (per me era in ogni caso già Dio); che era stato il leader di tali Velvet Underground; che la scaletta di “Rock’n’Roll Animal” era fatta quasi per intero di brani dei Velvet e quel quasi era Lady Day. E ancora un altro po’ per scoprire chi diavolo fosse la suddetta Signora: non un personaggio della ristretta e dolente corte dei miracoli di “Berlin” come per qualche tempo credetti.”

Da un articolo su Billie Holiday pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.91, dicembre 2005,  e ripreso nel 2007 nella raccolta Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni.

“Mi sono accostato ai Velvet Underground, durante un’adolescenza sciatta parzialmente redenta dalla scoperta della musica e da poco altro, grazie a un album non loro e a una fotografia. L’album è “Rock’n’Roll Animal”, fumigante live in cui Lou Reed rileggeva hard quattro classici della sua vellutata gioventù. Ventiquattro anni dopo rammento ancora il momento in cui la Intro è trafitta dal riff di Sweet Jane come un’epocale epifania. ”

Da “Una minacciosa innocenza”. Pubblicato su “Extra”, n.4, inverno 2002.

Ecco, volevo solo dirvi che la mia vita cambiò per sempre la prima volta che ascoltai questa cosa qui e c’è un istante preciso, a 3:19, nel quale cambiò.  Volevo solo dirvi che nulla sarebbe stato lo stesso, senza,  e che, naturalmente, non ci sarebbe mai stato un Venerato Maestro Oppure.

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Yoko Ono & Plastic Ono Band – Take Me To The Land Of Hell (Chimera)

Yoko Ono & Plastic Ono Band - Take Me To The Land Of Hell

Dio, la stupidità dei pregiudizi su Yoko Ono che da oltre quarant’anni sopravvivono a una fine dei Beatles che ancora incredibilmente le viene addebitata, quando solo una crassa ignoranza o una malafede assoluta possono indurre a negare l’evidenza: ossia che quell’epilogo fu l’approdo naturale di una vicenda artistica sviluppatasi a ritmi folli, impossibili a portarsi al traguardo del decennio e figurarsi oltre. Yoko la sfascia-gruppi e la rovina-famiglie (in un’epoca di libero amore: tant’è), Yoko la puttana, Yoko la burattinaia, Yoko la strega, Yoko la dilettante dell’avanguarda per troppi di quei pochi che ai suoi tanti dischi si sono degnati di concedere quantomeno un ascolto superficiale. Naturalmente non avrà contato nulla che non fosse bianca, magari bionda, naturalmente strafiga e – va da sé – più giovane di John, quando invece aveva sette anni in più e già trentasette nel fatal 1970. Sciocco io a pensare anche che abbia contribuito a crearle una pessima reputazione un provenire da una famiglia a dir poco benestante e dunque un non dovere dipendere per nulla, economicamente, dal ricchissimo consorte. E se qualcuno ha appena sussurrato (sia chiaro: spero con il dovuto rispetto) “Linda Eastman”… ecco, ci siamo capiti. Se Yoko fosse stata come Linda nessuno avrebbe mai parlato di lei con lingua di fiele, probabilmente, nessuno ne avrebbe scritto con un pennino intinto nel curaro. Al peggio le avrebbero dato lo stesso della dilettante. Sbagliando, sia chiaro.

Si sarà inteso: con Yoko Ono sono di parte, come del resto lo è tout le monde. Solo che io sono da quell’altra parte, quella largamente minoritaria, quella che pensa che a Lennon abbia dato almeno quanto da Lennon prese e probabilmente di più, quella che i suoi album se li è ascoltati e riascoltati (li passo in rassegna e scopro con orrore che me ne mancano ben due; mi prendo l’appunto di rimediare al più presto) e dentro ci ha scoperto mondi. Non esagererò, non mentirò asserendo che si tratti di una sfilata di capolavori quando forse solamente uno (il doppio del ’72 “Approximately Infinite Universe”) può essere ragionevolmente sistemato in tale casella, più di qualcuno vale più come gesto che per gli spartiti e molti degli altri vivono di saliscendi vertiginosi. Lo scivolone subito dopo il colpo di genio, banalità spicciole cancellate dallo splendore abbacinante di un’intuizione. Se qualcuno all’altezza avesse provveduto a un adeguato editing ci sarebbe stata qualche uscita in meno (non che siano poi state così tante) e qualche autentica pietra miliare in più sulla strada di un art rock di rare peculiarità e arditezza. O piuttosto, e sempre più nella vera e propria Second Life inevitabilmente seguita a quel luttuoso giorno del dicembre ’80, di un avant pop squisitamente imprendibile. A proposito: di rado finora, e per non dire mai, pop e stop come in questo lavoro che – tocca ripeterselo un po’ di volte per crederci; poi rimetti su il disco e di nuovo non ci credi – l’artista giapponese pubblica a ottant’anni compiuti (lo scorso 18 febbraio). Il più godibile della sua carriera, fatto salvo che l’urlo atonale, il vocalizzo belluino fanno comunque costantemente parte dell’assieme. E che disco di Yoko Ono sarebbe, se no? Ma in un qualche universo parallelo Bad Dancer – come una versione lievemente schizoide di Kid Creole & The Coconuts – la ballano in qualunque discoteca e lo stesso – immaginate i Tom Tom Club prodotti da Frank Zappa – 7th Floor. Le college radio suonano a manetta due funk-wave da urlo come Cheshire Cat Cry e Shine, Shine, quelle di rock classico There’s No Goodbye Between Us e N.Y. Noodle Town e i dj lounge fanno girare spesso Leaving Tim. Ah, magari potrebbe interessarvi sapere che in quest’album, tramato in stretta collaborazione con il figlio Sean, suonano i due Beastie Boys superstiti, Cornelius, Nels Cline degli Wilco, Lenny Kravitz, l’ex-Cibo Matto Yuka Honda, Questlove dei Roots e un sacco di altra gente cool. Ma nessuno, naturalmente, che lo sia quanto la padrona di casa. Yoko Ono rules e se non lo avete ancora capito mi dispiace per voi.

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Mark Lanegan – Imitations (Vagrant)

Mark Lanegan - Imitations

Come se un cerchio si chiudesse… Non poteva certo immaginarselo Nick Cave quando nel 1986, stupendo tutti, dava alle stampe una collezione interamente di materiali altrui che stava inaugurando un canone. Da “Kicking Against The Pricks” in avanti di album di cover che, programmaticamente o meno, provano a svelare dell’interprete più di quanto non abbiano mai raccontato le sue opere autografe ne abbiamo ascoltati molti, forse anche troppi e forse giusto un paio parimenti ascrivibili alla categoria dei capolavori: nel ’93 “Satisfied Mind” dei Walkabouts, sei anni dopo “I’ll Take Care Of You” di Mark Lanegan. Passati quattordici ulteriori anni l’ex-voce degli Screaming Trees ci riprova e fra i dodici brani con cui si misura ce n’è uno – guarda un po’ – proprio di Nick Cave. Ammetterò che sul subito non l’ho riconosciuto e, trovandosi l’originale in “The Boatman’s Call”, che considero la cosa migliore prodotta dall’artista australiano nei ’90, scorrendo i crediti mi ha fatto strano. Poi ho riascoltato e ho capito. La Brompton Oratory di Cave è gotica e liturgica, di un’intensità quietamente bruciante. Quella di Lanegan, che pure non è che l’abbia stravolta, è crepuscolare e melò. Quasi non sembra la medesima canzone e dovrebbe essere un bene e invece no, giacché laddove una versione rivela tanto dell’autore l’altra dell’anima dell’interprete nulla fa trapelare. Ce lo certifica capace di arrangiamenti raffinati, ma non è che già non lo sapessimo. Nella distanza fra due messinscene nella prima delle quali ci si gioca la vita mentre nella seconda si gioca e basta si può cominciare a misurare il complessivo fallimento di “Imitations”. Titolo rivelatore e perciò infelice.

Più che a “Kicking Against The Pricks” in un paio di frangenti verso fondo corsa viene da pensare allo sciagurato “Après” di Iggy Pop: superkitsch il recitativo di Élégie funèbre, superorchestrata la superusurata Autumn Leaves. Ma non è che prima siano rose spinose e fiori del male, da sempre quelli che più ci interessano dovendoci fare un mazzo tanto. Se una tintinnante Mack The Knife si guadagna una stentata promozione in forza di una resa che si sgrana rugosa alla Johnny Cash, a una scarnificata You Only Live Twice lo stesso identico trucco non riesce. Se Deepest Shade evidenzia come nei Twilight Singers si possa rinvenire più degli American Music Club che non degli Afghan Whigs, Pretty Colors perde impietosamente il confronto con The Voice. Che ci può stare, laddove non si fa proprio una bella figura a farsi sotterrare – Solitaire, Lonely Street – da un Andy Williams qualunque. E allora? Nulla da salvare o possibilmente da applaudire? Tre-pezzi-tre, che fa un quarto appena del programma: giusto all’inizio, una Flatlands felpata e ipnotica che mi ha fatto ripromettere di riascoltarla Chelsea Wolfe e il delizioso valzer country (da Vern Gosdin) She’s Gone. Più avanti, una dolcissima I’m Not The Loving Kind che a chi la scrisse – John Cale – dovrebbe piacere. È qualcosa, non abbastanza. Lanegan ultimamente si è sovraesposto. Si può comprendere, sono i tempi a richiederlo, ma continuando a produrre a getto continuo materiali non all’altezza delle vertiginose medie d’antan andrà a finire che i suoi dischi cesseranno di essere un ascolto obbligato. Esito opposto rispetto a quello che si vorrebbe ottenere.

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Elvis Costello & The Roots – Wise Up Ghost And Other Songs (Blue Note)

Elvis Costello & The Roots - Wise Up Ghost And Other Songs

Detto da uno che del MacManus possiede non l’opera omnia ma comunque un buon numero di dischi e in mezzo anche qualcuno non precisamente imprescindibile: troppi anni che non ne fa uno memorabile sul serio o appena un po’; troppi anni che il suo sempiterno svariare fra generi – misurandosi con il soul come con il country, il jazz o il pop, confezionando cose da crooner oppure musiche per balletti e giusto ogni tanto concedendosi al rock, a memento che in gioventù ci fu  addirittura chi lo scambiò per un punk – sa di sterile calligrafismo. Siccome sono uno che sa scrivere canzoni, adesso ve lo dimostro mettendone in fila dodici “nello stile di”. Però proprio una collaborazione, quella con Burt Bacharach di “Painted From Memory”, AD 1998, resta l’ultimo classico assoluto licenziato dal Nostro (a suo tempo apprezzai molto anche il sodalizio con il Brodsky Quartet, ma l’ho sempre visto come un unicum nel catalogo costelliano, esperimento tanto felice quanto da non ripetere). Però i Roots sono gente che quasi mai ha deluso nei tondi vent’anni trascorsi dacché “Organix” cominciò a svelare al mondo il talento della prima hip hop band: la posse che come nessuna ha chiarito logica e linearità di una certa evoluzione della black music. Tutt’altro che nuovi a collaborazioni pure costoro, che nel 2010 riportavano in quota John Legend dopo l’imperdonabile rovescio di “Evolver”, con “Wake Up!”, e a fine 2011 rivitalizzavano la carriera di Betty Wright con l’ineguale ma a tratti davvero eccitante “The Movie”.  E poi volete mettere la garanzia rappresentata dal marchio Blue Note? Per il quale parla la Storia e pazienza (peccato però) se ultimamente al reparto grafica accusano battute a vuoto. Tutto sommato c’era da accostarsi a “Wise Up Ghost” con un pregiudizio positivo. L’unica incognita, tirando le somme delle premesse, Costello stesso.

Naturalmente non è il suo album “hip hop”, ché d’accordo l’eclettismo ma la sola idea del nostro uomo che rappa fa ridere. Nondimeno l’incontro con il gruppo di Philadelphia avviene in un esatto giusto mezzo, com’era logico che fosse riflettendo sul fatto che in fondo Costello divide con i Roots tanto di più di quanto non abbia mai diviso con un Bacharach. A partire dall’amore per la Stax e per quel jazz dal groove particolarmente pronunciato di cui, a un dato punto del suo leggendario romanzo, proprio la Blue Note divenne uno dei domicili privilegiati e che qui rivive come aveva rivissuto nel ’93 nei solchi dell’epocale “Jazzmatazz”, capolavoro con il quale il compianto Guru celebrava il matrimonio definitivo e insuperabile fra quella tradizione e la generazione cresciuta con nelle orecchie The Message. A parte che qui si canta, a parte che rimanda pure all’epopea della blaxploitation per quel suo permettersi arrangiamenti sofisticati senza che mai venga meno il funk, “Wise Up Ghost And Other Songs” pare tagliato se non dalla medesima stoffa da una parecchio simile. Lavoro di impatto subitaneo e riuscito come solo i più ottimisti avrebbero potuto fantasticare, convincente come assieme più che come somma  di singoli episodi in ogni caso tutti piuttosto brillanti se presi a sé ma che, affastellandosi, producono un risultato più grande del singolo brano più il singolo brano, più il singolo brano. Di nuovo Re quantomeno per una notte, Elvis, quando si disperava che potesse mai più accadere.

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Da “All Tomorrow’s Parties” al Tea Party: la bizzarra parabola di Maureen Tucker

Velvet Underground

Che bella cosa che da qualche settimana ci sia un’eccellente ragione per tornare a celebrare colei che fu il motore ritmico dei Velvet Underground. È stata una scusa per riprendere in mano una quaterna di ottimi quanto negletti album e una biografia che può fare almeno comprendere, se non giustificare, come abbia fatto costei a divenire – sebbene in maniera casuale – una delle propagandiste più celebri di quel coagulo di populismo a stelle e strisce del più gretto e irragionevole che va sotto il nome di Tea Party. La storia è nota e la faccio breve. Nell’aprile 2009, a una manifestazione di un movimento al cui confronto certo leghismo pare quasi progressista, una TV della Georgia intervista alcuni  partecipanti e fra gli interventi spicca per foga quello di tal – recita la sovraimpressione – “Maureen Tucker, Tea Party supporter”. Non fossimo nell’era di YouTube nessuno ci farebbe caso, non succederebbe nulla e comunque nulla succede per un anno e mezzo. Tanto passa prima che qualcuno posti il video e la blogosfera entri in subbuglio. Possibile che sia… lei? Non lo fosse, è una che le somiglia parecchio e, non bastasse, vive dove si sa che la Tucker – appesi definitivamente al chiodo i mazzuoli piuttosto che quelle bacchette che raramente ha usato – si è trasferita ad allevare nipoti, dopo avere sacrificato una vita ad allevare figli. Provvede l’“Huffington Post” a rintracciarla. Non riesce a strapparle un’intervista ma, poco dopo, la Tucker si concede al “Riverfront Times” ed è allora che scoppia il putiferio. Ho letto cose che voi umani… E mi sono infuriato. Poi però ci ho ragionato su (che in sottofondo andassero dischi che non ascoltavo dal secolo scorso ma che avevo evidentemente ascoltato tanto, per quanto mi sono risultati familiari, ha aiutato) e ho inteso come possa una simile icona di coolness – un nucleo di innocenza al centro dell’epopea di decadenza velvettiana; un modello per tutte le ragazze che dopo di lei hanno suonato il rock; uno stile strumentale tanto splendidamente ineducato quanto straordinariamente influente – scambiare Obama per il Male Assoluto. Una moderatissima riforma della sanità per l’avvento del Comunismo. È che a Moe Tucker la vita non ha regalato nulla, se l’è guadagnata con il sudore della fronte e questo prima, dopo e in mezzo avere partorito con dolore. Non suonava nell’ultimo LP dei Velvet, “Loaded”, perché debilitata dalla prima gravidanza, lasciava il rock per un’esistenza da casalinga e i sacrifici autentici non erano ancora cominciati. Avendo divorziato, dovrà per mantenere se stessa e la numerosa prole impiegarsi a lungo da commessa di supermercato, sottopagata e senza tutele. Sua versione dell’American Dream sarà tornare a calcare i palcoscenici una volta cresciutili quei figli, salvo riabbandonarli per occuparsi di una nuova generazione di Tucker. Moe: vecchia prima del tempo ma a suo modo ragazzina, per sempre.

Due delle chicche discografiche che conservo più gelosamente sono i suoi esordi da solista a 45 e  33 giri, ’80 e ’81 ed entrambi per una fantomatica Trash Records, acquistati (a buon prezzo e quando ancora non si erano materializzati dei successori) da un mitico personaggio del sottobosco dei collezionisti torinesi (impresario di pompe funebri, a pianterreno teneva le bare, al primo piano i vinili; a casa sua entravi mani in tasca). Il singolo è imperdibile per una Will You Love Me Tomorrow? (dalle Shirelles) ai limiti dell’angelico. “Playin’ Possum” per tutta una serie di altre cover, scelta invero curiosa visto che a una Bo Diddley e a una Louie Louie fra le più grezze di sempre, a un omaggio a Chuck Berry e a uno duplice a Little Richard si affiancano una Heroin più disturbante dell’originale (ascoltare per credere), una I’ll Be Your Baby Tonight (Dylan) trafigurata in vaudeville  e nientemeno che il Concerto in re maggiore di Vivaldi. Fa tutto la titolare: produce, canta e suona chitarre, basso, batteria, percussioni, sax, sintetizzatore, armonica.

È una bella ma falsa ripartenza, siccome non sarà che dall’89 – e solo fino al ’94: quinquennio in compenso fittissimo di eventi, improvvida reunion dei Velvet inclusa – che Maureen potrà coltivare una carriera artistica sua. La propiziano l’amicizia con Jad Fair degli Half Japanese (stuzzicante secondo prologo è nell’87 un mini che i due congiurano assieme con dentro riletture di Velvet Underground e Jimmy Reed) e la devozione totale che nutrono per lei nuovi eroi dell’underground USA quali Violent Femmes e Sonic Youth. I secondi sono ospiti al completo (presenza al pari vistosa e ispirata di quella di un benedicente Lou Reed) nel fantastico “Life In Exile After Abdication” (50 Skidillion Watts, 1989), lavoro che adoro dall’incipit apoteosi di rock’n’roll tagliente, incalzante, gioiosamente cattivo di Hey Mersh! al melodicissimo suggello di Do It Right. Altri e antipodici apici una Spam Again deliziosamente fra Modern Lovers e Tom Tom Club e una Chase stridente, minacciosa, guerriera (ma come ha imparato a scrivere, Moe!); una sibilante ma sempre dolcissima e per niente pletorica Pale Blue Eyes e la petulante cantilena Talk So Mean. Esalta appena appena di meno nel ’91 “I Spent A Week There The Other Night” (New Rose), in cui la sezione ritmica è spesso quella dei Violent Femmes e che all’epoca faceva rumore soprattutto perché vedeva riuniti per la prima volta in uno stesso pezzo, il lugubremente acido I’m Not tutti e quattro i Velvet. Sarà allora solo suggestione se Blue, All The Way To Canada pare rimandare a Beginning To See The Light? Se Stayin’ Put sembra una outtake di “Halloweed Ground”? Laddove Fired Up è distillato di ferocia punk e Baby, Honey, Sweetie una scheggia di Grease, That’s Bad sono i Feelies al rallentatore e Then He Kissed Me di nuovo i Velvet ma dei Velvet che non ci furono mai, quelli del terzo LP e però con Cale.

Nel ’94, senza che nessuno lo immagini e probabilmente manco l’artefice, “Dogs Under Stress” (ancora New Rose) è congedo viceversa un po’ dimesso. Ma per amarlo e giustificarlo basterebbe una struggentissima Danny Boy che miracolosamente l’interprete sottrae al cliché. Favolosa (una volta di più) Maureen.

Moe Tucker - I Feel So Far Away

I Feel So Far Away

Con una larga maggioranza di un catalogo che conta più articoli di quello originale dei Velvet Underground (senza che in molti se ne siano accorti) irreperibile non da lungi ma addirittura dall’uscita, per chi deve mettersi in pari la pubblicazione da parte della sempre ganzissima Sundazed di “I Feel So Far Away”, antologia “alla carriera” di Maureen Tucker con registrazioni che vanno dal ’74 al ’98, giunge quantomai propizia. Quantitativamente generosa (CD doppio con trentadue brani in scaletta, o se no triplo vinile sfortunatamente con soli ventotto), la raccolta segue un ordine all’incirca cronologico e, a una ben ponderata scelta di titoli tratti dai quattro album in studio, affianca un bel gruzzoletto di rarità non per modo di dire. Per quanti non hanno intenzione di uscir matti, né di spendere una cifra complessivamente importante, per recuperare chicche come il primo singolo autoprodotto (copertina che ha tutta l’aria di essere stata incollata a mano e sul retro una tenerissima foto della piccola Kate dietro la batteria di mammà) o l’EP “MoeJadKateBarry” (con inserto, mi raccomando! e possibilmente in vinile verde), l’antologia è imperdibile. Ai limiti della perfezione nel ritratto che offre di una grande, grandissima esiliata del rock’n’roll.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

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Audio Review n.347

Audio Review 347

È in edicola il numero 347 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album  di Neko Case, Sheryl Crow, Everlast, Golden Kanine, Gov’t Mule, Terry Lee Hale, Garland Jeffreys, Black Joe Lewis, Mandolin Orange, MGMT, North Mississippi Allstars, Strypes, Tired Pony e Weeknd, del classico di J.J. Cale “Really” e di una recente ristampa di Lenny Kravitz. Nella rubrica del vinile ho scritto di Earth, Wind & Fire, Hot Tuna e Duke Ellington.

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Uno degli scrittori della mia vita: Manuel Vázquez Montalbán

Dieci anni fa a oggi ci lasciava all’improvviso (oppure no) uno degli scrittori da me più amati. Rileggendo questa recensione di quello che resterà l’ultimo romanzo dell’autore catalano con Pepe Carvalho protagonista mi vien da pensare che, per una volta, avessi capito tutto in anticipo. Non che fosse difficile.

Manuel Vázquez Montalbán

È una sensazione forte, per certi versi disturbante ma che per altri contribuisce alla riuscita e al fascino del libro. La medesima che, anche senza conoscere la vicenda umana dell’autore, si poteva provare leggendo Solea di Jean-Claude Izzo: che tale volume fosse un congedo. Doppio in quel caso, dello scrittore dal mondo e della sua creazione più memorabile, l’ex-poliziotto Montale, dalla pagina. Avendo Montalbán sessantun’anni, l’augurio è che ancora a lungo produca o quanto meno campi. Nondimeno L’uomo della mia vita ha tutta l’aria di essere l’addio di Pepe Carvalho, investigatore privato ex-comunista ed ex-agente CIA, gastronomo sommo e proprietario di una libreria da cui preleva il materiale necessario ad accendere il caminetto nella casa da cui spia dall’alto l’amata e ormai irriconoscibile Barcellona. Lo abbiamo seguito in una dozzina di romanzi di altalenante qualità (con qualche caduta – sciocco negarlo – ultimamente) e in un tot di racconti che ne hanno fatto uno che – come tutti i migliori personaggi letterari – ha più sostanza di tanti umani che vivono senza accorgersene e senza che se ne accorga nessuno. Carvalho no: lui è carne (ben nutrita), ossa, istrionismo e amarezza. Umanità sconvolgente sotto la patina di cinismo.

È un Carvalho alle soglie e oltre della vecchiaia quello che si aggira in queste pagine, preoccupato da una vita che si annuncia sempre più grama (non avendogli dato la sua precaria esistenza fonti di sostentamento in grado di garantire oltre l’oggi), e da un ritorno, quello dell’amante di sempre, Charo, del quale non sa bene che fare. Tanto più che un altro amore si intromette, quello che gli giura un altro fantasma del passato, la volitiva e dolcissima Yes, tornato all’improvviso senza chiedere  permesso. Ecco: L’uomo della mia vita è innanzitutto una bellissima storia di sentimenti cui il travaglio quotidiano non sa dare adeguate risposte. C’è naturalmente un giallo da risolvere – e la soluzione, puntuale, arriverà – ma conta poco, pochissimo. Restano nella memoria piuttosto le lettere d’amore di Yes cui il detective non risponde mai. Straordinarie. Che poi non sono lettere ma fax, siccome Carvalho un po’ alla modernità deve piegarsi anche lui. Segno sicuro, dacché non si riesce proprio a immaginarselo che spedisce o riceve e-mail, che l’abbiamo perso. Migliore uscita di scena, tuttavia, non si poteva desiderare.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.423, 19 dicembre 2000.

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Femme Fatale (per Nico, che oggi avrebbe settantacinque anni)

Andy Warhol Presents Nico

…oh come posso spiegare/è così difficile continuare/e queste visioni di Johanna/mi hanno tenuto sveglio fin dopo l’alba/(…) mentre la mia coscienza esplode/le armoniche suonano chiavi per tutte le porte/e la pioggia e queste visioni di Johanna sono ora tutto/quel che rimane

Nella foto sul retro di copertina di “Chelsea Girl” Nico è bellissima. I capelli biondi le spiovono sulle spalle, la frangetta sugli occhi, tracimando le dighe di sopracciglia sfumate che contrastano singolarmente con lineamenti netti, angolosi. Le labbra sono grandi e volitive, gli zigomi alti, gli occhi che puntano fisso l’obiettivo mari in cui sarebbe dolce naufragare. L’espressione è nel contempo decisa, quasi imperiosa, e interrogativa. Nei due scatti che sfumano uno nell’altro sul davanti lo sguardo punta invece il vuoto, assorto. Un broncio amabile inturgidisce le labbra. Dal maglione blu notte emergono mani forti che tradiscono un’età più avanzata dei venticinque anni dichiarati al tempo.

Alle dee non si chiede la carta d’identità. Victor Bockris e Gerard Malanga, che dei Velvet Underground dovrebbero essere le persone che più si intendono, in Uptight fanno nascere Nico a Budapest nel marzo 1943, facendosi complici forse involontari di una probabilissima, pressoché certa bugia. Altri biografi situano l’evento in Germania, a Colonia, anticipandolo di quattro anni e mezzo, al 16 ottobre 1938. Una data più plausibile, dacché se no bisognerebbe accettare l’idea che avesse undici anni quando volò a Ibiza per diventare una modella e sedici quando a Roma Fellini le offrì a prima vista una particina ne La dolce vita. Diciassette quando si recò a New York per studiare recitazione, nella stessa classe di Marilyn Monroe, con Lee Strassberg. Nel 1962 fu suo uno dei ruoli principali nel francese Strip-tease. A quel periodo dovrebbe risalire l’inizio di una relazione con Alain Delon, sex symbol maschile per eccellenza del tempo, il solo uomo a sedurla e abbandonarla piuttosto che il contrario. Nacque un bambino, Ari, la cui voce si può ascoltare in “Desertshore”.

Non sappiamo allora con certezza quanti anni avesse Nico quando Andy Warhol la elesse a sua musa e anche le origini del nome d’arte sono incerte. Due le scuole di pensiero al riguardo: la prima sostiene che si trattasse di un’anagramma di “icon”, icona; la seconda che a ribattezzare così la comunque giovanissima Christa Paffgen fu il primo fotografo per cui posò a Ibiza, in onore di un suo amante morto. Una donna misteriosa, insomma, e cosmopolita. Parlava sette lingue e fra il 1960 e il 1964 si divise fra Londra, Parigi e New York facendo ovunque strage di cuori. Fu nella capitale britannica che ebbe il suo primo contatto con il mondo del pop. Conobbe il chitarrista dei Rolling Stones Brian Jones. Jones la presentò al manager Andrew Loog Oldham, per cui tramite arrivò a pubblicare, l’anno dopo, un 45 giri per la Immediate, I’m Not Sayin’/The Last Mile. Lato A di Gordon Lightfoot, retro di Jimmy Page, che vi suona pure. Sempre nel 1964 ma a Parigi, Bob Dylan compose per lei I’ll Keep It With Mine, una gemma folk-rock di abbacinante splendore, e gliene fece dono. Due anni dopo sarà con Nico in testa che Dylan scriverà Visions Of Johanna, uno dei vertici del capolavoro “Blonde On Blonde”. Fu proprio il vate di Duluth (la data è incerta) a introdurla nel giro di Warhol.

Erano fatti l’uno per l’altra – lui geniale e vanitoso, sempre bramoso della luce dei riflettori; lei evidentemente nata per vivere sotto quei fari, senza però nulla concedere alla curiosità della platea e degli altri teatranti – e si piacquero. Lei gli disse: “Voglio cantare”. Lui d’imperio la fece diventare il quinto Velvet Underground.

Non voglio offendere e annoiare il lettore riproponendogli per l’ennesima volta la storia di tale gruppo. Chi non la conosce? Possiamo allora saltare a pie’ pari le tre immortali canzoni, Femme Fatale, All Tomorrow’s Parties e I’ll Be Your Mirror, che uniche testimoniano la breve permanenza della vamp nella compagine di Lou Reed e John Cale. Nico non fu mai organica ai Velvet: Lou Reed, per quanto ne fosse anch’egli affascinato, sapeva che una presenza tanto carismatica avrebbe finito per metterlo in secondo piano e ne era geloso; Cale aveva subito trovato un’ottima intesa, umana e artistica, con l’intrusa ma non se la sentì di opporsi alla sua esclusione dal gruppo. Non sono tuttavia d’accordo con quanti negli anni hanno scritto che la cantante tedesca era estranea al mood velvetiano, parendomi invece straordinariamente affine per estrazione culturale al più mitteleuropeo dei complessi americani. Non sarebbe se no stata in grado di rendere così profondamente sue quelle tre canzoni e una quarta, I’m Waiting For The Man, che Lou Reed le impedì di cantare e lei seppe prendersi comunque facendone uno dei punti focali dei suoi concerti. Sia come sia, quando i Velvet entrarono in studio per registrare “White Light White Heat”, Nico era tornata alle sue radici folk-rock e la sera intratteneva gli avventori del Dom Club, in St. Marks Place, con un repertorio per il momento tutto di cover.

In quei concerti circonfusi di Mito la accompagnò una parata di stelle e angeli destinati a cadere che colma di reverenza soltanto a enunciarla: fino a tre Velvet in una volta, Ramblin’ Jack Elliott, Tim Hardin, Tim Buckley, un appena adolescente Jackson Browne. Quest’ultimo di Nico divenne, oltre che il chitarrista preferito, l’amante e per questo lo invidio quanto è umanamente possibile invidiare qualcuno.

Non avendo a disposizione una macchina del tempo che possa farci partecipi di quelle sere newyorkesi, un più che accettabile surrogato è rappresentato da “Chelsea Girl” (***1/2), LP dato alle stampe nel 1968 dalla MGM. Vi sfilano tutti i brani che Nico cantava al Dom e che non canterà mai più. È un album molto diverso da quelli che lo seguiranno, malinconico nell’umore ma niente affatto opprimente, pieno di chitarre arpeggiate e masse d’archi ondivaghe. Nico è titolare, con Reed e Cale, di una sola canzone, It Was A Pleasure Then, che un substrato rumoristico separa dal resto della scaletta sottolineandone le ascendenze velvetiane. Non è l’unico contributo a provenire da quelle parti. Lou Reed, che qualche rimorso doveva provarlo, firma con Cale Little Sister e con Sterling Morrison la meravigliosa melodia della title-track. Il solo Cale è l’autore di Winter Song, che un flauto insidioso colpisce al cuore, e dell’adeguatamente onirica Wrap Your Troubles In Dreams, un titolo che i Velvet avevano in repertorio, come abbiamo appreso all’uscita del cofanetto “Peel Slowly And See”, già nel 1965. Jackson Browne proclama il suo talento con le melodrammatiche The Fairest Of The Season, These Days e Somewhere There’s A Feather. Tim Hardin firma Eulogy To Lenny Bruce, scheletrica e ombrosa. E poi c’è I’ll Keep It With Mine: una versione favolosa, superiore tanto a quella, zoppicante, del suo stesso autore (rintracciabile in “The Bootleg Series Vol. 1-3”) che a quelle, pure eccelse, offertene dai Fairport Convention (in “What We Did On Our Holidays”) e da Susanna Hoffs (in “Rainy Day”).

Nico

Mi piacciono le canzoni tristi, quelle tragiche… Amo improvvisare con le note, seguendo l’ispirazione del momento”: così Nico nelle note di copertina di “Chelsea Girl”. Tale programmatica dichiarazione verrà posta in essere sin dall’anno dopo. Distanze siderali separano “The Marble Index” (****), uscito per la Elektra, dal suo predecessore. Scomparse le chitarre folk e tutti gli archi tranne la viola di John Cale, che cura anche gli scarni arrangiamenti, sale per la prima volta al proscenio l’harmonium. Lo suona la stessa Nico, con tecnica elementare ma eccezionalmente efficace, e la sua timbrica chiesastica marcherà a fondo ogni disco da qui in avanti, anche perché è lo strumento che l’ex-Velvet, che da sola interprete era diventata autrice, userà sempre per comporre. Il suo stile inconfondibile è esemplificato alla perfezione da un LP dai toni foschi, sovente più catacombali che liturgici. Ascoltate la barcollante epopea di Lawns Of Dawns, i rumori spastici di Facing The Wind, il bordone organistico di Roses In The Snow (prezioso inedito regalato dal CD con un’emozionante, cantata a cappella, Nibelungen): è roba al cui confronto i Joy Division paiono arguti dicitori di freddure. Soltanto la melodia romantica di No One Is There e l’incipit  rotiano di Julius Caesar (Memento Hodie) smorzano l’estrema cupezza delle atmosfere.

Un anno e una casa discografica dopo (la Reprise; sei 33 giri in studio, sei case discografiche: un record imbattibile e un dato che la dice lunga sull’appeal commerciale di questa artista), vedeva la luce “Desertshore” (****1/2). Sia il davanti che il retro di copertina sono illustrati da fotogrammi tratti da La cicatrice intérieure, un film del regista di avanguardia Philippe Garrell. Nico l’aveva conosciuto in Italia un anno prima e fra il 1969 e il 1974 fu la mattatrice di una decina di sue pellicole, storie confuse dalle ambientazioni esotiche (Islanda, Egitto, la Valle della Morte), tutte incentrate sul suo personaggio. La musica ha in effetti, in qualche frangente, fragranze cinematografiche e rispetto a “The Marble Index” è più lieve, spesso dolcissima.  L’iniziale, solenne fino a rasentare l’innodia, Janitor Of Lunacy (comunque una delle creazioni più memorabili di Nico) è sviante. La seguente The Falconer parte maestosa ma è presto illuminata da un pianoforte sbarazzino. My Only Child è una tenera ninnananna per voci dall’afflato gregoriano. Le petit chevalier è una miniatura di filastrocca cantata dal settenne Ari. Prima della cadenza da minuetto di All That Is My Own, c’è ancora spazio per la viola arrogante (sempre John Cale, ça va sans dire) e l’harmonium svisante di Abschied (la prima canzone in tedesco di Nico), il piano vivace di Afraid e quello che contrappunta l’harmonium severo di Mitterlein (cantato di nuovo nella lingua di Goethe).

Fu sempre l’album preferito da Nico, quello che i suoi amici più intimi suonarono su un mangiacassette il giorno, era il 16 agosto 1988, che le sue ceneri furono sepolte a Berlino, in un piccolo cimitero ai bordi della foresta di Grunewald. E chi sono io per aver da ridire?

Il 29 gennaio 1972, al Bataclan di Parigi, Nico, John Cale e Lou Reed tornarono insieme per un’unica, storica serata, poveramente documentata da un bootleg ristampato un numero infinito di volte. Il 1° giugno del 1974 un altro concerto epocale, al Rainbow di Londra questo e con Kevin Ayers, John Cale e Brian Eno, segnò il ritorno sulle scene, dopo due anni e mezzo di silenzio, della signora Paffgen. Lo scatto di copertina di “June 1, 1974” (Island) è deprimente: Nico appare appesantita, incredibilmente invecchiata. Il trucco evidenzia anziché celare un pallore malsano e le borse sotto gli occhi impressionano. Se fisicamente è in sfacelo, come artista è invece allo zenit. Lo testificano la stravolta rilettura della doorsiana The End che è il suo contributo al disco tratto dalla serata e quella non meno mozzafiato che intitola il suo quarto album in proprio (****1/2), pubblicato dalla Island e prodotto al solito da John Cale (ospiti prestigiosi, Phil Manzanera dei Roxy Music e Eno). Inferiore per quanto attiene alla qualità della scrittura (fra i sei brani autografi solamente Secret Side ha la statura dei classici) rispetto a “Desertshore”, “The End” lo sopravanza per compattezza e capacità di avvincere sul lungo termine. Il sorprendente e discusso congedo, l’inno tedesco nella versione in uso sotto il Terzo Reich (una sua esecuzione dal vivo a Berlino causò un tumulto nel teatro), sembrò un addio.

Bisognò aspettare sette anni per vedere un nuovo LP di Nico nei negozi. I sette anni successivi, gli ultimi della sua vita, furono al contrario affollati di concerti e (un po’ meno) di uscite discografiche. Oggettivamente, è una Nico minore quella degli ’80. “Drama Of Exile” (Aura, 1981)(**1/2) fu il suo primo (e fortunatamente ultimo) album senza John Cale e con a supporto un gruppo classicamente rock. Fa il verso alla new wave britannica con dignità ma, tolta Purple Lips e le riletture di Waiting For The Man e di Heroes, senza guizzi. Molto meglio “Camera Obscura” (Beggars Banquet, 1985) (***1/2) con Cale nuovamente al timone e la tromba di Ian Carr a trapuntare una versione da brividi di My Funny Valentine e la futuristico/arabeggiante Into The Arena. Tananore, dal ritmo fra il marziale e l’industriale, la mesmerica Win A Few e König (quasi una seconda Janitor Of Lunacy) sono del tutto all’altezza del precedente canone nichiano, pur distaccandosene in parte.

L’Italia è come Las Vegas: non si nega mai un ingaggio a una vecchia gloria. Così Nico suonò tantissimo dalle nostre parti nella prima metà dello scorso decennio, a volte da sola, a volte accompagnata da onesti mestieranti. Siccome c’erano serate in cui la magia di “The Marble Index”, di “Desertshore”, di “The End” (addirittura di “The Velvet Underground And Nico”) riviveva diverse leve di ascoltatori si innamorarono di lei. Anche se le scalette si somigliavano troppo da una volta all’altra e la bellezza di un tempo era un ricordo. Anche se la voce era sempre più cavernosa, oltre l’androgino. Suonava talmente spesso che non la vidi mai. Continuai a dirmi che c’era tempo, tanto sarebbe tornata sei mesi dopo, finché non morì. Accadde il 18 luglio 1988, là dove la crisalide si era fatta farfalla, a Ibiza. Lei che era sopravvissuta a lustri di troppo fumo, troppo alcool ed eroina, se ne andò per una caduta in bici. La vita è buffa. Oppure una merda, fate voi.

Se ve la perdeste per le mie stesse ragioni oppure perché eravate troppo giovani, i tanti live usciti a partire dall’82 e un briciolo di immaginazione possono aiutarvi: “Do Or Die!” (ROIR, 1982) e “Behind The Iron Curtain” (Dojo, 1986) sono forse i migliori del mazzo.

So cosa ha rappresentato Nico per la mia generazione e per quelle che l’hanno preceduta o seguita immediatamente. Non ho sinceramente idea se il pubblico giovane di oggi conosca qualcosa di lei a parte i Velvet. Se a qualcuno importi ancora. Il fatto è che i dischi restano in catalogo e ciò vuol dire che si vendono. Solo copie usurate che vengono sostituite? Mi piace pensare che ci siano, là fuori, ventenni che le visioni di Johanna continuano a illuminare.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.7, settembre/ottobre 1998.

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Una passeggiata sul lato censurato di Lou Reed

Lou Reed - Transformer

Sono ancora indeciso al riguardo, ma quasi quasi me la tengo la mia copia originale di questo disco, comprata per ragioni anagrafiche a qualche anno dall’uscita (probabilmente una buona decina) su una bancarella di usato. Naturalmente, avendo ora una stampa spettacolarmente superiore e che non fruscia, non la farò girare mai più, ma vuoi mettere potere estrarre dagli scaffali un’inoppugnabile prova dell’umana stupidità e di una pruderia che nel Bel Paese era evidentemente forte pure nei liberati anni ’70? Sul retro di copertina di “Transformer” un marinaio in canotta “very macho”, con pacchetto di bionde bloccato sotto una manica, jeans, stivaletti neri a punta e berretto militare stile Wermacht osserva una discinta signorina che probabilmente signorina non è. Evidenti gli effetti che ha su di lui tale osservazione, ben rimarcati dal pantalone attillato. Credeteci o no, la stampa nostrana d’epoca cela il vistoso pacco sotto una striscia dorata alta tre centimetri con la dicitura “Produced by David Bowie and Mick Ronson”. Non potendo ignorare un disco che in Gran Bretagna era andato subito nei Top 20 e negli Stati Uniti li aveva avvicinati, né la presenza in posizioni anche più alte nelle classifiche dei singoli di Walk On The Wild Side, sebbene con quei due mesi di ritardo (così testimonia un’etichetta che recita “1/73”) alla RCA decidevano per la pubblicazione pure in Italia, ma con la penosa censura descritta. Fortuna che nessuno tradusse (c’è da supporre) ai solerti funzionari il significato di quei due immortali versi che – proprio nel brano di punta – del travestito Candy dicono che “never lost her head even when she was giving head”. E come commentare?

Non l’album migliore di Lou Reed, benché infili nella prima facciata tre delle sue canzoni più classiche (l’hard Vicious, una ballata di desolata dolcezza quale Perfect Day e l’irresistibile funk di Walk On The Wild Side), “Transformer” aveva il grande e storico merito di regalare al nostro eroe una carriera post-Velvet Underground, dopo che l’omonimo esordio solistico aveva venduto la miseria di settemila copie. Lavoro quindi a cui bisognerebbe volere bene anche solo per questo, a parte che è un birichino musical su New York di godibilità somma nel suo assieme quanto il successivo “Berlin” (indiscutibile capolavoro, quello, oltre che memorabile suicidio commerciale) sarà disturbante. L’edizione Speakers Corner dà impeto e profondità alla ritmica e lucentezza ai tanti e deliziosi intarsi di arrangiamento. Ne cito uno per tutti: la tuba di Herbie Flowers in una Goodnight Ladies che è congedo in puro stile Broadway.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.252, dicembre 2004.

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