Arctic Monkeys – AM (Domino)

Arctic Monkeys - AM

Grande intuizione quella di Tim Jonze che, recensendo sul “Guardian” il quinto album su cinque della banda Turner a debuttare al numero uno nella classifica britannica, ha osservato che, se con i due precedenti lavori gli sheffieldiani volevano essere presi sul serio, con il nuovo l’obiettivo era, piuttosto, tornare a divertirsi. Recuperare l’ilare energia che tracimava dai due dischi prima ancora. E pure in questo “AM” è, come ho avuto occasione di scrivere altrove, chiusura di cerchio, opera che espande ulteriormente un canone – e non molti gruppi nella storia del rock ne sono stati capaci giunti al quinto album e a dieci anni dalla prima volta che calcarono una ribalta – ma soprattutto lo riassume. In due mosse: per cominciare squadernando il mazzo di “Humbug” e “Suck It And See”, autocollocazione in un alveo di rock classico subito dopo una collisione ’60-contro-’80; quindi azzardando la mission impossible di provare a riscoprire l’effetto che fa essere giovani e belli e in cima al mondo. Essendo sempre, se non più che mai, belli e anzi bellissimi e tuttora piuttosto giovani, ché oggidì lo si è ancora under quaranta e figurarsi sotto i trenta (Alex Turner è un 1986). Delizioso paradosso che una delle due tracce fra le dodici che qui sfilano cui si potrebbe anche rinunciare (se è esclusivamente sulla qualità della scrittura che si ragiona) possa essere elevata a paradigma dell’eccezionale capacità sincretica di una delle pochissime band attuali con i crismi dell’eccezionalità: per One For The Road si potrebbe parlare di techno-pop “del vero sentire”. Nessuno nel 2013 sa giocare con le contraddizioni in termini come gli Arctic Monkeys. Nessuno.

Al di là di ogni riflessione sul ruolo centrale assunto nel rock dai Nostri dal 2006 e dall’epocale (dai! altri cinque titoli usciti da allora per i quali si possa spendere il suddetto aggettivo) “Whatever People Say…”: l’ennesima collezione di canzoni memorabili. Stilisticamente anche distanti fra loro ma che in qualche ineffabile modo si tengono e si sostengono insieme. Che c’entra la prosopopea quasi Muse di I Want It All (ecco il secondo brano sotto media) con lo sbrilluccicare Stone Roses di Fireside? Nulla, non fosse che a fungere da raccordo sono la superba ballata glam in odore di Ziggy Stardust No.1 Party Anthem e una piccola, novella Sunday Morning (omaggio ai Velvet financo più esplicito del titolo stesso del disco) chiamata Mad Sounds. Come si parlano, se si parlano (sì che si parlano), una Why’d You Only Call Me When You’re High? in trasparente debito con l’hip hop e una sentimentale I Wanna Be Yours che recupera (per i tre che se ne ricordavano) John Cooper Clarke, vecchio poeta del bel punk che fu? Ma soprattutto: come si fa a fare sembrare assolutamente logico, inevitabile persino, il matrimonio inscenato da Arabella fra un riff sabbathiano e un soul sotto valium? Ah. Ecco. Forse mi sono risposto da solo.

(Sul numero di “Blow Up” in edicola da qualche giorno e fino a fine mese, un mio articolo sugli Arctic Monkeys nel quale, più che declinarne la biografia, ne considero la rilevanza come prototipo di un rock 2.0 inimmaginabile prima di Internet.)

1 Commento

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Una risposta a “Arctic Monkeys – AM (Domino)

  1. Sonica

    Grazie! Aspettavo da giorni la tua recensione, perchè adoro questo album e mi sono già presa il biglietto per vederli in concerto. Il singolo Do I Wanna Know mi ha drogata. E’ un disco così fresco e non banale…

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