Presi per il culto (38): Dino Valente – Dino Valente (Epic, 1968)

Dino Valente - Dino Valente

Nell’intervista a Dino Valenti che Ben Fong-Torres firmava sul “Rolling Stone” del 1° febbraio 1969 il giornalista  nota che, fresco di pubblicazione di primo album, l’artista davanti a lui più che di promuovere quello pare ansioso di porre mano al secondo, di LP: che nei venticinque anni e qualche mese che ancora vivrà non solo non completerà ma nemmeno abbozzerà mai sul serio. Poco dopo, liquida con un’alzata di spalle la faccenda della cessione per pochi spiccioli dei diritti di Let’s Get Together, pezzo coverizzato dai Jefferson Airplane pre-Grace Slick e poi portato in classifica (un numero 5 USA) dagli Youngbloods. Fong-Torres calcola in due milioni le copie vendute dal brano nelle varie versioni uscitene e in ventimila dollari i mancati introiti del nostro uomo, che nondimeno ostenta di non avere rimpianti, essendogli servita la mancetta di cui sopra per guadagnarsi la libertà su cauzione dopo un anno nelle patrie galere per possesso di stupefacenti. Che vuoi che sia una canzone di fronte alla prospettiva di passare dieci anni in carcere? Ne posso scrivere  altre. Che difatti scriverà e che, messe tutte quante assieme, venderanno forse un decimo di Let’s Get Together: perfetto inno hippie concepito in prodigioso anticipo (gennaio ’64) sull’emergere della nazione hippie e che sublime incongruenza che a scriverlo fu un figlio di puttana punkoide. Inestricabile groviglio di contraddizioni l’uomo nato il 7 ottobre 1943 a New York come Chester Powers e che morirà il 16 novembre 1994 a Santa Rosa, California: un nume del folk-rock che al folk-rock non si diede mai, uno che bramava diventare una star ma rigettò sempre ogni anche minimo compromesso. Musicista talmente idiosincratico e peculiare da avere grossi problemi a relazionarsi con altri musicisti, in una situazione di gruppo, e che ciò nonostante consumò molta della sua vicenda artistica dentro una band. Uno che in tanti ammiravano, ma quasi tutti trovavano insopportabile.

C’è un album perduto, ma perduto sul serio dacché di quei nastri negli archivi Epic non si trova più traccia, di Dino Valenti, inciso con Jack Nitzsche in regia prima del quasi omonimo LP, di cui sarà invece Bob Johnston (curriculum favoloso comprendente Dylan, Cash, Simon & Garfunkel) a curare la produzione, fra il novembre ’67 e l’aprile ’68. Dice chi assistette alle registrazioni che era molto più arrangiato rispetto al 33 giri giunto sino a noi, con melodie più dirette. Un probabile campione di vendite e in ogni caso magnifico. Ma chissà che passava per la testa a quel pazzo del suo artefice, che non solo esigeva, insoddisfatto, che si cominciasse da capo ma per essere sicuro di raggiungere l’obiettivo prendeva inutilmente a pessime parole Clive Davis, primo dei suoi sponsor. Il quale decideva di fargliela pagare nel più subdolo dei modi: dandogli carta bianca e mettendo fuori i risultati senza promozione e con tanto di refuso in copertina – Valente invece di Valenti – destinato a perpetuarsi. Non che sarebbe cambiato granché. Tutta la pubblicità del mondo non avrebbe mai potuto far vendere più di quanto vendette, cioè poco più di niente, a un disco che fa categoria a sé. Un “Oar” (Skip Spence) meno ombroso, un “The Cycle Is Complete” (Bruce Palmer) niente affatto etnico ma al pari ellittico nelle melodie. Resta un vago ricordo che ti costringe – ma solo se sei uno spirito eletto – al ritorno ossessivo. Restano echi dell’eco che avviluppa costantemente una voce non bella per i canoni usuali, nasale e lamentosa e metallica, e con essa una chitarra che è folk, ma con l’energia del rock, ma senza propriamente essere folk-rock. L’orchestrata Tomorrow (un Bacharach marinaio fra le galassie di Buckley) ramingo richiamo a ciò che sarebbe potuto essere e non fu, e il rimanente sono vapori d’etere che stordiscono di incanto. Fra le felpate sospensioni di Time e lo spumeggiare barocco di acid folk di Something New, fra i fraseggi jazzati parimenti in cerca di un’estasi lisergica di My Friend e il Dylan campagnolo (è in realtà John Phillips ed è l’unico brano non autografo) di Me And My Uncle, fra una My Funny Valentine sotto mentite spoglie ribattezzata Children Of The Sun, una sonnacchiosa New Wind Blowing e una Everything Is Gonna Be OK rimbalzante in stanze piene di vuoti. Sarebbe più che abbastanza. Ma poi arriva Test, il congedo, raga fantasmatico tessuto da flauti ultraterreni e una voce che mugola non più parole ma quintessenza di sentimento e ti arrendi, definitivamente: a una musica che non può essere di questo mondo.

Magia irripetibile e difatti Dino Valenti non la ricreerà più. Non nei cinque album pubblicati fra il ’70 e il ’75 alla testa di quei Quicksilver Messenger Service da lui fondati appena prima di finire in carcere e che poi si riprese (non una buona idea, né per loro né per lui). Non in un altro disco smarrito, lasciato a mezzo di progettazione nel 1974 dopo essersi sputtanato i 45.000 dollari dell’anticipo incautamente elargitogli dalla Warner. Manco glieli chiederanno indietro. Nemmeno lo spreco più grande di una vita perlopiù – ma per nostra fortuna non del tutto – sprecata, da genio incompiuto.

13 commenti

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13 risposte a “Presi per il culto (38): Dino Valente – Dino Valente (Epic, 1968)

  1. Francesco

    Al buon Dino purtroppo non ho mai perdonato la distruzione di uno dei miei gruppi preferiti. Lo so, probabilmente da quei meravigliosi fancazzisti che erano, non sarebbero andati lontano (nessuno di loro era un songwriter in senso stretto) ma per per me Dino era, è e resterà sempre l’uomo sulla tolda di comando dei peggiori dischi dei QMS. E poi non mi è mai piaciuta la sua voce, che ci posso fare.

  2. Stefano Piredda

    Grande.

  3. Nicholas

    Non sapevo avesse inciso materiale solista; non si salva nessuno dei dischi realizzati con i Quicksilver?

    • Non è questione di salvarsi, è che sono un gruppo dal suono completamente diverso rispetto all’esordio e a “Happy Trails”. Detto ciò, “Just For Love” si può tranquillamente avere, mentre “What About Me” vanta una strepitosa traccia omonima ma per il resto non è niente di che. I tre successivi sono proprio da evitare.

      • Francesco

        Ipse dixit

      • Nicholas

        Chiarissimo come sempre

      • giuliano

        Oddìo, anche “Shady Grove”, uscito alla fine del 1969 e prima del rientro di Valenti, è un altro mondo rispetto a “Happy Trails”. Non brutto, sia chiaro, ma più canonico nella struttura dei pezzi, decisamente meno sorprendente e emozionante. Un po’ come i dischi successivi.

  4. E allora, mozione ufficiale per la rivalutazione di Shady grove. Un nome solo: Nicky Hopkins.
    http://conventionalrecords.wordpress.com/2013/09/14/shady-grove-quicksilver-messenger-service/

    • giuliano

      Diavolo d’un Peviani, sempre sul pezzo…
      La title track e la successiva “Flute song” sono senz’altro due pezzi notevolissimi, tra le loro cose migliori. Il resto del disco non vale, a mio avviso, quella splendida doppietta, pur rimanendo su livelli dignitosi. Manca la magia che innerva tutto “Happy Trails”, manca un pezzo da KO come l’incredibile cover di “Mona”, una delle mie canzoni da isola.
      Comunque, cosa buona e giusta ricordare qui il grande Nicky Hopkins.

      • Casualmente sul pezzo (dato che casuali sono i miei ascolti e i miei recuperi nel passato)….
        E’ innegabile che i tuoi giudizi critici siano molto più corretti, il mio e’ assolutamente soggettivo!

    • Francesco

      Ci sto, è un disco che ho sempre amato pur nella sua assoluta diversità ripetto ai primi due. E’ dominato letteralmente dal pianismo di Nicky Hopkins il che è tutto dire, ma la chitarra cipollinesca innerva ancora la struttura delle canzoni e pur senza duncan il disco è a mio parere più che valido, diciamo un 3 stellette e mezzo, forse qualcosina di più per motivi affettivi. sugli altri QMS la penso come il VM ma segnalerei il grande live al FW 1968 (uscì su etichetta pyscho)
      ciao

      • Marcello

        “Shady Grove” è un ottimo disco, circondato da un discreto alone di leggenda! Certo, l’esordio omonimo ed il successivo “Happy Trails” sono una spanna e mezzo superiori! E su questo non ci piove!

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