Potere alla parola (bonus track 1): Liquid Liquid – So Long… And Funk For The Memories

Ci fu un grande ritorno in auge del funk intorno al 1979-’80. Andavi nei locali e non si sentiva altro che James Brown. Ricordo che Sal era completamente partito per il reggae e per le musiche africane. Io adoravo Augustus Pablo; è il motivo per cui in Rubbermiro suono la melodica. Tutti quanti ascoltavamo Fela Kuti e Dennis andava pazzo per i Can.” (Richard McGuire)

Liquid Liquid

Città cosmopolita per eccellenza, New York è stata per la maggior parte di questo secolo principale incubatrice, levatrice, madre di ogni fermento musicale degno di nota. Benché non si siano mai vissuti, all’ombra della Grande Mela, anni di latta bisogna tuttavia annotare che il decennio scarso che va dal 1975, anno dell’esordio a 33 giri di Patti Smith, al 1984, fine dell’epopea della Sugarhill, l’etichetta regina del rap primigenio, fu particolarmente fecondo: anni d’oro sul serio quelli, densi più che di capolavori (che pure uscirono: basti pensare alla stessa Patti Smith, ai Television, ai Talking Heads, ai primi LP di Contortions, Defunkt, Lounge Lizards, a “Are You Glad To Be In America?” di James “Blood” Ulmer) di visioni straordinariamente lucide delle musiche a venire. Ciò che fece grande un fenomeno esclusivamente newyorkese come la no wave e lo fa tuttora attuale, più che i dischi, fu l’intuizione che i confini di rock, funky, jazz, noise, etnica e avanguardia erano destinati a sfumare uno nell’altro e che il rock avrebbe perso la sua centralità a favore di musiche ibride dagli elementi costitutivi in perenne ricombinazione. Ciò che fece grande il primo rap non furono le canzoni (nemmeno una dozzina quelle davvero memorabili) e men che mai gli album (semplicemente, non ve n’è) ma la sua capacità di produrre musica inaudita e cultura partendo da elementi di scarto, facendo del riciclaggio un’arte. Il suo avere una visione totalizzante del mondo, di modo che rap non erano soltanto le sfide fra dj nei parchi e nei club ma anche i graffitisti e i ballerini di breakdance, e nondimeno il sapere mantenere aperta questa visione ai contributi più impensabili. Per l’hip hop delle origini i Kraftwerk e i Queen contarono quanto James Brown.

Il crocevia fra new/no wave e rap fu per tre anni, dal 1981 al 1983, occupato da una formazione di cui fino a pochi mesi fa si era persa la memoria: il ritorno alla ribalta, artefice la Mo’Wax che ne ha ristampato l’opera omnia, dei Liquid Liquid ha fatto interamente ridisegnare, a chi non ne fu testimone diretto (intendo dire: in loco), quel periodo.

Il gruppo nacque nel 1978 nel New Jersey, alla Rutgers University, come duo di basso, Richard McGuire, e batteria, Scott Hartley, e con una differente ragione sociale, Liquid Idiot. Nel 1979 si spostò a New York, divenne un trio con l’arrivo del cantante Salvatore Principato ed esordì dal vivo al CBGB’s. L’anno dopo, con l’ingresso in squadra del percussionista Dennis Young, si ribattezzava Liquid Liquid, debuttava in pubblico all’Hurrah’s e veniva immediatamente posto sotto contratto da un’etichetta indipendente, la 99 Records. Una cinquina di titoli registrati proprio quella sera qualche mese dopo dava vita all’omonimo primo 12”.

“Liquid Liquid” è un biglietto da visita sensazionale fin dal tumulto percussivo, cui dona coesione un basso algidamente funky, dell’iniziale Groupmegroup. In New Walk una voce che evoca i PIL all’altezza del “Metal Box” manda in traiettorie di collisione vibrazioni jazz e una ritmica solida, squadrata. Lub Dupe, con i suoi nevrotici scarti ritmici, prefigura addirittura la jungle: solo, in una versione molto più rallentata. Dopo l’interlocutoria Bell Head, in cui la voce declamatoria di Principato torna a flirtare con Lydon, il funky-jazz arabeggiante di Rubbermiro (la tromba è quella di Richard Edson, primo batterista dei Sonic Youth) è un congedo che spalanca ancora nuovi orizzonti. Qualche mese dopo “Successive Reflexes” andava anche oltre, con il quasi-rap su ritmica go-go di Push e il mesmerico cantato su cadenze marziali modello Killing Joke di Zero Leg. Soprattutto, con il capolavoro Lock Groove, proposto in due versioni, una virata electro, una jazzy.

Nel 1982 i Liquid Liquid furono una presenza centrale nell’underground, musicale e non, newyorkese. Tennero concerti in loft e gallerie d’arte con i Gray di Jean-Michel Basquiat, il cui collaboratore Al Diaz era stato ospite nei loro primi due EP, e McGuire (le arti figurative gli daranno  a lungo andare le soddisfazioni rifiutategli dalla musica) espose i suoi disegni al Fashion Moda. Il 1983 fu l’anno insieme più memorabile e orribile della loro breve vicenda. Suonarono parecchio a New York con i compagni più vari, dai campioni del rap Treacherous Three ai punkettari Kraut a Chaka Khan, ricevettero un’offerta (rifiutata) da Rick Rubin per fare da supporto ai Beastie Boys nel loro primo tour e girarono Europa e Stati Uniti come spalla dei Talking Heads. Infine, pubblicarono il loro terzo e ultimo 12”, “Optimo”, perfetta mediazione fra new wave (Out potrebbe essere dei Gang Of Four) e rap via electro e go-go. Se anche non avevate mai sentito nominare sino ad oggi i Liquid Liquid, conoscete di sicuro la seconda canzone, Cavern. Solo che vi è nota con altro titolo e diversi interpreti: White Lines, Grandmaster Flash & Melle Mell.

Successe che Bambaataa la suonò al Roxy (al Funhouse, Jellybean Benitez ne aveva fatto un punto fisso delle sue scalette) e a Grandmaster Flash e Melle Mell, per amara ironia due eroi per i Liquid Liquid, tanto piacque che se ne appropriarono. E così un brano scritto da quattro bianchi innamorati della musica e della cultura afroamericane divenne, ahiloro indirettamente, un classico della musica nera. Nel 1985 la 99 Records perdeva l’impari disputa legale con la Sugarhill e con la loro casa discografica sparivano dalla scena anche i Liquid Liquid.

L’omonimo CD pubblicato dalla Mo’Wax lo scorso agosto raccoglie i loro tre EP e li integra con un estratto da un concerto del marzo 1982. Acquistarlo significa recuperare un frammento di storia per troppo tempo dimenticato e offrire rispetto a chi rispetto è dovuto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.4, gennaio/febbraio 1998.

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