Simply Beautiful: le prediche sexy del Reverendo Al Green

Al Green

Se ne accorsero in pochi, giusto i cultori di più stretta osservanza del genere e del cantante in questione, ma è stato Wilson Pickett nel 1999 con il mirabile “It’s Harder Now” a inaugurare uno dei più inattesi trend degli ultimi anni: il ritorno a sensazionali livelli, degni delle loro Età dell’Oro, di una successione di giganti del soul. Ben superiore impatto mediatico aveva nel 2002 il Solomon Burke di “Don’t Give Up On Me” e già su altre pagine, qualche mese fa, mi interrogavo se non abbia avuto una qualche influenza sulla decisione di Al Green di percorrere a ritroso il sentiero che, a fine ’70, lo aveva portato dalla musica profana a quella sacra, riallacciando nel contempo l’epocale sodalizio con il produttore Willie Mitchell. Probabilmente no, anche se l’idea di un reverendo che – piccato – decide di raccogliere il guanto di sfida lanciatogli da un altro pastore d’anime mi fa ancora sogghignare. È che era giunto comunque il momento (così come era scoccata l’ora del rientro in scena per Howard Tate, un altro grandissimo che ci ha nel frattempo graziati con un disco magnifico – a trentun’anni dal precedente!) per Green e Mitchell di riprendere le fila del discorso interrotto nel 1977 dal “The Belle Album”: ultimo capolavoro secolare del nostro uomo prima del prodigio chiamato “I Can’t Stop”, la cui copertina lo coglie sorridente e lanciato in una danza che la dice lunga sullo spirito con il quale ha infine sciolto, dopo quasi un quarto di secolo immerso nella predicazione e nel gospel, quella dicotomia fra carne e spirito che lo aveva indotto a lasciarsi alle spalle una delle carriere più fortunate di sempre, in qualunque ambito musicale. Immaginate l’incredulità dell’industria quando un artista che aveva venduto trenta milioni di dischi nell’arco di uno scarso decennio comunicò che bastava così e si ritirò a pronunciare sermoni. Immaginate le lodi al Signore.

Un solo dettaglio mi turba nella felicissima favola di “I Can’t Stop”: interviste in cui un Mitchell in ogni caso entusiasta parla dell’album più che come di un nuovo inizio come del dovuto suggello a un lavoro lasciato incompiuto. Si può capirlo, ha diversi anni più di Green, che dal suo canto non è lontano dai sessanta, e di salute è malandato. Nondimeno mi rifiuto di accettare che questo gioiello che disinvoltamente cancella tutto o quasi il modern (presunto) soul (presuntissimo) sia destinato a restare isolato. E per l’ennesima volta lo rimetto su, stimolato a ciò da una telefonata appena conclusa del Guglielmi in cui, oltre a minacciarmi di terrificanti pene corporali per l’abituale ritardo da parte mia nella consegna dei testi (teatrino che con qualche interruzione portiamo avanti, su varie piazze e con immutato successo, da tre abbondanti lustri), perfido mi ha raccontato di avere appena trovato, in un noto negozio romano, una copia di “I Can’t Stop” in vinile. E via con un panegirico di cinque minuti su come suonino – ahem – divinamente le sue dodici canzoni divise su quattro facciate da una dozzina di minuti o poco più cadauna, sulla dinamica tellurica, su quanto sia calorosa e lì nella stanza la voce, sul carezzevole porgersi delle consuete raffinatezze d’arrangiamento: e il tutto, mi ha confidato, per diciannove miserabili euro, due meno di quelli che ho sborsato per il mio CD (sia detto a onor del vero: suona una meraviglia anch’esso e del resto quando mai ha tradito la Blue Note?). Che potevo dire? Ho abbozzato e, con perfidia ancora maggiore, ho fatto cadere nel discorso che dall’ultimo pacco di promozionali – promozionali… – inviatomi da quei simpatici ragazzi di Goodfellas avevo estratto, fra tante altre goduriose cosucce, copie Get Back – 180 grammi di vinile vergine – di due degli LP più memorabili di Green, “Let’s Stay Together” e “I’m Still In Love With You”, in origine su Hi ed entrambi del ’72. È stressante il lavoro che facciamo, ma ha i suoi aspetti positivi, ho concluso serafico e filosofico. Ha fatto finta di niente e però credo abbia accusato il colpo. Riepilogate le sanzioni in cui stavo per incorrere, ha riagganciato.

Come siete messi con il Reverendo? Non bene? Tempo di rimediare e varie sono le opzioni fra cui scegliere. Non volendo tuffarsi, per idiosincrasia nei riguardi delle raccolte, sul quadruplo digitale “Anthology” e nemmeno sul più abbordabile doppio “L-O-V-E: The Essential” (in vinile è disponibile un altro ottimo ma troppo succinto Get Back, “Simply Beautiful”), potreste cominciare proprio da “I Can’t Stop” e poi (obbligatoriamente) tornare indietro. Se no c’è uno strepitoso “Tokyo… Live” affrontato qualche mese fa in “Cdteca”. Il succitato “The Belle Album” è una pietra miliare. Ma volendo partire da dove tutto iniziò (c’erano stati in precedenza tre 33 giri, buoni ma in nessun modo così “classici”) è esattamente dall’accoppiata “Let’s Stay Together”/“I’m Still In Love With You” che dovete iniziare. Era fra questi solchi e con queste diciotto canzoni che giungeva a maturità un sound inconfondibile, armonioso coesistere di languide orchestrazioni a base di ottoni e soprattutto archi con l’elastica possenza di un basso e una batteria ferocemente funk. A contorno: organi ciccioni e una chitarra saporosa di blues. Sopra: una voce serica e di un’eleganza nel fraseggio come non si udiva da Sam Cooke. Riassume tutto già nel titolo la colossale Love And Happiness e mai groove fu così esuberantemente obeso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.247, giugno 2004.

4 commenti

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4 risposte a “Simply Beautiful: le prediche sexy del Reverendo Al Green

  1. Alfonso

    VMO Dico una cazzata o I can’t stop fu il tuo disco del 2003 sul Mucchio? Che poi era pure l’anno dell’Headphone masterpiece e Speakerboxxx/The love below… Ai tempi per me il Reverendo era solo l’autore di Ain’t no sunshine when she’s gone, che una cassettina fattami da una mia amica sosteneva fosse sua e non di Bill Withers… Ricordando la scoperta di Al Green – merito tuo se non si era capito – ne approfitto per vedere se riesci a farmene fare un’altra: Taylored in Silk di Johnnie Taylor vale il prezzo (basso) al quale l’ho trovato di recente?

    • Su Al Green ricordi bene. Riporto a seguire la motivazione…

      “Coerenza vorrebbe che avendo citato altrove due album, quello di Cody ChesnuTT e quello degli OutKast, come i più probabili candidati a restare quando magari fra un decennio o due ci si volgerà indietro e si butterà l’occhio sul 2003, qui indicassi uno dei due come il mio disco dell’anno. È però questa scelta che coinvolge molto il cuore, piuttosto che l’intelletto, e allora voto per un grande vecchio, prossimo ai cinquantotto anni e che pubblicò il suo primo LP nel 1967. Il ritorno di Al Green alla musica secolare mi ha emozionato come nessun’altro album negli ultimi dodici mesi. E pazienza se a ben sentire è un disco del 1973. E al diavolo per la seconda volta la coerenza, visto che per lo stesso motivo su varie testate e pure su questa ho dileggiato i Kings Of Leon, che direi invece il bluff dell’anno.”

      Per quanto riguarda Johnnie Taylor, il disco che citi si merita la fama di classico che ha.

      • Anonimo

        Vedesti bene su tutti a quel che leggo, simpatici ma modesti kings of Leon compresi. Allora grazie in anticipo per la scoperta che sto per fare!

  2. Francesco

    Il reverendo con quel disco del 2003 fece sfracelli a casa mia, e poi non posso non amare Al Green, è anche uno dei preferiti di mia moglie!

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