Il Peter Gabriel indispensabile

Peter Gabriel - 4

L’oggetto è di una bellezza e una solidità clamorose: copertina pesantissima e che non solo si apre a libro ma in effetti è un piccolo libro, con tutti i testi e i crediti e un gran numero di foto (quando mi pare di ricordare che l’edizione italiana in vinile di quest’album che acquistai all’epoca dell’uscita – il CD ancora non era stato commercializzato – e non ho più fosse desolatamente chiusa) e la quinta pagina traforata da un grande “4”. E poi il disco: duecento rigidissimi e scintillanti grammi che fanno corpo unico con il piatto. Quasi quasi ci sarebbe di che essere eccitati (a qualche piccola perversione da audiofilo cedo anch’io ogni tanto) pure se la musica non fosse granché. Solo che è un conclamato capolavoro quello che in questo momento sta girando sul Thorens a 33 rivoluzioni e un terzo per minuto: datato 1982, fu il quarto e ultimo degli omonimi LP di Peter Gabriel, che soltanto dalla successiva uscita in studio, di quattro anni posteriore, si arrenderà agli uomini dell’ufficio marketing, rassegnandosi a dare un titolo ai suoi lavori.

Ho molto affetto per Gabriel. Gli sono grato per essersi con coraggio lasciato alle spalle, proprio quando avrebbe potuto cominciare a immensamente lucrarci su, quell’esperienza giovanile chiamata Genesis. Gli sono grato per avermi regalato, nel tour che promuoveva l’album prima di questo, uno dei tre o quattro concerti più memorabili ai quali abbia mai assistito, tanto che a distanza di due abbondanti decenni lo ricordo sin nei dettagli (e nitidamente rammento la perversa soddisfazione che mi diedero, da piccolo punk quale ero, i commenti schifati dei genesisiani DOC che colsi fra la folla che sciamò alla fine dal Palasport di Torino tutto esaurito). Gli sono grato pressoché in toto per una discografia solistica tanto smilza quanto di qualità media altissima dopo i primi, incerti passi. E naturalmente gli sono grato per avere creato la Real World, etichetta dall’estetica sonica discutibile finché si vuole (e difatti spesso la discuto e la contesto) ma che ha avuto indiscutibili meriti nel diffondere in Occidente le musiche del resto del mondo. Gli devo, per non fare che un nome, la conoscenza di Nusrat Fateh Ali Khan e anche solamente per questo potrei essere felice che Peter Gabriel esista.

Un compito erculeo gravava sulle spalle di (chiamiamolo così, per convenzione) “4”. Dopo un esordio uscito in un 1977 per ben altre cose memorabile (di indispensabile c’è l’inno Solsbury Hill), di suo irrisolto e perdipiù appesantito dalla tronfia produzione di Bob Ezrin, l’anno dopo “2” aveva già mostrato, complice Robert Fripp, ispirazione cresciuta e meglio focalizzata e scampoli di elettronica al passo con i tempi, se non ancora in anticipo. Smisurato tuttavia lo iato fra quello e “3”, AD 1980 e un disco chiave per la new wave sebbene ad esso raramente si pensi, causa la diversa ascendenza gabrieliana, in questi termini. Tant’è: l’asciuttezza dei suoni, lo straordinario lavoro sui ritmi in cui già si avverte (come del resto in talune melodie) l’interesse per le musiche etniche, un uso dell’elettronica con pari, in materia di essenziale eleganza e funzionalità, solo negli ultimi Kraftwerk testimoniano eloquentemente in tal senso. Eccezionali le sonorità, eccezionali diverse delle canzoni e su tutte l’inno Biko, che scoperchiava la sentina di orrori sudafricana, e una Games Without Frontiers che oltre all’influenza di Ralf Hütter e Florian Schneider evidenziava echi della Yellow Magic Orchestra. Regia di Steve Lillywhite: la sua migliore? Dura andare dietro a cotanta austera magnificenza, ma “4” faceva di più, andava oltre.

In qualche forma ogni lettore dovrebbe averlo in casa, presumibilmente in CD, che ho posto a confronto con la nuova e sontuosa, e per la bisogna rimasterizzata, stampa in vinile per i tipi della losangelena Classic Records  e ho trovato alquanto piatto, o perlomeno meno ricco di escursioni dinamiche. È però un’edizione digitale piuttosto vecchia, probabilmente addirittura la prima, quella in mio possesso ed è possibile che quella in circolazione attualmente non risulti perdente in maniera così netta rispetto a questi duecento grammi di meraviglia che rendono al meglio una registrazione piena di aria e tempeste ritmiche, singolare e geniale nel rendere più veri del vero suoni in realtà artificiali, come i flauti andini ricreati al Fairlight. Decisiva per la riuscita di un album tribale e futuribile insieme, magistrale incontro/scontro/reciproco assorbimento di culture apparentemente antipodiche e inconciliabili. La testa di Steve Reich trapiantata sul corpo del rock (The Rhythm Of The Heat), l’Africa messa a bordo di un satellite e spedita a spiarci da lassù (The Family And The Fishing Net, Shock The Monkey), il Messico che trasloca in Giappone (San Jacinto), il funk spolpato e affilato (I Have The Touch), liturgie su tappeti volanti (Lay Your Hands On Me), le brughiere che si fanno Subsahara (Wallflower) e un modernissimo Inno alla Gioia a suggello (Kiss Of Life). Non ci si imbatte tutti i giorni in opere così emozionanti e dunque, nello sfortunato caso che già non lo possediate, fateci un pensiero. A voi decidere se banalmente accontentarvi di un compact o concedervi il lusso di un vinile che – i dischi qualche volta sono perfetti, la vita no – vi costerà molto di più. Forse troppo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.239, ottobre 2003.

5 commenti

Archiviato in archivi

5 risposte a “Il Peter Gabriel indispensabile

  1. Parole da condividere una a una, salvo quelle del concerto: a me toccò l’esibizione alle cascine a Firenze, qualche mese prima. Stesse sensazioni.
    E, confermo, l’edizione italiana (che ho ricevuto nuova-nuova per il mio ventesimo compleanno, fate i vostri calcoli) era in copertina semplice, in cartoncino normale, con la busta interna a riportare i testi. Niente gatefold, niente libro.

  2. Ciao Eddy,

    articolo interessantissimo e largamente condivisibile.

    Ti disturbo però perché vorrei capire meglio in che senso consideravi (consideri?) la Real World un’etichetta “dall’estetica sonica discutibile”. Te lo chiedo perché sono anche io un discreto fan della RW e anche io come te trovo che la sua estetica sia discutibile. Al di là dei tanti meriti che ha avuto, pecca nell’aver definito un’estetica di world music un po’ troppo “centrica”, nel senso che mette al centro del mondo il posto in cui viene fruita, con risultati tragicomici (raccontati bene da Franco Fabbri nel saggio “Musiche del mondo” in “L’ascolto tabù – le musiche nello scontro globale”, Il Saggiatore 2005).
    Trovo la sua estetica sonica (sonora?) troppo pulita, troppo standardizzata: produzioni assolutamente in linea con quelle occidentali e quindi presumibilmente molto distanti da quello che è il vero suono di quelle musiche nei loro contesti originali. Per fare un paragone forse un po’ azzardato, l’accomunerei a livello estetico con l’ECM – sebbene Eicher insista nel dire che il suono non si deve imporre sulla musica ma semmai organizzarla.
    Di fatto con i dischi della Real World abbiamo assistito alla nascita della “world music” come etichetta di genere, tracciando quindi una netta divisione con le musiche provenienti dal mondo (o musiche “etniche”, per usare un’etichetta discutibile) come le hanno intese per anni gli etnomusicologi che le usavano come oggetto dei loro studi.

    E’ proprio questo che intendevi anche tu, o altro?

    Già che ci siamo: l’articolo è datato 2003, quindi immagino che nel descrivere la discografia di Gabriel come “smilza ma di qualità medio altissima” tu comprenda anche Ovo. Come lo collochi all’interno dell’opera di Gabriel?

    Saluti

    • Ciao Gianluigi e scusa per il ritardo con cui rispondo. Ti saltai involontariamente e ti recupero solo a distanza di diversi giorni. In realtà non ho poi granché da replicare, visto che concordo al 100% su quello che dici riguardo a “produzioni assolutamente in linea con quelle occidentali e quindi presumibilmente molto distanti da quello che è il vero suono di quelle musiche nei loro contesti originali”. Ecco, il difetto che accomuna la gran parte (se non la totalità) del catalogo Real World è esattamente questo.
      Quanto a “Ovo”, in un articolo di un paio di anni fa ne scrivevo in questi termini…

      “L’ossessione raeliana è da capo al governo, è evidente, il che non impedisce all’opera di regalare pagine appassionanti ancorché di seconda mano: come una The Story Of OVO che rimanda a Tricky con ispirazione bastante a non essere pedissequa e una The Tower That Ate People che sarà probabilmente piaciuta a Fripp per quanto ricorda il Re Cremisi; mentre The Weavers Reel tratteggia un’Irlanda futuribile, Father, Son è l’ennesima prole di Don’t Give Up, White Ashes ethno-horroreggia e Downside Up fa venire in mente i Blue Nile non solo perché la voce maschile è quella di Paul Buchanan (la femminile è Elizabeth Fraser). Pur con il difetto di sembrare – per l’alternarsi di sonorità oltre che di atmosfere e il susseguirsi di voci diverse – un’antologia di artisti vari, il disco non è affatto male e si può avere.”

  3. Un unico appunto, ma solo perché ogni tanto fare la pugnetta offre l’occasione di continuare a parlare, tra persone stimate, di capolavori. L’impronta di Steve Reich in “Rythm of the heat” personalmente non la sento. Trovo viceversa che sia presente in “San Jacinto” per via di quell’incedere ritmico che parte su un tempo diverso da quello della canzone e poi si sviluppa indipendente incastrandosi di tanto in tanto con il ritmo principale, che è tipico delle creazioni di Reich. (Mi scuso se non riesco ad esprimermi meglio ma sono le 7:27 e sono rincoglionito). Inoltre trovo il primo album superiore al secondo, per scrittura e, nella sua classicità, pure per i suoni. Penso che la “modernità” del secondo sia diventata “modernariato” in un batter d’ali (del secondo salvo i primi 3 brani ed “Exposure”, il resto non mi dice granché). Il 3 e il 4…che te lo dico a fare. Lei, maestro, fu responsabile di un riascolto massiccio di tutto il catalogo, qualche anno fa. Mica mi farà riprender fuori di nuovo tutto l’ambaradan a dosi da cavallo, eh? 🙂

  4. Rusty

    Visto che li citi, quali sono i 3 o 4 concerti più memorabili a cui hai assistito?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...