Potere alla parola (bonus track 2): Michael Franti

Michael Franti

Anni fa Lawrence “Kris” Parker, meglio noto come KRS-One, anima di Boogie Down Productions e rapper fra i più rispettati, per sintetizzare in una parola il fine della sua arte, vale a dire istruire (education) i giovani afroamericani nel contempo divertendoli (entertainment), coniò un efficace neologismo: “edutainment”. Un po’ appannata la stella del leader di BDP, oggi, fra le voci di quanti offrono alla gioventù di colore parole di speranza e inviti alla riflessione e alla lotta, si fa particolarmente apprezzare quella di Michael Franti, ex- dei terroristi Beatnigs e degli agitatori Disposable Heroes Of Hiphoprisy (bel neologismo pure quello: “hip hop” + “hypocrisy”), ora alla testa di una posse tanto aggressiva per nome – Spearhead, “testa di lancia”: un omaggio alle tradizioni guerriere zulu – e intenti quanto seducente nei suoni. Al contrario di Mr. Parker, il Nostro è però uno che non parla mai ex cathedra. Più che da Maestro si porge come un fratello maggiore, senza altre verità in tasca che la sua. Verrà infine ascoltato? O il suo eloquio problematico sarà posto una volta di più sullo sfondo dalle invettive, indubbiamente più stradaiole, dei vari Ice Cube, Ice-T, Chuck D?

Quel che è certo è che “Home”, splendida prova d’esordio del terzo e più recente progetto frantiano, ha le carte in regola per far breccia fra quei neri alle cui orecchie i precedenti lavori del Nostro erano risultati troppo “bianchi”. Naturalmente, una parte del pubblico rock lo troverà eccessivamente “nero” e blatererà di presunti compromessi. Quanto è sciocco tutto ciò! L’ennesimo, amaro frutto di un equivoco ultraquarantennale, iniziato il giorno in cui un giovane camionista bianco, tal Elvis Presley, incise una sua versione di un classico, That’s Alright Mama, del gigante del blues Arthur Crudup. Sempre che non si voglia tornare indietro di qualche altro decennio e parlare di come, in quel di New Orleans, i neri vennero espropriati del dixieland. Il punto è: non esiste – qualcuno lo vada a spiegare agli imbecilli che hanno fatto di certo punk e di certo metal la colonna sonora dei loro deliri di supremazia razziale – musica popolare occidentale del XX secolo che non sia, in qualche misura, nera. Come la purezza della razza è una folle utopìa (abbiamo tutti, alla radice del nostro albero genealogico, una donna africana), così risulta demenziale la divisione, stabilita dall’industria e troppo spesso omologata dal pubblico (paradossalmente, soprattutto da quello di colore), della musica in bianca e nera. Divisione della quale uno come Michael Franti, che della bellezza del meticciato è esempio vivente, ha inevitabilmente subito le conseguenze.

A volte mi sento come fossi un esperimento socio-genetico / Un simbolo di impurità…/Io che sono africano e indiano d’America/irlandese e tedesco/Io, adottato/ da genitori che mi hanno amato/e la cui pelle era dello stesso colore/dei ragazzini che mi chiamavano “sporco negro”/quando tornavo a casa da scuola/Ne ho pianto finché ho capito cosa intendevano/E allora mi sono equipaggiato alla bisogna/Coi miei pugni, uomo/E sono diventato un attaccabrighe senza amici/Ma chi diavolo ero per maledire gente/il cui DNA era il mio stesso per metà/(…)/Ma mica avevo orinato nella loro piscina genetica/e se anche l’avessi fatto non avrebbe avuto importanza/Mi tenevano alla larga/perché la minima diluizione/del loro composto presunto puro/è percepita come inquinante/Ma non siamo solo il prodotto di razza, o ambiente, o destino/(…)/e la tavola degli elementi che vorrebbe tutto classificare/è una favola/(…)/E io sono nero bianco africano indiano d’America irlandese e tedesco/ Un esperimento socio-genetico…/Un simbolo di impurità…/E ne sono orgoglioso.” (Disposable Heroes Of Hiphoprisy, Socio-Genetic Experiment)

The Beatnigs

1. Beatnigs

L’industria musicale ha stabilito che se sei un nero hai due opzioni a disposizione: puoi essere un crooner che canta sciroppose ballate, oppure un B boy teppista con le Adidas ai piedi. Se sei un bianco, invece, ti è lecito essere qualunque cosa – persino, come i Beasties, un B boy! Ma se studi la storia della musica rock ti renderai conto che l’avanguardia, i veri innovatori, sono stati i vari Little Richard, Chuck Berry, Jimi Hendrix… Dei neri.” (Michael Franti, 1988)

Cominciò tutto con un disco, l’omonimo album d’esordio dei Beatnigs, magnificamente al di fuori di ogni schema. Era l’estate del 1988 e quel lavoro prefigurava tendenze e sonorità – la fusione di elementi di rumorismo, punk e metal su un tappeto ritmico ossessivamente tribale, oscillante fra house, hip hop e musica industriale – che negli anni seguenti, in varia guisa, avrebbero furoreggiato, rendendo Ministry, Nine Inch Nails, Rage Against The Machine (per non dire che di alcuni) stelle di prima grandezza. Come sovente capita a chi è avanti rispetto ai tempi, i Beatnigs – quattro neri e un orientale con base a San Francisco – raccolsero invece qualche battimani da critica e colleghi e l’indifferenza delle masse. Bianche e nere.

Spiazzarono i punk (spiace dirlo: un pubblico fra i più tradizionalisti, per non dire reazionari), che tutt’altri suoni si attendevano da un 33 giri marchiato Alternative Tentacles, l’etichetta di Jello Biafra. Risultarono, “ibrido mutante di Last Poets, Test Department, Dead Kennedys, Gil Scott-Heron, Public Enemy” (definizione, azzeccatissima, di un giornalista di “N.M.E”), troppo ostici per una platea di colore che pure già aveva fatto di Chuck D e soci un mito. Rimasero insomma un segreto per “happy few” la cui memoria è tramandata, oltre naturalmente che dall’unico LP dato alle stampe, dagli entusiastici resoconti delle loro esibizioni dal vivo: più performance multimediali che normali concerti, con il palco ingombro non solo degli strumenti tradizionali di un gruppo rock ma anche di lamiere, mazze, trapani, seghe, bidoni, televisori semidistrutti e altri invece funzionanti e sintonizzati ciascuno su un diverso canale (vi ricorda qualcosa, vero?). Fortunato chi potè assistervi.

Riascoltato a sei anni e mezzo dalla pubblicazione, “The Beatnigs” risulta lavoro tuttora fresco e intrigante, ancorché un po’ acerbo, che solo il confronto con la produzione successiva del nostro eroe (che a ogni uscita ha compiuto passi innanzi da gigante) può parzialmente sminuire. Fra l’iniziale Television, brano manifesto del suono e dell’attitudine Beatnigs, e la conclusiva Rules, costruita su loop di sirene e rumori di fabbrica che occupano gli spazi in maniera meno massiccia ma altrettanto completa e claustrofobica della Bomb Squad (il team produttivo responsabile dei primi album del Nemico Pubblico), sfilano diversi altri episodi memorabili: When You Wake Up In The Morning, che innesta brandelli di scratching su una base industriale; Street Fulla Nigs, Control, Nature, che aggiornano la grande lezione dei Last Poets; Malcolm X, che inchioda su un beat tribale una melodia evocativa, una voce solenne, un break jazzy. Da recuperare, assolutamente.

Disposable Heroes Of Hiphoprisy

2. Disposable Heroes Of Hiphoprisy

Non siamo industriali! Siamo industriosi!” (M.F., 1992)

Logoratisi dapprima, i Beatnigs, per la mancanza di un accettabile riscontro commerciale, quindi giunti al capolinea per contrasti sulla direzione musicale da seguire, con solo Rono Tsé ancora al suo fianco (ricchi premi a chi dà notizie di Henry Flood, Andre Flores e Kevin, da allora dispersi), Michael Franti si rifaceva vivo sul finire del 1990, con una nuova ragione sociale, Disposable Heroes Of Hiphoprisy, una nuova etichetta, la britannica Workers Playtime, un nuovo disco, il mini “Famous And Dandy”. Raramente biglietto da visita fu, a dispetto della sua sinteticità (tre sole canzoni, più due versioni strumentali), sì persuasivo: la title-track (che sa di Public Enemy affidati alle cure di Adrian Sherwood), Satanic Reverses (i cui campionamenti di voci arabeggianti richiamano alla memoria gli Eric B. & Rakim dell’immortale Paid In Full), Financial Leprosy (hip hop terrorista alla Decadent Dub Team) chiarirono da subito che i Disposable Heroes avrebbero portato avanti il discorso di contaminazione rock/rap/rumore iniziato dai Beatnigs. Tingendolo maggiormente però, come dichiara la possente, continua pulsazione funky del basso, di negritudine.

Ci vorrà qualcosa come un anno e mezzo prima che, preceduto da altri due 12” (una magistrale riscrittura della beatnigsiana Television e la nuova pietra miliare Language Of Violence, una storia agghiacciante di violenza omofoba su base hard-boiled, alla MC 900 Ft Jesus), veda la luce il debutto adulto dei Nostri. Testimonianza inequivocabile, ciò, di quanto sia ancora difficile catalogare (e dunque vendere) la musica di Michael Franti. Ma che un potenziale commerciale ci sia (il crossover è oramai pratica diffusa) è testimoniato in maniera ancora più inequivocabile dal fatto che l’album esce per una sussidiaria di una major, la Island, che lo promuove con discreto impegno. Più di qualunque sforzo dell’etichetta può però la pubblicità che gli fanno nientemeno che gli U2: Bono lo dichiara “il migliore LP degli ultimi cinque anni” e Franti e Tsé vengono invitati ad aprire diverse tappe della frazione americana dello “Zooropa Tour”, il cui apparato scenico rende più che legittimo il sospetto che Bono, prima di entusiasmarsi per i Disposable Heroes, già avesse avuto intensa frequentazione con i Beatnigs. E ogni sera Television, oltre a far parte del set dei Disposable, è la sigla che annuncia l’ingresso sul palco della band irlandese. La copertura stampa assicurata a “Hypocrisy Is The Greatest Luxury” è, anche in conseguenza di tutto ciò, massiccia, incomparabilmente superiore a quella di cui avevano usufruito i Beatnigs. L’album ottiene discreti riscontri di vendite. Strameritati: siamo alle soglie del capolavoro.

Tutti e cinque i brani già noti vi sono inclusi e gli otto inediti reggono con disinvoltura il confronto. Con note particolari di merito per la rilettura hip hop del cavallo di battaglia dei Dead Kennedys California Über Alles e per il latin-jazz della struggente Musics And Politics. Il testo di quest’ultima è di quelli che restano scolpiti nel cuore.

Se mai la smettessi di pensare a musica e politica/ti direi che a volte è più facile desiderare/e cercare l’ammirazione di cento sconosciuti/che accettare l’amore e la lealtà/di chi ti è vicino/E ti direi che talvolta/preferisco guardarmi/con gli occhi di qualcun altro/Occhi che non siano annebbiati dalle lacrime provocate dal sapere/quale bastardo io possa essere, come i tuoi/(…)/E ti confesserei che talvolta/ricorro al sesso per paura di comunicare/ed è una buona scappatoia/Ma so esprimere altre emozioni che non siano il riso, il pianto e ‘scopiamo’/(…)/Se mai la smettessi di pensare a musica e politica/ti direi che rivoluzionare la tua vita/è tanto difficile/ma è il primo passo di qualunque altra rivoluzione.

Con il suo fare della politica una faccenda non di slogan bensì di riflessioni dolenti (ma non di rado anche ironiche) sui problemi del mondo – dal razzismo alla catastrofe ecologica, dal consumismo al nuovo ordine planetario – e sui travagli cui ci sottopone la vita ogni giorno, “Hypocrisy” è uno degli LP di rap “politico” più incisivi di sempre. Spiace che non sia riuscito a raggiungere il pubblico che dei suoi messaggi (peraltro universali) era il principale destinatario. La popolarità dei Disposable Heroes resterà confinata in ambito rock. Franti se ne adombrerà e studierà come rimediare.

William Burroughs

3. Spare Ass Annie And Other Tales

L’unica volta in vita mia che ho consciamente puntato al successo commerciale è stato quando ho fatto l’album con Burroughs. Pensavo che avrebbe venduto milioni di copie e fui delusissimo quando realizzai che non sarebbe mai stato disco di platino. Nemmeno di linoleum.” (M.F., 1994)

Sessualmente ambiguo, esperto di presunti paradisi artificiali e inferni reali, avvolto da sempre nella leggenda e nel glamour, pregiudicato (uxoricidio e droghe nella sua fedina), controcorrente, carismatico: se mai vi è stato un archetipo della rockstar perfetta, questi è William S. Burroughs. E se mai vi è stato un “original rapper” è ancora lui, l’ormai ultraottantenne scrittore americano. Ascoltarlo sgranare le sue storie sulle basi allestite a sei mani da Michael Franti, Rono Tsé e Hal Willner (produttore di scuola jazz responsabile, fra le altre cose, di memorabili omaggi a Kurt Weill, Walt Disney, Mingus) fa un effetto incredibile. Di “Spare Ass Annie And Other Tales”, album dato alle stampe nel 1993 dalla 4th & B’Way, la stessa sottomarca della Island già editrice di “Hypocrisy”, Franti non ha un’altissima opinione: una tantum, si sbaglia. E di grosso.

Se proprio si deve muovere un rimprovero a “Spare Ass Annie”, ci si può lamentare dell’assenza dei testi nel libretto (decifrare la voce rugginosa di Burroughs è arduo). Altri appunti negativi non si possono iscrivere a carico di un LP straordinariamente fascinoso, che passa con disinvoltura da groove caldissimi, fra jazz e funky, a sprazzi melodici degni del Bernstein di “West Side Story”. Imperdibile?

Spearhead - Home

4. Gli Spearhead

Volevo fare un disco che potessi ascoltare a casa dopo Bob Marley, Sly Stone, Curtis Mayfield – che sono le cose che sento più volentieri ultimamente. Non un album fragoroso, aggressivo. Sarebbe stato un ripetersi… E poi ero stufo di incontrare miei fratelli di colore che mi rimproveravano: ‘Ehi, Michael, mi piacciono le cose che dici, sono d’accordo. Ma tutto quel rumore!’.” (M.F., 1994)

Il mare di facce bianche, con un volto nero solo qui e là, che si è trovato di fronte per due anni a ogni esibizione dei Disposable Heroes (non soltanto a quelle di supporto agli U2) ha sicuramente influito sull’ultima svolta stilistica di questo ex-giocatore di basket dai modi gentili e dal tono di voce sereno ma appassionato. Ma più che di una rivoluzione si è trattato, come sempre nella vicenda umana e musicale di Michael Franti, di un cambiamento nella continuità.

Come il brano simbolo dei Beatnigs, Television, era passato nel repertorio dei Disposable Heroes, così Positive, già sul retro di un mix di questi ultimi, è stata inclusa nel lavoro d’esordio degli Spearhead. Come il percussionista Rono Tsé era stato l’anello di congiunzione fra Beatnigs e Disposable Heroes, così il sapiente fraseggio chitarristico, dalle fragranze intensamente jazz, di Charlie Hunter getta un ponte fra quelli e il nuovo progetto frantiano. E se Musics And Politics riascoltata oggi sa già di Spearhead, Caught With An Umbrella, paragrafo conclusivo di “Home”, ha evidenti punti di contatto con il lavoro dei Disposable con Willner e Burroughs.

Edito per i tipi della Capitol, “Home” è il migliore LP di musica nera del ’94. Di qualunque musica nera: jazz, soul, funky, reggae, hip hop. Sorretto da una band strepitosa e da più di un ospite di riguardo (Vernon Reid, dei Living Colour, il più celebre), con la voce bellissima di Mary Harris a contrappuntare la sua, Franti mette in fila tredici canzoni nessuna delle quali strappa al cielo meno di quattro stelle. Grande, e stupenda, è la confusione stilistica sotto il cielo di questo disco: People In Tha Middle ricama un ritornello soul a presa rapida su una serrata scansione funky; Love Is Da Shit è il capolavoro che gli Style Council hanno tante volte sfiorato; Piece O’ Peace coniuga ragga e acid jazz; Positive è punteggiata da un’armonica alla Stevie Wonder; e via esaltandosi, fino all’ultimo secondo, con particolari note di merito per il ritornello di Runfayalife e per Crime To Be Broke In America, un testo durissimo su un groove dieci piani di morbidezza.

La lista dei saluti di “Home” dice su Michael Franti, sulla sua apertura mentale (ne avete altrettanta, voi? ve lo auguro!), sulle radici della sua arte più di quanto potrebbero dire cento articoli. Eccone un estratto: Consolidated, Souls Of Mischief, Jello Biafra, Schoolly D, Arrested Development, Rage Against The Machine, Guru, Public Enemy, U2, Fishbone, Living Colour, Sonic Youth, Basehead, Gil Scott-Heron, Linton Kwesi Johnson, Mutabaruka, Ziggy Marley, Digable Planets, Goats. Rispetto!

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.3, gennaio 1995.

6 commenti

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6 risposte a “Potere alla parola (bonus track 2): Michael Franti

  1. Che articolo fantastico! Grazie di averlo condiviso, nella speranza che il disco degli Spearhead conosca nuova fortuna.

    • (mi accorgo adesso che il commento compare con un altro nome: in realtà sono sempre Orgio, solo che mi sono dato anch’io al bloggheraggio ed è quindi rimasto il nickname del blog; anzi, ne approfitto: se ti va di farti un giro, la tua opinione sarebbe quantomai desiderabile)

      • Il tuo silenzio cominciava a preoccuparmi. 😉 Nel blog farò un giro senz’altro, anche se un titolo come “l’epopea di Neal Schon” già mi uccide prima dell’articolo (per Neal Schon, ovvio; poi l’articolo può anche essere magnifico). Qui su VMO, se non hai nulla in contrario, d’ora in poi se esci come whipjoj (cosa che però non dovrebbe accadere se i tuoi commenti li posti a WordPress chiuso) ti cambierò di default in Orgio.

  2. Va benissimo, grazie mille! A onor del vero avevo cercato di inserire “orgio” come nome utente, ma wordpress me lo cassava, costringendomi a ripiegare su il nickname di ascendenza metallica (con M maiuscola!) che vedi.
    Dai, non dire così ché magari Neal ha qualcosa di buono anche per te! 😀

    • giuliano

      Al bel post mi permetto di aggiungere, caro Orgio, una nota a margine: l’ottimo Neal Schon (che, mi consentirai, ho evitato di seguire nella sua ricca avventura con i Journey – ahò, l’Aor proprio non lo digerisco) suonò nel 1974 sul debutto solista, self-titled, di Josè “Chepito” Areas, percussionista dei Santana.
      Il risultato è – a mio modestissimo parere – il più bel disco di Santana non realizzato da Santana. E Schon fa la sua porca figura.
      Il disco, che uscì per la Columbia, mi risulta però, purtroppo, di ardua reperibilità. Almeno fino a qualche anno fa.

      • Grazie giuliano. Ammetto di non averlo ascoltato, ma proverò a rimediare. Del resto, se hai letto l’articolo, avrai notato che ho sorvolato su molto della sua produzione, proprio perché non funzionale al discorso sullo stile chitarristico dell’uomo. Sull’AOR che posso dire? De gustibus; però sono certo che non ti è sfuggita la rilevanza storica del fenomeno, se è stato tanto imponente da convogliare sulle sue strade gente tanto diversa come gli Starship e i Survivor, Richard Marx e i Journey. Tutto qua.

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