Una passeggiata sul lato censurato di Lou Reed

Lou Reed - Transformer

Sono ancora indeciso al riguardo, ma quasi quasi me la tengo la mia copia originale di questo disco, comprata per ragioni anagrafiche a qualche anno dall’uscita (probabilmente una buona decina) su una bancarella di usato. Naturalmente, avendo ora una stampa spettacolarmente superiore e che non fruscia, non la farò girare mai più, ma vuoi mettere potere estrarre dagli scaffali un’inoppugnabile prova dell’umana stupidità e di una pruderia che nel Bel Paese era evidentemente forte pure nei liberati anni ’70? Sul retro di copertina di “Transformer” un marinaio in canotta “very macho”, con pacchetto di bionde bloccato sotto una manica, jeans, stivaletti neri a punta e berretto militare stile Wermacht osserva una discinta signorina che probabilmente signorina non è. Evidenti gli effetti che ha su di lui tale osservazione, ben rimarcati dal pantalone attillato. Credeteci o no, la stampa nostrana d’epoca cela il vistoso pacco sotto una striscia dorata alta tre centimetri con la dicitura “Produced by David Bowie and Mick Ronson”. Non potendo ignorare un disco che in Gran Bretagna era andato subito nei Top 20 e negli Stati Uniti li aveva avvicinati, né la presenza in posizioni anche più alte nelle classifiche dei singoli di Walk On The Wild Side, sebbene con quei due mesi di ritardo (così testimonia un’etichetta che recita “1/73”) alla RCA decidevano per la pubblicazione pure in Italia, ma con la penosa censura descritta. Fortuna che nessuno tradusse (c’è da supporre) ai solerti funzionari il significato di quei due immortali versi che – proprio nel brano di punta – del travestito Candy dicono che “never lost her head even when she was giving head”. E come commentare?

Non l’album migliore di Lou Reed, benché infili nella prima facciata tre delle sue canzoni più classiche (l’hard Vicious, una ballata di desolata dolcezza quale Perfect Day e l’irresistibile funk di Walk On The Wild Side), “Transformer” aveva il grande e storico merito di regalare al nostro eroe una carriera post-Velvet Underground, dopo che l’omonimo esordio solistico aveva venduto la miseria di settemila copie. Lavoro quindi a cui bisognerebbe volere bene anche solo per questo, a parte che è un birichino musical su New York di godibilità somma nel suo assieme quanto il successivo “Berlin” (indiscutibile capolavoro, quello, oltre che memorabile suicidio commerciale) sarà disturbante. L’edizione Speakers Corner dà impeto e profondità alla ritmica e lucentezza ai tanti e deliziosi intarsi di arrangiamento. Ne cito uno per tutti: la tuba di Herbie Flowers in una Goodnight Ladies che è congedo in puro stile Broadway.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.252, dicembre 2004.

7 commenti

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7 risposte a “Una passeggiata sul lato censurato di Lou Reed

  1. Gian Luigi Bona

    Sono stupitissimo che quel verso sia passato in USA e (immagino) anche trasmesso dalle radio.

  2. Non mi stupisce affatto l'”italian bigotry”, nè l’arretratezza culturale del Belpaese; stupisce assai più constatare come questa arretratezza sia difesa con fiero piglio provinciale. Ora come allora.

    • giuliano

      Beh, oddìo, in quegli anni altri paesi, sotto molti aspetti più avanzati del nostro, erano come e fors’anche peggio del nostro versante censura. Basti pensare alla copertina di “Country Life” dei Roxy Music, che nella versione Usa uscì orbata delle belle modelle in mostra (rimaneva ridicolmente solo il fondo campestre). O la cover del primo dei Moby Grape, col dito medio di Don Stevenson rapidamente rimosso.
      Innumerevoli altri esempi potrebbero essere fatti per quanto riguarda Usa e Uk. Indimenticabile lo sticker che veniva posto su tanti Cd: “Parental advisory: explicit lyrics”. Come se chi comprava un disco, chessò, di Iggy Pop o dei Public Enemy avesse bisogno di essere messo sul chi va là. O peggio, come se dovesse porlo al vaglio di madre e padre.

  3. Accanto a quei 3 titoli io ci metto, almeno, “Satellite of Love”.

  4. Francesco

    quando canta Vicious quasi si sente il gemito perverso del vizioso, gran bel disco e la “bucolica” serenità di perfect day mette poi i brividi di un disagio montante con il rapido spostamento/sfasamento del narratore nel finale, o almeno così a me pare.

  5. Da vedere anche il documentario della serie “Classic Albums”, dove il bassista delle sessions spiega come il riff di “Walk on the wild side” è suonato in realtà da DUE bassi. Fu lui a spingere perché fosse così, facendolo sentire a Bowie e Ronson. Il motivo? I sessionmen venivano pagati un tot a traccia incisa. Poi dicono che l’arte e il denaro sono due cose in antitesi…

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