Femme Fatale (per Nico, che oggi avrebbe settantacinque anni)

Andy Warhol Presents Nico

…oh come posso spiegare/è così difficile continuare/e queste visioni di Johanna/mi hanno tenuto sveglio fin dopo l’alba/(…) mentre la mia coscienza esplode/le armoniche suonano chiavi per tutte le porte/e la pioggia e queste visioni di Johanna sono ora tutto/quel che rimane

Nella foto sul retro di copertina di “Chelsea Girl” Nico è bellissima. I capelli biondi le spiovono sulle spalle, la frangetta sugli occhi, tracimando le dighe di sopracciglia sfumate che contrastano singolarmente con lineamenti netti, angolosi. Le labbra sono grandi e volitive, gli zigomi alti, gli occhi che puntano fisso l’obiettivo mari in cui sarebbe dolce naufragare. L’espressione è nel contempo decisa, quasi imperiosa, e interrogativa. Nei due scatti che sfumano uno nell’altro sul davanti lo sguardo punta invece il vuoto, assorto. Un broncio amabile inturgidisce le labbra. Dal maglione blu notte emergono mani forti che tradiscono un’età più avanzata dei venticinque anni dichiarati al tempo.

Alle dee non si chiede la carta d’identità. Victor Bockris e Gerard Malanga, che dei Velvet Underground dovrebbero essere le persone che più si intendono, in Uptight fanno nascere Nico a Budapest nel marzo 1943, facendosi complici forse involontari di una probabilissima, pressoché certa bugia. Altri biografi situano l’evento in Germania, a Colonia, anticipandolo di quattro anni e mezzo, al 16 ottobre 1938. Una data più plausibile, dacché se no bisognerebbe accettare l’idea che avesse undici anni quando volò a Ibiza per diventare una modella e sedici quando a Roma Fellini le offrì a prima vista una particina ne La dolce vita. Diciassette quando si recò a New York per studiare recitazione, nella stessa classe di Marilyn Monroe, con Lee Strassberg. Nel 1962 fu suo uno dei ruoli principali nel francese Strip-tease. A quel periodo dovrebbe risalire l’inizio di una relazione con Alain Delon, sex symbol maschile per eccellenza del tempo, il solo uomo a sedurla e abbandonarla piuttosto che il contrario. Nacque un bambino, Ari, la cui voce si può ascoltare in “Desertshore”.

Non sappiamo allora con certezza quanti anni avesse Nico quando Andy Warhol la elesse a sua musa e anche le origini del nome d’arte sono incerte. Due le scuole di pensiero al riguardo: la prima sostiene che si trattasse di un’anagramma di “icon”, icona; la seconda che a ribattezzare così la comunque giovanissima Christa Paffgen fu il primo fotografo per cui posò a Ibiza, in onore di un suo amante morto. Una donna misteriosa, insomma, e cosmopolita. Parlava sette lingue e fra il 1960 e il 1964 si divise fra Londra, Parigi e New York facendo ovunque strage di cuori. Fu nella capitale britannica che ebbe il suo primo contatto con il mondo del pop. Conobbe il chitarrista dei Rolling Stones Brian Jones. Jones la presentò al manager Andrew Loog Oldham, per cui tramite arrivò a pubblicare, l’anno dopo, un 45 giri per la Immediate, I’m Not Sayin’/The Last Mile. Lato A di Gordon Lightfoot, retro di Jimmy Page, che vi suona pure. Sempre nel 1964 ma a Parigi, Bob Dylan compose per lei I’ll Keep It With Mine, una gemma folk-rock di abbacinante splendore, e gliene fece dono. Due anni dopo sarà con Nico in testa che Dylan scriverà Visions Of Johanna, uno dei vertici del capolavoro “Blonde On Blonde”. Fu proprio il vate di Duluth (la data è incerta) a introdurla nel giro di Warhol.

Erano fatti l’uno per l’altra – lui geniale e vanitoso, sempre bramoso della luce dei riflettori; lei evidentemente nata per vivere sotto quei fari, senza però nulla concedere alla curiosità della platea e degli altri teatranti – e si piacquero. Lei gli disse: “Voglio cantare”. Lui d’imperio la fece diventare il quinto Velvet Underground.

Non voglio offendere e annoiare il lettore riproponendogli per l’ennesima volta la storia di tale gruppo. Chi non la conosce? Possiamo allora saltare a pie’ pari le tre immortali canzoni, Femme Fatale, All Tomorrow’s Parties e I’ll Be Your Mirror, che uniche testimoniano la breve permanenza della vamp nella compagine di Lou Reed e John Cale. Nico non fu mai organica ai Velvet: Lou Reed, per quanto ne fosse anch’egli affascinato, sapeva che una presenza tanto carismatica avrebbe finito per metterlo in secondo piano e ne era geloso; Cale aveva subito trovato un’ottima intesa, umana e artistica, con l’intrusa ma non se la sentì di opporsi alla sua esclusione dal gruppo. Non sono tuttavia d’accordo con quanti negli anni hanno scritto che la cantante tedesca era estranea al mood velvetiano, parendomi invece straordinariamente affine per estrazione culturale al più mitteleuropeo dei complessi americani. Non sarebbe se no stata in grado di rendere così profondamente sue quelle tre canzoni e una quarta, I’m Waiting For The Man, che Lou Reed le impedì di cantare e lei seppe prendersi comunque facendone uno dei punti focali dei suoi concerti. Sia come sia, quando i Velvet entrarono in studio per registrare “White Light White Heat”, Nico era tornata alle sue radici folk-rock e la sera intratteneva gli avventori del Dom Club, in St. Marks Place, con un repertorio per il momento tutto di cover.

In quei concerti circonfusi di Mito la accompagnò una parata di stelle e angeli destinati a cadere che colma di reverenza soltanto a enunciarla: fino a tre Velvet in una volta, Ramblin’ Jack Elliott, Tim Hardin, Tim Buckley, un appena adolescente Jackson Browne. Quest’ultimo di Nico divenne, oltre che il chitarrista preferito, l’amante e per questo lo invidio quanto è umanamente possibile invidiare qualcuno.

Non avendo a disposizione una macchina del tempo che possa farci partecipi di quelle sere newyorkesi, un più che accettabile surrogato è rappresentato da “Chelsea Girl” (***1/2), LP dato alle stampe nel 1968 dalla MGM. Vi sfilano tutti i brani che Nico cantava al Dom e che non canterà mai più. È un album molto diverso da quelli che lo seguiranno, malinconico nell’umore ma niente affatto opprimente, pieno di chitarre arpeggiate e masse d’archi ondivaghe. Nico è titolare, con Reed e Cale, di una sola canzone, It Was A Pleasure Then, che un substrato rumoristico separa dal resto della scaletta sottolineandone le ascendenze velvetiane. Non è l’unico contributo a provenire da quelle parti. Lou Reed, che qualche rimorso doveva provarlo, firma con Cale Little Sister e con Sterling Morrison la meravigliosa melodia della title-track. Il solo Cale è l’autore di Winter Song, che un flauto insidioso colpisce al cuore, e dell’adeguatamente onirica Wrap Your Troubles In Dreams, un titolo che i Velvet avevano in repertorio, come abbiamo appreso all’uscita del cofanetto “Peel Slowly And See”, già nel 1965. Jackson Browne proclama il suo talento con le melodrammatiche The Fairest Of The Season, These Days e Somewhere There’s A Feather. Tim Hardin firma Eulogy To Lenny Bruce, scheletrica e ombrosa. E poi c’è I’ll Keep It With Mine: una versione favolosa, superiore tanto a quella, zoppicante, del suo stesso autore (rintracciabile in “The Bootleg Series Vol. 1-3”) che a quelle, pure eccelse, offertene dai Fairport Convention (in “What We Did On Our Holidays”) e da Susanna Hoffs (in “Rainy Day”).

Nico

Mi piacciono le canzoni tristi, quelle tragiche… Amo improvvisare con le note, seguendo l’ispirazione del momento”: così Nico nelle note di copertina di “Chelsea Girl”. Tale programmatica dichiarazione verrà posta in essere sin dall’anno dopo. Distanze siderali separano “The Marble Index” (****), uscito per la Elektra, dal suo predecessore. Scomparse le chitarre folk e tutti gli archi tranne la viola di John Cale, che cura anche gli scarni arrangiamenti, sale per la prima volta al proscenio l’harmonium. Lo suona la stessa Nico, con tecnica elementare ma eccezionalmente efficace, e la sua timbrica chiesastica marcherà a fondo ogni disco da qui in avanti, anche perché è lo strumento che l’ex-Velvet, che da sola interprete era diventata autrice, userà sempre per comporre. Il suo stile inconfondibile è esemplificato alla perfezione da un LP dai toni foschi, sovente più catacombali che liturgici. Ascoltate la barcollante epopea di Lawns Of Dawns, i rumori spastici di Facing The Wind, il bordone organistico di Roses In The Snow (prezioso inedito regalato dal CD con un’emozionante, cantata a cappella, Nibelungen): è roba al cui confronto i Joy Division paiono arguti dicitori di freddure. Soltanto la melodia romantica di No One Is There e l’incipit  rotiano di Julius Caesar (Memento Hodie) smorzano l’estrema cupezza delle atmosfere.

Un anno e una casa discografica dopo (la Reprise; sei 33 giri in studio, sei case discografiche: un record imbattibile e un dato che la dice lunga sull’appeal commerciale di questa artista), vedeva la luce “Desertshore” (****1/2). Sia il davanti che il retro di copertina sono illustrati da fotogrammi tratti da La cicatrice intérieure, un film del regista di avanguardia Philippe Garrell. Nico l’aveva conosciuto in Italia un anno prima e fra il 1969 e il 1974 fu la mattatrice di una decina di sue pellicole, storie confuse dalle ambientazioni esotiche (Islanda, Egitto, la Valle della Morte), tutte incentrate sul suo personaggio. La musica ha in effetti, in qualche frangente, fragranze cinematografiche e rispetto a “The Marble Index” è più lieve, spesso dolcissima.  L’iniziale, solenne fino a rasentare l’innodia, Janitor Of Lunacy (comunque una delle creazioni più memorabili di Nico) è sviante. La seguente The Falconer parte maestosa ma è presto illuminata da un pianoforte sbarazzino. My Only Child è una tenera ninnananna per voci dall’afflato gregoriano. Le petit chevalier è una miniatura di filastrocca cantata dal settenne Ari. Prima della cadenza da minuetto di All That Is My Own, c’è ancora spazio per la viola arrogante (sempre John Cale, ça va sans dire) e l’harmonium svisante di Abschied (la prima canzone in tedesco di Nico), il piano vivace di Afraid e quello che contrappunta l’harmonium severo di Mitterlein (cantato di nuovo nella lingua di Goethe).

Fu sempre l’album preferito da Nico, quello che i suoi amici più intimi suonarono su un mangiacassette il giorno, era il 16 agosto 1988, che le sue ceneri furono sepolte a Berlino, in un piccolo cimitero ai bordi della foresta di Grunewald. E chi sono io per aver da ridire?

Il 29 gennaio 1972, al Bataclan di Parigi, Nico, John Cale e Lou Reed tornarono insieme per un’unica, storica serata, poveramente documentata da un bootleg ristampato un numero infinito di volte. Il 1° giugno del 1974 un altro concerto epocale, al Rainbow di Londra questo e con Kevin Ayers, John Cale e Brian Eno, segnò il ritorno sulle scene, dopo due anni e mezzo di silenzio, della signora Paffgen. Lo scatto di copertina di “June 1, 1974” (Island) è deprimente: Nico appare appesantita, incredibilmente invecchiata. Il trucco evidenzia anziché celare un pallore malsano e le borse sotto gli occhi impressionano. Se fisicamente è in sfacelo, come artista è invece allo zenit. Lo testificano la stravolta rilettura della doorsiana The End che è il suo contributo al disco tratto dalla serata e quella non meno mozzafiato che intitola il suo quarto album in proprio (****1/2), pubblicato dalla Island e prodotto al solito da John Cale (ospiti prestigiosi, Phil Manzanera dei Roxy Music e Eno). Inferiore per quanto attiene alla qualità della scrittura (fra i sei brani autografi solamente Secret Side ha la statura dei classici) rispetto a “Desertshore”, “The End” lo sopravanza per compattezza e capacità di avvincere sul lungo termine. Il sorprendente e discusso congedo, l’inno tedesco nella versione in uso sotto il Terzo Reich (una sua esecuzione dal vivo a Berlino causò un tumulto nel teatro), sembrò un addio.

Bisognò aspettare sette anni per vedere un nuovo LP di Nico nei negozi. I sette anni successivi, gli ultimi della sua vita, furono al contrario affollati di concerti e (un po’ meno) di uscite discografiche. Oggettivamente, è una Nico minore quella degli ’80. “Drama Of Exile” (Aura, 1981)(**1/2) fu il suo primo (e fortunatamente ultimo) album senza John Cale e con a supporto un gruppo classicamente rock. Fa il verso alla new wave britannica con dignità ma, tolta Purple Lips e le riletture di Waiting For The Man e di Heroes, senza guizzi. Molto meglio “Camera Obscura” (Beggars Banquet, 1985) (***1/2) con Cale nuovamente al timone e la tromba di Ian Carr a trapuntare una versione da brividi di My Funny Valentine e la futuristico/arabeggiante Into The Arena. Tananore, dal ritmo fra il marziale e l’industriale, la mesmerica Win A Few e König (quasi una seconda Janitor Of Lunacy) sono del tutto all’altezza del precedente canone nichiano, pur distaccandosene in parte.

L’Italia è come Las Vegas: non si nega mai un ingaggio a una vecchia gloria. Così Nico suonò tantissimo dalle nostre parti nella prima metà dello scorso decennio, a volte da sola, a volte accompagnata da onesti mestieranti. Siccome c’erano serate in cui la magia di “The Marble Index”, di “Desertshore”, di “The End” (addirittura di “The Velvet Underground And Nico”) riviveva diverse leve di ascoltatori si innamorarono di lei. Anche se le scalette si somigliavano troppo da una volta all’altra e la bellezza di un tempo era un ricordo. Anche se la voce era sempre più cavernosa, oltre l’androgino. Suonava talmente spesso che non la vidi mai. Continuai a dirmi che c’era tempo, tanto sarebbe tornata sei mesi dopo, finché non morì. Accadde il 18 luglio 1988, là dove la crisalide si era fatta farfalla, a Ibiza. Lei che era sopravvissuta a lustri di troppo fumo, troppo alcool ed eroina, se ne andò per una caduta in bici. La vita è buffa. Oppure una merda, fate voi.

Se ve la perdeste per le mie stesse ragioni oppure perché eravate troppo giovani, i tanti live usciti a partire dall’82 e un briciolo di immaginazione possono aiutarvi: “Do Or Die!” (ROIR, 1982) e “Behind The Iron Curtain” (Dojo, 1986) sono forse i migliori del mazzo.

So cosa ha rappresentato Nico per la mia generazione e per quelle che l’hanno preceduta o seguita immediatamente. Non ho sinceramente idea se il pubblico giovane di oggi conosca qualcosa di lei a parte i Velvet. Se a qualcuno importi ancora. Il fatto è che i dischi restano in catalogo e ciò vuol dire che si vendono. Solo copie usurate che vengono sostituite? Mi piace pensare che ci siano, là fuori, ventenni che le visioni di Johanna continuano a illuminare.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.7, settembre/ottobre 1998.

14 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

14 risposte a “Femme Fatale (per Nico, che oggi avrebbe settantacinque anni)

  1. Gian Luigi Bona

    Difficile spiegare il segno che la sensualità di Nico lasciò sul sedicenne che ero quando nel 1977 ascoltai per la prima volta Velvet Underground & Nico.
    La sua voce calda in “Sunday Morning” è sempre straordinaria nonostante il numero incredibile di ascolti.
    Non penso sia assurdo dire che la sua sensualità ha dato parecchio da pensare ai nostri ormoni.
    Mi è dispiaciuto molto quando ci ha lasciati in quel modo assurdo per una persona che non aveva risparmiato brutture chimiche al suo corpo.
    Una donna che aveva vissuto ciò che nessuno dovrebbe vivere: la morte del proprio figlio.
    Ciao Nico. Salutami Edie.

  2. Concordo su tutto. Unico appunto: la voce ‘calda’ di “Sunday Morning” è di Lou Reed, non di Nico…

  3. Consolati Eddy, io ho 33 anni e mi rinchiudo ben volentieri in una Camera Obscura, socchiudendo gli occhi e sognando lo sguardo di Christa.

  4. Io ne ho 28 e The End, Marble Index e Chelsea girl fanno parte della mia formazione musicale…

  5. giuliano

    “Niiicooo… Niiicooo..” Mastroianni che la chiama incontrandola a Via Veneto in una scena de “La Dolce Vita”.
    Oggi tutto è finito, ma pensando che vi fu un tempo così, una Roma così, che vi furono Fellini, Mastroianni e Nico – e tante altre cose – non mi voglio negare il piacere di una stretta al cuore.

    Ps: In “Desertshore” io non riesco a trovare nulla di lieve e dolce. Il primo ascolto, diversi anni fa, fu un’esperienza inquietante, musica di un fascino diabolico. Trovo Le petit chevalier, poi, agghiacciante, una filastrocca stralunata che mette i brividi. Punti di vista.

  6. Sanaview

    Ottimo pezzo, condivido tutto, anche l’invidia per Jackson Browne. Visto che ti sei avviato in un walk on the Velvet side adesso sotto con la troppo sottovalutata Moe Tucker!

  7. giuliano

    “I don’t know if I would classify it as oppressive or depressing, but I do know that The Marble Index scares the shit out of me”.
    Lester Bangs

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...