Da “All Tomorrow’s Parties” al Tea Party: la bizzarra parabola di Maureen Tucker

Velvet Underground

Che bella cosa che da qualche settimana ci sia un’eccellente ragione per tornare a celebrare colei che fu il motore ritmico dei Velvet Underground. È stata una scusa per riprendere in mano una quaterna di ottimi quanto negletti album e una biografia che può fare almeno comprendere, se non giustificare, come abbia fatto costei a divenire – sebbene in maniera casuale – una delle propagandiste più celebri di quel coagulo di populismo a stelle e strisce del più gretto e irragionevole che va sotto il nome di Tea Party. La storia è nota e la faccio breve. Nell’aprile 2009, a una manifestazione di un movimento al cui confronto certo leghismo pare quasi progressista, una TV della Georgia intervista alcuni  partecipanti e fra gli interventi spicca per foga quello di tal – recita la sovraimpressione – “Maureen Tucker, Tea Party supporter”. Non fossimo nell’era di YouTube nessuno ci farebbe caso, non succederebbe nulla e comunque nulla succede per un anno e mezzo. Tanto passa prima che qualcuno posti il video e la blogosfera entri in subbuglio. Possibile che sia… lei? Non lo fosse, è una che le somiglia parecchio e, non bastasse, vive dove si sa che la Tucker – appesi definitivamente al chiodo i mazzuoli piuttosto che quelle bacchette che raramente ha usato – si è trasferita ad allevare nipoti, dopo avere sacrificato una vita ad allevare figli. Provvede l’“Huffington Post” a rintracciarla. Non riesce a strapparle un’intervista ma, poco dopo, la Tucker si concede al “Riverfront Times” ed è allora che scoppia il putiferio. Ho letto cose che voi umani… E mi sono infuriato. Poi però ci ho ragionato su (che in sottofondo andassero dischi che non ascoltavo dal secolo scorso ma che avevo evidentemente ascoltato tanto, per quanto mi sono risultati familiari, ha aiutato) e ho inteso come possa una simile icona di coolness – un nucleo di innocenza al centro dell’epopea di decadenza velvettiana; un modello per tutte le ragazze che dopo di lei hanno suonato il rock; uno stile strumentale tanto splendidamente ineducato quanto straordinariamente influente – scambiare Obama per il Male Assoluto. Una moderatissima riforma della sanità per l’avvento del Comunismo. È che a Moe Tucker la vita non ha regalato nulla, se l’è guadagnata con il sudore della fronte e questo prima, dopo e in mezzo avere partorito con dolore. Non suonava nell’ultimo LP dei Velvet, “Loaded”, perché debilitata dalla prima gravidanza, lasciava il rock per un’esistenza da casalinga e i sacrifici autentici non erano ancora cominciati. Avendo divorziato, dovrà per mantenere se stessa e la numerosa prole impiegarsi a lungo da commessa di supermercato, sottopagata e senza tutele. Sua versione dell’American Dream sarà tornare a calcare i palcoscenici una volta cresciutili quei figli, salvo riabbandonarli per occuparsi di una nuova generazione di Tucker. Moe: vecchia prima del tempo ma a suo modo ragazzina, per sempre.

Due delle chicche discografiche che conservo più gelosamente sono i suoi esordi da solista a 45 e  33 giri, ’80 e ’81 ed entrambi per una fantomatica Trash Records, acquistati (a buon prezzo e quando ancora non si erano materializzati dei successori) da un mitico personaggio del sottobosco dei collezionisti torinesi (impresario di pompe funebri, a pianterreno teneva le bare, al primo piano i vinili; a casa sua entravi mani in tasca). Il singolo è imperdibile per una Will You Love Me Tomorrow? (dalle Shirelles) ai limiti dell’angelico. “Playin’ Possum” per tutta una serie di altre cover, scelta invero curiosa visto che a una Bo Diddley e a una Louie Louie fra le più grezze di sempre, a un omaggio a Chuck Berry e a uno duplice a Little Richard si affiancano una Heroin più disturbante dell’originale (ascoltare per credere), una I’ll Be Your Baby Tonight (Dylan) trafigurata in vaudeville  e nientemeno che il Concerto in re maggiore di Vivaldi. Fa tutto la titolare: produce, canta e suona chitarre, basso, batteria, percussioni, sax, sintetizzatore, armonica.

È una bella ma falsa ripartenza, siccome non sarà che dall’89 – e solo fino al ’94: quinquennio in compenso fittissimo di eventi, improvvida reunion dei Velvet inclusa – che Maureen potrà coltivare una carriera artistica sua. La propiziano l’amicizia con Jad Fair degli Half Japanese (stuzzicante secondo prologo è nell’87 un mini che i due congiurano assieme con dentro riletture di Velvet Underground e Jimmy Reed) e la devozione totale che nutrono per lei nuovi eroi dell’underground USA quali Violent Femmes e Sonic Youth. I secondi sono ospiti al completo (presenza al pari vistosa e ispirata di quella di un benedicente Lou Reed) nel fantastico “Life In Exile After Abdication” (50 Skidillion Watts, 1989), lavoro che adoro dall’incipit apoteosi di rock’n’roll tagliente, incalzante, gioiosamente cattivo di Hey Mersh! al melodicissimo suggello di Do It Right. Altri e antipodici apici una Spam Again deliziosamente fra Modern Lovers e Tom Tom Club e una Chase stridente, minacciosa, guerriera (ma come ha imparato a scrivere, Moe!); una sibilante ma sempre dolcissima e per niente pletorica Pale Blue Eyes e la petulante cantilena Talk So Mean. Esalta appena appena di meno nel ’91 “I Spent A Week There The Other Night” (New Rose), in cui la sezione ritmica è spesso quella dei Violent Femmes e che all’epoca faceva rumore soprattutto perché vedeva riuniti per la prima volta in uno stesso pezzo, il lugubremente acido I’m Not tutti e quattro i Velvet. Sarà allora solo suggestione se Blue, All The Way To Canada pare rimandare a Beginning To See The Light? Se Stayin’ Put sembra una outtake di “Halloweed Ground”? Laddove Fired Up è distillato di ferocia punk e Baby, Honey, Sweetie una scheggia di Grease, That’s Bad sono i Feelies al rallentatore e Then He Kissed Me di nuovo i Velvet ma dei Velvet che non ci furono mai, quelli del terzo LP e però con Cale.

Nel ’94, senza che nessuno lo immagini e probabilmente manco l’artefice, “Dogs Under Stress” (ancora New Rose) è congedo viceversa un po’ dimesso. Ma per amarlo e giustificarlo basterebbe una struggentissima Danny Boy che miracolosamente l’interprete sottrae al cliché. Favolosa (una volta di più) Maureen.

Moe Tucker - I Feel So Far Away

I Feel So Far Away

Con una larga maggioranza di un catalogo che conta più articoli di quello originale dei Velvet Underground (senza che in molti se ne siano accorti) irreperibile non da lungi ma addirittura dall’uscita, per chi deve mettersi in pari la pubblicazione da parte della sempre ganzissima Sundazed di “I Feel So Far Away”, antologia “alla carriera” di Maureen Tucker con registrazioni che vanno dal ’74 al ’98, giunge quantomai propizia. Quantitativamente generosa (CD doppio con trentadue brani in scaletta, o se no triplo vinile sfortunatamente con soli ventotto), la raccolta segue un ordine all’incirca cronologico e, a una ben ponderata scelta di titoli tratti dai quattro album in studio, affianca un bel gruzzoletto di rarità non per modo di dire. Per quanti non hanno intenzione di uscir matti, né di spendere una cifra complessivamente importante, per recuperare chicche come il primo singolo autoprodotto (copertina che ha tutta l’aria di essere stata incollata a mano e sul retro una tenerissima foto della piccola Kate dietro la batteria di mammà) o l’EP “MoeJadKateBarry” (con inserto, mi raccomando! e possibilmente in vinile verde), l’antologia è imperdibile. Ai limiti della perfezione nel ritratto che offre di una grande, grandissima esiliata del rock’n’roll.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

13 commenti

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13 risposte a “Da “All Tomorrow’s Parties” al Tea Party: la bizzarra parabola di Maureen Tucker

  1. L’articolo è splendido. Resta però un dubbio: ma perché mai il Tea Party, e in generale la rete mediatica della destra americana, dovrebbe avere interesse a ripescare queste vecchie glorie dello show biz per chiedere il loro parere su questa o quella questione politica? Che potenzialità di orientamento elettorale riveste, in tutta onestà, gente come Moe?
    Me lo chiedo da che ho visto un dibattito su Fox News, cassa di risonanza di Tea Party e dintorni, dove a discettare della riforma sanitaria avevano chiamato Rickey Medlocke.
    (P.S. Cosa dici del blog?)
    Ciao

    • (Mi è piaciuto molto “plettratori”. Ben fatto, anche se mediamente gli argomenti affrontati non sono esattamente la mia tazza di thè. Il pezzo di Bon Jovi è una delle cose più orrende ch’io abbia mai ascoltato. Cento volte meglio la “cover” di Ligabue.)

      • “Plettratori” perché nomina sunt natura rerum. Sulla scala di valore Bon Jovi-Ligabue mi trovo d’accordo, ma mi sembrava giusto far notare il collegamento.
        Immagino che la musica trattata non sia esattamente il tuo genere d’elezione, ma come la tua opera su carta è stata il primum movens dello scrivere di musica, così la tua “benedizione” telematica è motivo sufficiente per continuare ad appestare la rete con considerazioni su questo o quel disco (sono sicuro che Peviani potrebbe dire lo stesso di sé, se passasse di qua e leggesse! 😉 ).
        Ciò detto, cosa pensi di sta storia di Moe alle prese, lei sì, con un party a base di (tazze di) the? Continua a sconcertarmi.

      • Su Moe e la sua adesione al Tea Party direi che ti ha già ben risposto il Frigieri. La sua ricostruzione è puntigliosa quanto è comunque grande la delusione che si prova nel vedere una persona che ha contribuito la sua parte a fare di noi ciò che siamo (non so se vale per te, ma per me è certamente così) schierata su posizioni politiche del tutto opposte al nostro sentire.

      • Non posso che accodarmi, per convinzione prima e quindi per deferenza.

      • Orgio, confermo che un cenno del capo del Venerato può darti la carica per almeno altri 5 post… (e non mi sono ancora ripreso dalla vertigine di essere inserito nel suo blogroll…).
        Il tuo blog è partito molto bene: sia per la qualità di scrittura che per l’originalità degli argomenti. Il tuo è un solido approccio da critico vero (mentre io mi limito ad “appestare” con il mio “diario in rete”), sarà un piacere seguirti.

  2. Moe Tucker è sempre stata una cattolica osservante e anche durante il periodo di militanza con i VU andava spesso a messa, non prese mai droga e aveva opinioni piuttosto dirette e dure su diversi membri della Factory. Quando eri nella stessa stanza con lei, a detta di molti, dovevi cercare di evitare di dire parolacce, altrimenti ricevevi rimproveri piuttosto perentori. Inoltre, quando si trovò un lavoro, nonostante avesse diversi figli da mantenere, non aveva paura di mettersi nei pasticci per difendere le proprie idee e comunicava sempre in maniera molto diretta e decisa con i propri superiori e divenne relativamente celebre un suo rifiuto di una gratifica di 5 $ al suo capo presso Walmart, dove lavorava. Fu l’unica a rifiutarla e rispedirla al mittente dicendo che era “Una presa in giro”, infuriandosi con le altre colleghe che la presero dicendo che era “meglio di niente”. Gli stessi Reed e Cale hanno detto più volte che la Tucker era una persona molto amabile ma che “non si faceva mai mettere i piedi in testa” e difendeva con foga le proprie posizioni senza paura dello scontro. Insomma, non è che sia tutta questa novità, ecco. (Poi che il Tea Party sia un’accozzaglia di invasati esaltati figli di puttana, neanche questa è una novità 🙂 ) * su “Peeled” di Rob Jovanovic c’è un bel ritrattino della Tucker molto interessante.

  3. giuliano

    Trovo che tutto ciò faccia parte integrante del personaggio: bizzarro, geniale, fuori-classe (nel senso letterale). Come abbia fatto una persona col taglio ben riportato da Frigieri a finire nella Factory e nei VU rimane un mistero. Come anche misterioso rimane il suo modo di suonare la batteria: senza dottrina, senza tecnica, eppure straordinario, ipnotico, ferocemente avanti.

    Rimane un fatto io credo importante per capire il posizionamento politico di intellettuali e artisti in America e in Europa.

    In Europa una parte consistente dell’intellettualità si compromise col nazismo e col fascismo, alcuni in modo gravissimo (Celine, Hamsun, Pirandello, Gentile, Drieu La Rochelle ecc.). Nel secondo dopoguerra è stato forse anche un sottaciuto senso di colpa che ha irreggimentato il ceto intellettuale – nella sua massima parte – su posizioni libertarie o di sinistra in generale.

    In America questo non è avvenuto: artisti e intellettuali sono tendenzialmente schierati sul versante liberal, ma ciò non toglie che siamo assai numerosi i casi opposti. E ciò desta assai meno perplessità che da noi.

    Per quanto mi riguarda la cosa, che prima mi colpiva, oggi non mi fa quasi più effetto. Mi mangiai il fegato quando seppi di Dennis Hopper oppure di Giovanni Lindo Ferretti. Lascerei agli artisti, quelli grandi almeno, la libertà di delirare a patto che quello che ci regalano sia importante. Altrimenti non dovremmo più leggere, chessò, Jack Kerouac, che negli ultimi anni svalvolò di brutto (o magari non svalvolò: era veramente un arcigno conservatore razzista e nessuno se n’era mai accorto prima).

    • Analisi interessante e condivisibile. Per quanto riguarda l’Europa, però, ci sono anche i movimenti, spesso dirompenti, originati dalla generazione degli anni Trenta, troppo giovane per farsi coinvolgere dai totalitarismi di destra, e da quella immediatamente post-bellica (tra cui anche i coetanei di Maureen Tucker): anche se spesso sono stati di ispirazione dichiaratamente marxista, mi pare difficile liquidarli come frutto di un latente senso di colpa per le compromissioni del passato.
      Però giustamente, come scrivi tu, in Europa, o perlomeno nell’Europa continentale (c’è differenza?), un Clint Eastwood sarebbe inconcepibile.

      • Francesco

        Orgio, qui da noi un Clint sarebbe inconcepibile perchè l’intelletuale europeo è più portato alle seghe mentali rispetto a quello d’oltreoceano. credo dipenda dal tipo di vita, ambiente, la cultura che si respira, il peso della tradzione, dì fatto sta che a noi per piacerci Eastwood dobbiamo “ammantarlo” di una patina che non è propriamente la sua, quasi a nostra giustificazione, per cui poi ci si stupisce che vada a fare il bischero alla convention repubblicana.
        Ma in realtà il problema è più nostro che suo, ci riesce diffcile accettare che un robusto conservatore possa aver tirato fuori dal cilindro film “progressisti” (ma il senso filmico assai “classici”) come possono essere Bird, Mystic River, Million Dollar baby o GranTorino.
        Quindi non mi sorprendo più di tanto per Moe Tucker, come per il sopravvalutatissimo Keruac. Certo preferirei vedere i miei “eroi” coerenti fino in fondo, ma ormai di eroi non ne ho più da tempo, per cui le umane debolezze e cantonate le capisco. E ammetto anche che la gente cambi con il tempo. Con il dovuto rispetto e senso delle proprorzioni, ma non avete visto cosa è successo qui da noi? a guardare le giravolte fatte da tanti compagni non c’è da farsi venire il mal di testa? E alla fine io che rimango sempre di sinistra poi mi trovo più in sintonia “operativa” con un vecchio signore liberal come Bobbio o con un conservatore come il vecchio Clint o con le acute osservazioni del mattiniero Boldrini.
        ciao
        PS Orgio, non male il tuo blog, anche per me la musica non è proprio la mia (i Journey no, ti prego) ma sei in gamba e un vero appassionato, si sente eccome.

  4. Secondo me una canzone come “Guarda che non sono io” di De Gregori spiega bene la distanza uomo-artista. Nel senso che la manifestazione artistica, qualsiasi essa sia, occupa solo una parte del cervello del suo creatore e non è la sua totalità. Van Gogh non è un girasole e nemmeno un orecchio tagliato. Moe Tucker non è tutta in un ritmo di batteria suonato in piedi oppure in una dichiarazione omofoba. Inoltre c’è da valutare l’età che aveva e l’età che ha. Credo che ognuno di noi se prova a pensare ad un argomento e all’opinione che ne aveva a vent’anni rispetto magari a quella di adesso che ne ha (riempire lo spazio) la troverà cambiata, spesso anche profondamente. Ogni uomo ha un percorso, è inutile prendersela più di tanto. Infatti se provate a toccarmi Clint Eastwood vengo a casa vostra e vi ammazzo 🙂

    • Mirko Saltori

      Però se Robert Wyatt diventasse reazionario e rilasciasse dichiarazioni razziste, ecco, in quel caso sì che mi addolorerei senza possibilità di guarigione… 🙂

  5. Rusty

    Clint Eastwood: con e senza cappello, ovviamente.

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