Potere alla parola (bonus track 3): MC 900 Ft Jesus

MC 900 Ft Jesus - Welcome To My Dream Poster

Nel primo articolo con cui lo omaggiò il defunto “Melody Maker” così si espresse riguardo a Too Bad, traccia di apertura di un EP autoprodotto su Gonga Records di oggi leggendaria irreperibilità: “the most essential rap track of 1989” (è in realtà dell’88). Si era in luglio. Undici mesi più tardi il “New Musical Express” gli faceva eco, riguardo al debutto adulto “Hell With The Lid Off” con un lapidario “uno dei migliori album hip hop usciti quest’anno”. La buona stampa non  mancò mai a Mark Griffin, in arte MC 900 Ft Jesus, alias ispiratogli da un delirante sermone di un predicatore televisivo, quell’Oriel Roberts che minacciò di impiccarsi in diretta se i fedeli non avessero donato alcuni milioni di dollari, indispensabili per “portare a termine l’opera del Signore” (i soldi giunsero). Elusivo fu semmai il successo, quello vero, non il culto ispirato da fanzine e radio universitarie, che si fece corteggiare a lungo prima di concedersi – a quanto pare a tempo scaduto – soltanto nel 1996, quando il solito spot dei soliti jeans mise improvvisamente in auge un brano vecchio a quel punto di sei anni. Altri sei ne sono trascorsi da allora e nessuna nuova è più giunta dal signor Griffin. Sembrerebbe che il Gesù di novecento piedi abbia lasciato l’edificio per non tornarvi più ma chissà. Andato ma non dimenticato: un giro in Internet per verificare la disponibilità odierna della sua scarna discografia mi ha sorpreso facendomi scoprire che le tre opere maggiori sono ancora in catalogo. Con il gran parlare che si è fatto nel 2001 della rinascita hip hop fomentata dai giri Def Jux e Anticon un riaffacciarsi alla ribalta di MC 900 Ft Jesus, che di costoro può essere detto un antesignano, sarebbe quantomai tempestivo. Per intanto sarebbe cosa buona e giusta (ri)scoprirlo.

La consultazione di giornali d’epoca non mi ha equipaggiato con aneddotica pesa sulla vita del Griffin. Niente epopee di sesso, droga, rock’n’roll e quant’altro. Il suo curriculum prima di inventarsi un’altra identità dice di un’infanzia e un’adolescenza vagabonde a causa del mestiere del padre (militare di carriera), di un diploma musicale conseguito presso la Dallas University, di una modesta attività di turnista (la tromba il suo strumento principale) alternata a un lavoro di tecnico elettronico e della militanza in un gruppo rock sufficientemente mainstream da potere aprire per Edie Brickell. Punto di svolta saranno un impiego presso un negozio di dischi specializzato in dance ed elettronica e l’incontro con il nero Patrick Rollins, meglio noto da lì in poi come DJ Zero. L’EP menzionato all’inizio (in copertina Griffin si copre il volto con un’icona kitschissima di potete-immaginare-chi) fu una rivelazione per i pochi che lo ascoltarono. Se Do I Have Any Witness sono dei Public Enemy in versione strumentale convincenti ma non trascendentali e il teatrino di Born With Monkey Asses perde presto coesione, il serratissimo techno-funk inondato di scratching di Too Bad e la minimale e iperblack Shut Up quattordici anni dopo inducono ancora vertigini isteriche ed entusiasmo. Non dovesse riuscirvi di mettere le mani sugli imprendibili originali, potete consolarvi con le appena più levigate versioni incluse nell’album “Hell With The Lid Off”, edito dalla canadese Nettwerk nel 1989 e distribuito in Europa l’anno dopo dalla Play It Again Sam. Fra le inquietanti favolette con sfondo di tastiere chiesastiche e vinili scrocchianti di A Greater God e A Place Of Loneliness  sfilano piccoli capolavori come gli Eric B & Rakim spolpati di Truth Is Out Of Style e gli etno-techno Kraftwerk di Talking To The Spirits. È hip hop ma non proprio, storto e ipnotico, con chiare influenze di industrial e body music.

Due anni più tardi “Welcome To My Dream” minimizzava tali influssi, estrometteva DJ Zero e in mezzo a funk ossessivi cui si appoggia una voce tendente più al recitativo che al rap scopriva una vena di jazz noir sensazionalmente cinematografico. Questo forse avrebbe forgiato nella sua officina il fabbro Miles se la vita bastarda gli avesse dato il tempo di fare un amore del flirt con l’hip hop. Certamente lo richiama alla memoria la tromba che si libra secca e fluida insieme sulla fusion/sploitation di O-Zone (mentre il sax che martella Killer Inside Me è perentorio). E ancora di più quella che si innesta sul favoloso basso discendente, l’organo singultante errebì e la narrazione dai toni burroughsiani dell’iniziale Falling Elevators, composizione di assoluta memorabilità che nel 1996 farà vendere qualche pantalone in più alla Levi’s e qualche disco in più al nostro uomo. Erano già trascorsi due anni dalla pubblicazione, per i tipi della American Recordings, dell’al pari persuasivo e stilisticamente affine “One Step Ahead Of The Spider”, due quasi-hit (quasi) in scaletta come But If You Go (dal micidiale ritornello soul-pop) e If I Only Had A Brain (elastica e incalzante) e a contorno trasognate corse (New Moon: meravigliosa) in una notte da Marlowe. Ultimo dispaccio da Mark Griffin. Qualcuno ne ha notizie?

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.57, febbraio 2003.

7 commenti

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7 risposte a “Potere alla parola (bonus track 3): MC 900 Ft Jesus

  1. Francesco

    Nella mia mente collego sempre MC900FTJesus con mossside story di Barry Adamson, entrambi lavori a mio parere magnifici e profondamente notturni.

  2. ANche un pezzo di “One step ahead…” finì in non so che pubblicità. Lui bravo parecchio, comunque

    • Io comprai l’album proprio per quel pezzo li’… (era un bellissimo spot di un’auto, forse un’Opel, con la campionessa di nuoto – notevole ragazza – che si inabissava nell’asfalto in morphing con la vettura)

  3. el murro

    addenda: “the city sleeps” invece era stata usata per un corto della Levi’s (visto eoni orsono in una “notte dei pubblivori”) e l’avevano pure campionata gli U2… pareva che messer Griffin fosse davvero in procinto di spiccare il volo, e invece niente o poco più.

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