Mark Lanegan – Imitations (Vagrant)

Mark Lanegan - Imitations

Come se un cerchio si chiudesse… Non poteva certo immaginarselo Nick Cave quando nel 1986, stupendo tutti, dava alle stampe una collezione interamente di materiali altrui che stava inaugurando un canone. Da “Kicking Against The Pricks” in avanti di album di cover che, programmaticamente o meno, provano a svelare dell’interprete più di quanto non abbiano mai raccontato le sue opere autografe ne abbiamo ascoltati molti, forse anche troppi e forse giusto un paio parimenti ascrivibili alla categoria dei capolavori: nel ’93 “Satisfied Mind” dei Walkabouts, sei anni dopo “I’ll Take Care Of You” di Mark Lanegan. Passati quattordici ulteriori anni l’ex-voce degli Screaming Trees ci riprova e fra i dodici brani con cui si misura ce n’è uno – guarda un po’ – proprio di Nick Cave. Ammetterò che sul subito non l’ho riconosciuto e, trovandosi l’originale in “The Boatman’s Call”, che considero la cosa migliore prodotta dall’artista australiano nei ’90, scorrendo i crediti mi ha fatto strano. Poi ho riascoltato e ho capito. La Brompton Oratory di Cave è gotica e liturgica, di un’intensità quietamente bruciante. Quella di Lanegan, che pure non è che l’abbia stravolta, è crepuscolare e melò. Quasi non sembra la medesima canzone e dovrebbe essere un bene e invece no, giacché laddove una versione rivela tanto dell’autore l’altra dell’anima dell’interprete nulla fa trapelare. Ce lo certifica capace di arrangiamenti raffinati, ma non è che già non lo sapessimo. Nella distanza fra due messinscene nella prima delle quali ci si gioca la vita mentre nella seconda si gioca e basta si può cominciare a misurare il complessivo fallimento di “Imitations”. Titolo rivelatore e perciò infelice.

Più che a “Kicking Against The Pricks” in un paio di frangenti verso fondo corsa viene da pensare allo sciagurato “Après” di Iggy Pop: superkitsch il recitativo di Élégie funèbre, superorchestrata la superusurata Autumn Leaves. Ma non è che prima siano rose spinose e fiori del male, da sempre quelli che più ci interessano dovendoci fare un mazzo tanto. Se una tintinnante Mack The Knife si guadagna una stentata promozione in forza di una resa che si sgrana rugosa alla Johnny Cash, a una scarnificata You Only Live Twice lo stesso identico trucco non riesce. Se Deepest Shade evidenzia come nei Twilight Singers si possa rinvenire più degli American Music Club che non degli Afghan Whigs, Pretty Colors perde impietosamente il confronto con The Voice. Che ci può stare, laddove non si fa proprio una bella figura a farsi sotterrare – Solitaire, Lonely Street – da un Andy Williams qualunque. E allora? Nulla da salvare o possibilmente da applaudire? Tre-pezzi-tre, che fa un quarto appena del programma: giusto all’inizio, una Flatlands felpata e ipnotica che mi ha fatto ripromettere di riascoltarla Chelsea Wolfe e il delizioso valzer country (da Vern Gosdin) She’s Gone. Più avanti, una dolcissima I’m Not The Loving Kind che a chi la scrisse – John Cale – dovrebbe piacere. È qualcosa, non abbastanza. Lanegan ultimamente si è sovraesposto. Si può comprendere, sono i tempi a richiederlo, ma continuando a produrre a getto continuo materiali non all’altezza delle vertiginose medie d’antan andrà a finire che i suoi dischi cesseranno di essere un ascolto obbligato. Esito opposto rispetto a quello che si vorrebbe ottenere.

9 commenti

Archiviato in recensioni

9 risposte a “Mark Lanegan – Imitations (Vagrant)

  1. Alfonso

    Tra gli album 2013 con l’artwork brutto o peggio inesistente almeno Costello & The Roots e Bowie si ascoltano con piacere. Mi sa che se il formato cd ha ucciso le belle copertine il download ha ucciso le copertine punto.

  2. Giancarlo Turra

    Un disco che induce una noia mortale. Dopo la quale, ti vien voglia di prendere l’aereo, andare a bussare a casa di Mark, e dirgli “amico: la tua carriera. Parliamone da adulti vaccinati quali siamo.”

  3. giuliano

    Non sono del tutto d’accordo: è vero che non riesce a ripetere i fasti di “I’ll take care of you”, è vero che il materiale scelto è fin troppo eterogeneo ed era impresa disperata farne un disco che reggesse dall’inizio alla fine. Ma Mark ha una classe infinita, la sua voce spacca i pezzi due.
    Sì, “Autumn leaves”, “Elegies funebre”, “Mack the knife” e “Brompton oratory” sono esperimenti poco riusciti. Ma “Flatland” è da brividi, così come “She’s gone” e, consentimi, anche “Pretty colors”, che forse perde il confronto con Sinatra, ma di certo non impietosamente. E poi “You only live twice”…
    Lanegan ha tali qualità che – a mio modestissimo parere – è difficile dire che qualcuno lo possa sotterrare. Può perdere il confronto, ci sta. Ma sotto terra… beh, è un po’ troppo. Altrettanto audace mi pare dire che questo disco annoia a morte.
    Io a “Imitations” mi sento di dare serenamente un 7/10.

    • Giancarlo Turra

      Questo dopo un 5/6 ascolti. Che, purtroppo, ho fatto una fatica assurda a completare. forse il fatto che adoro Lanegan e gli Screaming Trees si mette di mezzo, e mi fa pretendere di più da lui. Forse. Magari. Chissà.

      • giuliano

        Può darsi, ma concediamo a Lanegan di non doversi confrontare sempre con i vertici del passato, così come lo concediamo, chessò, a Dylan. Non ha buttato via la carriera, si è sempre mantenuto su livelli più che dignitosi. Certo, gli ultimi anni sono stati un po’ “uneven”, la collaborazione con la Campbell forse è stata protratta un po’ oltre il necessario – pur producendo cose, appunto, dignitose – ma rimane un artista “uncompromising”, che canta e scrive come pochi. Purtroppo di eredi non ne vedo molti in giro.
        Mi spiace ti sia sembrato noioso. Ma è un’opinione che, pur stupendomi un pochino, ci sta, ci mancherebbe.

  4. Mark Lanegan è un’ artista che sa offrire il meglio e peggio di se. Mi sembra quasi che sia legato a delle obbligazioni contrattuali (sia con la casa discografica e/o con il mutuo della casa) che non sempre abbia voglia di adempire e che quindi venga fuori con un disco “tappa buchi” come questo o con delle collaborazioni improbabili. Non mi sorprenderebbe di vederlo fare la pubblicità di un’assicurazione come Iggy Pop tra qualche tempo. Ad ogni modo rimarrà uno dei più grandi crooner della musica contemporanea e continuera’ a fare dei live capaci di ridurre a pezzi anche i cuori più duri.

  5. giuliano

    Sì, vabbé, i dischi tappa buchi… Lanegan che fa le pubblicità… Ma per carità.
    Lo sport di sparare a zero è estremamente facile, e dà anche soddidisfazioni a volte. Però cerchiamo di mantenerci su binari minimi di serietà.

  6. spesso da grandi talenti come Lanegan si chiede sempre il massimo dei voti e un prodotto sufficiente non fa al caso suo… peccato, ma saprà ritornare alle sue altezze, sicuramente…

  7. Molto interessante questa conversazione…mi considero una specie di laneganologo, lo seguo dal 1989, ed è per questo che ogni volta che mi metto all’ascolto di un disco nuovo cerco di separare il cuore dall’obiettività e mi accingo a prendere atto del passo falso che attendo mettendo le mani avanti da molti anni. Puntualmente vengo smentito, ma stavolta il momento è arrivato, ritengo Imitations il suo lavoro meno riuscito (fin dal titolo, Eddy ha ragione). Il fatto che abbia voluto riproporre alcuni pezzi ascoltati in gioventù può autorizzare (per la prima volta) blande accuse di autoreferenzialità. Ma se non è un capolavoro certo non si può dire che si ascolti con fatica e quei tre pezzi tre (per me sono anche 4/5!) i brividi li mettono ancora.

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