Yoko Ono & Plastic Ono Band – Take Me To The Land Of Hell (Chimera)

Yoko Ono & Plastic Ono Band - Take Me To The Land Of Hell

Dio, la stupidità dei pregiudizi su Yoko Ono che da oltre quarant’anni sopravvivono a una fine dei Beatles che ancora incredibilmente le viene addebitata, quando solo una crassa ignoranza o una malafede assoluta possono indurre a negare l’evidenza: ossia che quell’epilogo fu l’approdo naturale di una vicenda artistica sviluppatasi a ritmi folli, impossibili a portarsi al traguardo del decennio e figurarsi oltre. Yoko la sfascia-gruppi e la rovina-famiglie (in un’epoca di libero amore: tant’è), Yoko la puttana, Yoko la burattinaia, Yoko la strega, Yoko la dilettante dell’avanguarda per troppi di quei pochi che ai suoi tanti dischi si sono degnati di concedere quantomeno un ascolto superficiale. Naturalmente non avrà contato nulla che non fosse bianca, magari bionda, naturalmente strafiga e – va da sé – più giovane di John, quando invece aveva sette anni in più e già trentasette nel fatal 1970. Sciocco io a pensare anche che abbia contribuito a crearle una pessima reputazione un provenire da una famiglia a dir poco benestante e dunque un non dovere dipendere per nulla, economicamente, dal ricchissimo consorte. E se qualcuno ha appena sussurrato (sia chiaro: spero con il dovuto rispetto) “Linda Eastman”… ecco, ci siamo capiti. Se Yoko fosse stata come Linda nessuno avrebbe mai parlato di lei con lingua di fiele, probabilmente, nessuno ne avrebbe scritto con un pennino intinto nel curaro. Al peggio le avrebbero dato lo stesso della dilettante. Sbagliando, sia chiaro.

Si sarà inteso: con Yoko Ono sono di parte, come del resto lo è tout le monde. Solo che io sono da quell’altra parte, quella largamente minoritaria, quella che pensa che a Lennon abbia dato almeno quanto da Lennon prese e probabilmente di più, quella che i suoi album se li è ascoltati e riascoltati (li passo in rassegna e scopro con orrore che me ne mancano ben due; mi prendo l’appunto di rimediare al più presto) e dentro ci ha scoperto mondi. Non esagererò, non mentirò asserendo che si tratti di una sfilata di capolavori quando forse solamente uno (il doppio del ’72 “Approximately Infinite Universe”) può essere ragionevolmente sistemato in tale casella, più di qualcuno vale più come gesto che per gli spartiti e molti degli altri vivono di saliscendi vertiginosi. Lo scivolone subito dopo il colpo di genio, banalità spicciole cancellate dallo splendore abbacinante di un’intuizione. Se qualcuno all’altezza avesse provveduto a un adeguato editing ci sarebbe stata qualche uscita in meno (non che siano poi state così tante) e qualche autentica pietra miliare in più sulla strada di un art rock di rare peculiarità e arditezza. O piuttosto, e sempre più nella vera e propria Second Life inevitabilmente seguita a quel luttuoso giorno del dicembre ’80, di un avant pop squisitamente imprendibile. A proposito: di rado finora, e per non dire mai, pop e stop come in questo lavoro che – tocca ripeterselo un po’ di volte per crederci; poi rimetti su il disco e di nuovo non ci credi – l’artista giapponese pubblica a ottant’anni compiuti (lo scorso 18 febbraio). Il più godibile della sua carriera, fatto salvo che l’urlo atonale, il vocalizzo belluino fanno comunque costantemente parte dell’assieme. E che disco di Yoko Ono sarebbe, se no? Ma in un qualche universo parallelo Bad Dancer – come una versione lievemente schizoide di Kid Creole & The Coconuts – la ballano in qualunque discoteca e lo stesso – immaginate i Tom Tom Club prodotti da Frank Zappa – 7th Floor. Le college radio suonano a manetta due funk-wave da urlo come Cheshire Cat Cry e Shine, Shine, quelle di rock classico There’s No Goodbye Between Us e N.Y. Noodle Town e i dj lounge fanno girare spesso Leaving Tim. Ah, magari potrebbe interessarvi sapere che in quest’album, tramato in stretta collaborazione con il figlio Sean, suonano i due Beastie Boys superstiti, Cornelius, Nels Cline degli Wilco, Lenny Kravitz, l’ex-Cibo Matto Yuka Honda, Questlove dei Roots e un sacco di altra gente cool. Ma nessuno, naturalmente, che lo sia quanto la padrona di casa. Yoko Ono rules e se non lo avete ancora capito mi dispiace per voi.

5 commenti

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5 risposte a “Yoko Ono & Plastic Ono Band – Take Me To The Land Of Hell (Chimera)

  1. Un disco davvero sorprendente, forse il migliore della sua carriera

  2. D’accordissimo con te. Il disco non è affatto male e a 80 anni suonati non è poco.

  3. salvatore Garofalo

    questo disco ancora non ho avuto modo di ascoltarlo, ma il precedente è stato sicuramente un album da me consumato per i ripetuti ascolti. Il resto sono solo fregnacce!

  4. Alfonso

    A proposito di (più o meno naturali) bionde caucasiche sotto i 30 anni, regalata a Lady Gaga Bad Dancer ora sarebbe letteralmente ovunque

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