Potere alla parola (bonus track 4): Gil Scott-Heron

La più clamorosa resurrezione nella storia della popular music, “I’m New Here”, dacché Rick Rubin riportò in auge Johnny Cash. Con la differenza non da poco che l’Uomo in Nero non aveva mai smesso di fare dischi e i suoi anni sprecati se li era lasciati alle spalle da un pezzo, laddove Richard Russell per formulare all’Uomo Nero una proposta non rifiutabile ha dovuto varcare la soglia di un carcere.

Gil Scott-Heron 1

Accadeva nel luglio 2006, con Gil Scott-Heron appena rinchiuso a Rikers Island con la prospettiva di restarci fino al luglio 2009 dopo avere già trascorso in prigione il triennio 2001-2003. Rilasciato su cauzione nel maggio 2007, tornerà dietro le sbarre in ottobre, per amara ironia alla vigilia del secondo dei due spettacoli che avrebbero dovuto celebrarne il definitivo rientro in scena. Fermato per l’ennesima volta con addosso della cocaina e pareva persino un progresso per uno che un decennio prima era finito nella spirale del crack. E per l’ennesima volta un magistrato aveva pietà di lui, oppure no. Di nuovo sembrava che il tempo fosse passato invano da quando nel 2001 Monique de Latour, a lungo sua compagna dopo la separazione dall’attrice Brenda Sykes, in una lettera a un giudice lo pregava di condannarlo non alla galera, dove certi vizi possono perpetuarsi, ma alla reclusione in una comunità terapeutica: “Gil spende duemila dollari alla settimana in cocaina, non ha più una casa e per un anno ha vissuto da uno spacciatore. (…) Mi è capitato di tornare nell’appartamento che dividevamo e di trovarlo nudo, in compagnia di prostitute di quelle che si vendono per una dose di crack. Un’altra volta ha smontato tutte le lampadine di casa perché si era convinto che nascondessero delle telecamere sistemate dalla polizia, o da chissà chi, per spiarlo”. Nemesi tremenda per uno che per un quindicennio fu sul serio sotto sorveglianza, indizio indiscutibile di pericolosità rispetto a quello che si soleva chiamare Sistema. Chissà se sapremo mai cosa sia successo di tanto devastante nella sua esistenza, ed esattamente quando, da determinare un simile cambiamento. Ammesso che un elemento scatenante ci sia stato. Ammesso che tutto non fosse scritto ancora prima di quella Angel Dust che nel 1978, in apertura di “Secrets”, scandiva che “alla fine di certe strade senza uscita/non c’è modo di tornare indietro”. O addirittura prima di The Bottle che nel ’74, dai solchi di una pietra miliare chiamata “Winter In America”, ammoniva la gioventù dei ghetti sui pericoli dell’alcolismo. Come un pugno nello stomaco, con il senno di poi, i versi che in Home Is Where The Hatred Is recitano che “casa è dove i segni dell’ago/cercano di guarire il mio cuore spezzato/e potrebbe non essere una cattiva idea/non tornare a casa mai, mai più”. Quarta traccia della prima facciata del secondo LP – il primo in studio – pubblicato dal Nostro, “Pieces Of A Man”. AD 1971. Il disco si apre con ben altro piglio e su ben altri scenari, con il brano cui maggiormente resta legato (lui piuttosto nolente che volente) il nome di Gil Scott-Heron.

La rivoluzione non sarà trasmessa in TV/La rivoluzione non sarà di nuovo con noi dopo i consigli per gli acquisti/…/La rivoluzione non andrà meglio con la Coca Cola/e non combatterà i batteri che possono causare l’alito cattivo/La rivoluzione ti metterà al posto di guida/e non sarà trasmessa in TV/Non andrà in replica, fratelli/La rivoluzione sarà… dal vivo!” (The Revolution Will Not Be Televised)

Gil Scott-Heron nasce a Chicago il 1° aprile 1949, da madre americana e padre giamaicano con un posto nella storia del calcio scozzese, primo giocatore professionista di colore e bravo davvero se tuttora i tifosi del Celtic Glasgow si ricordano della Freccia Nera. I genitori divorziano presto e il ragazzino si ritrova a Lincoln, Tennessee, allevato dalla nonna e subito esposto agli oltraggi del razzismo, essendo uno dei tre soli alunni neri in una scuola cosiddetta “integrata”. Situazione impossibile a sopportarsi che lo induce, adolescente, a trasferirsi a New York e sono mondi di possibilità che gli si spalancano davanti all’ombra della Grande Mela. Nello sport per cominciare, perché è cestista di tale valore che una carriera nella NBA appare possibile e anzi probabile fino a un infortunio brutto e benedetto, siccome è allora che inizia a scrivere poesie e nello stesso tempo a suonare il piano in un bar. Poi decide che l’epoca dei poeti seduti al tavolino di un caffè è tramontata e sarà il caso di unire queste due abilità. È così che la prima raccolta di versi, Small Talk At 125th And Lenox, diventa nel 1970 anche un primo 33 giri, inciso dal vivo e affine in spirito e sonorità al coevo, omonimo esordio dei Last Poets. Con momenti altissimi nella prima di tante versioni della summenzionata The Revolution Will Not Be Televised, in una non meno polemica Whitey On The Moon, nell’incalzante Brother, nella malinconica Everyday. Formidabili gli anni da lì al ’74, che fruttano altri tre LP e due romanzi. E che romanzi! Se The Vulture, scritto alla verde età di diciannove anni, sarebbe potuto essere, con le sue vicende di spaccio e morte ad Harlem, un eccellente canovaccio per un film dell’imminente filone blaxploitation, da The Nigger Factory, storia di dinamitardi afrocentrici sullo sfondo di un’università in subbuglio, Spike Lee potrebbe cavare un sensazionale apologo bifronte. E che LP! In “Pieces Of A Man” (1971), in “Free Will” (1972; entrambi su Flying Dutchman come il debutto), in “Winter In America” (1974; su Strata East e primo di ben sette 33 giri coaccreditati al braccio destro Brian Jackson, pianista e flautista invero di vaglia), Scott-Heron si muove fra soul e funky, jazz e rhythm’n’blues perfezionando uno stile che subirà al massimo aggiustamenti ma non – fino al pure in questo sbalorditivo “I’m New Here” – mutazioni decisive. Raffinati gli spartiti, graffiano a sangue le parole, discorsi spietati sullo stato dell’Unione dopo che le speranze dei ’60 hanno alzato bandiera bianca, la lotta per i diritti civili è rimasta incompiuta e morti e sogni sono sul terreno, i ghetti pieni di droga, Saigon brucia e Nixon si appresta a pagare per un’arroganza sconfinata nell’idiozia: H2Ogate Blues è su “Winter In America”, cronaca in tempo reale e gemma di sarcasmo di insuperabile splendore. Sta lì anche il favoloso talking-funk The Bottle, groove irresistibile che avvincerà le generazioni della house e dell’acid jazz perpetuando la fama dell’autore giusto nel momento in cui l’ispirazione altrettanto irresistibilmente declinava, mentre “Pieces Of A Man” regala fra varie ed eventuali una Lady Day And John Coltrane che dice tutto il titolo e una I Think I’ll Call It Morning degna di Marvin Gaye e “Free Will” cala una spettacolare coppia d’assi con l’esilarante Sex Education – Ghetto Style e un acuminato The Get Out Of The Ghetto Blues.

Gil Scott-Heron 2

È quanto basta per fare appuntare il nome di Gil Scott-Heron sui taccuini dell’FBI. Prende nota però pure la grande industria discografica ed è la Arista a mettere sotto contratto il Nostro, rapporto che durerà nove anni fruttando altrettanti album. Fino a pochi mesi or sono i più facili a rintracciarsi erano i primi tre, ristampati da TVT fra il 1998 e il 2001 e sempre in catalogo da allora: poco meno che imperdibile “From South Africa To South Carolina” (1976) che vanta ineffabili vertici in una dondolante e marziale Johannesburg, in una trascinante quanto evocativa The Summer Of ’42 e in una stilosa con sentimento A Lovely Day, sono senz’altro consigliabili anche il predecessore “The First Minute Of A New Day” (1975, con dentro la flemmatica e beffarda Ain’t No Such Thing As Superman e la felpatamente junglesca Guerilla) e il successore “It’s Your World” (di nuovo ’76 e in parte dal vivo). Dallo scorso giugno sono finalmente tornati disponibili “Bridges” (1977; a inaugurarlo un fenomenale Stevie Wonder apocrifo, Hello Sunday! Hello Road!) e “Secrets” (1978; acquisto giustificato, oltre che da Angel Dust, da un’esplosiva Third World Revolution). Il che, trovandosi senza problemi “Moving Target” (1982; relativamente poco personale ma molto godibile, con il suo slalomeggiare fra Stevie Wonder, George Clinton e James Brown) lascia ufficialmente irreperibile solo la produzione di un prolifico 1980, un disco che dall’anno prendeva il titolo e poi “Real Eyes”. Paradossalmente le due prove più pop di Scott-Heron e, ancorché largamente al di sopra della sufficienza, una faccenda per completisti. È “Reflections”, del 1981, l’album da avere di Gil Scott-Heron se se ne vuole avere uno.

Un altro “What’s Going On” a dieci anni da quello di Marvin Gaye, legame rivendicato con una ripresa di Inner City Blues morbida nel porgersi quanto feroce nella sostanza. Nemmeno l’apice di un capolavoro che lascia senza fiato dal reggae di Storm Music al comizio funk di B-Movie, che sta agli anni di Reagan come H2Ogate Blues era stato a quelli di Nixon. La latinità di Grandma’s Hands, lo swing di Is That Jazz?, la ballabilità invincibile di Gun sono immani e tuttavia quasi spariscono dinnanzi alla dedica alla figlia Gia di Morning Thoughts: la più toccante ed efficace commistione fra politico e privato in una singola canzone di cui io sia a conoscenza, celebrazione di una nuova vita con parole che non mancano mai di commuovermi. Senza nemmeno bisogno della musica! Che è blues che avanza felpato sulle zampe di un basso felino.

Il dolce profumo dell’amore della mia donna/il suo corpo che si fonde con il mio./L’ora in cui il mondo è scuro e tranquillo e noi siamo soli;/vicino al precipizio che separa il rumore dalla pace, l’accenno di una magia in continua evoluzione; un luogo prezioso unisce e conferma lo spazio,/l’unione e l’affiatamento./E poi un soffice mattino di marzo/un dono per me/da Dio, con un viso carino/gli occhi di papà e la grazia di nonna./Splende come la luce dell’immortalità/mentre sogni fragili e meravigliosi assaporano la luce/e la brezza più leggera per la prima volta./E i pensieri del mattino si trasformano in sorrisi/in amore, in luce del sole/in ‘Buongiorno’./I pensieri del mattino sono tempestosi/lampi balenanti attraverso il cielo dell’alba…/I pensieri del mattino iniziano/mentre il nero della notte lascia il posto/a scopi mattutini della luce del sole./Mattino come principio di un nuovo giorno/con tutta la sua luminosa promessa/splende prima pallido poi brilla/sullo Zimbabwe/su El Salvador/sulla Namibia/sulla Polonia/ovunque un uomo osa protestare per un cambiamento./Siamo nati alla mezzanotte del periodo più scuro/ma sicuramente il primo minuto di un nuovo giorno offre… nuova forza.

E poi si perde, il lucidissimo polemista che non faceva sconti a nessuno. Il progenitore con i Last Poets di tutto il rap politicizzato – dai Public Enemy a Boogie Down Productions, da Paris a Michael Franti – di tre buoni lustri successivo. Qualche tour con gruppi raccogliticci, un paio di raccolte di versi, un disco in studio (il peraltro da rivalutare “Spirits”, del ’94,  illuminato dalla ballata Give Her A Call e dal blues con archi Lady’s Soul) e uno dal vivo (“Minister Of Information”, medesimo anno e niente di che): questo il misero lascito di ventotto anni trascorsi per la più parte ostaggio della tossicodipendenza. E in tutta sincerità da lungi ero convinto che non mi sarebbe più capitato di scrivere di Gil Scott-Heron se non in articulo mortis, commemorandone il genio, deprecandone incoerenze e debolezze, commiserandolo una volta di più per un’esistenza insensatamente buttata via. Altamente improbabile che pubblicasse infine quell’album in studio che già nel 1998, in una conversazione con Hank Bordowitz, millantava imminente. Folle sperare che potesse pareggiare le sue migliori pagine passate. Ma… sapete?… i miracoli accadono.

Non è nulla di meno “I’m New Here”, esageratamente conciso – ventotto minuti e una manciata di secondi, formalmente quattordici brani ma cinque non sono che fulminei interludi – per quanto si è fatto aspettare e in compenso impossibilmente denso. Un’ulteriore sfida allo scetticismo che, delle canzoni “vere”, tre neppure siano autografe e fra esse due piazzate quasi subito, dopo la drammatica introduzione di On Coming From A Broken Home, Pt.1, recitativo secco su un fondale inquietantemente neoclassico in realtà preso in prestito da quel Kanye West che a sua volta più di qualcosa (molto più del campionamento di Home Is Where The Hatred Is utilizzato in My Way Home) ha preso in prestito dal Nostro. Me And The Devil è la certificazione di una resurrezione dove faustianamente è Mefistofele a rendere la vita a Lazzaro: mai udito un Robert Johnson tanto trasfigurato, reso come avrebbero potuto i Beatnigs, scansione hip hop e atmosfere industrial, e riconoscibile solo per via della familiarità con il testo, quando in tal senso la successiva title-track, tiepidamente carezzevole e che razza di contrasto si crea così, è del tutto elusiva. Alzi la mano chi l’ha riconosciuta come il brano degli Smog che è. No, dai, davvero. Detto che l’ultima cover – una comunque stupenda lettura del classico soul-blues di Bobby Bland I’ll Take Care Of You – è nettamente la più convenzionale, non resta che mettere in fila gli originali e ahinoi si fa in fretta. Sfilano una Your Soul And Mine che potrebbe essere dei Burial, una Where Did The Night Go “in dub”, il rauco spiritual scandito da un battito di mani New York Is Killing Me, una metallica Running, una The Crutch da cui si levano miasmi stordenti e ci credo: è la parabola di un drogato l’autobiografico argomento. Il disco finisce come era cominciato, con la seconda parte di On Coming From A Broken Home, e non lo si fa ripartire subito, no. Per un po’ si resta in silenzio, attoniti. Indecisi riguardo a cosa ci abbia colpito.

È duplice la forza di “I’m New Here”. Testuale, ma può essere questa una sorpresa trattandosi di uno dei più grandi poeti afroamericani dell’ultimo secolo? All’altezza di quel James Mercer Langston Hughes eletto a modello sin dalla prima giovinezza. A lasciare stupefatti sono piuttosto basi (mai sentito un Gil Scott-Heron siffatto) dove il funk è una sferzante assenza, né rispondono all’appello il calore soul e l’eleganza jazz d’antan. Le si direbbe claustrofobiche, bastasse a rendere l’angoscia che trasmettono. Eppure qui dentro qualcuno è vivo, daccapo. Ed è forse questa l’alba del primo giorno in qualche modo felice da quello evocato in Morning Thoughts. Vera gloria e punto. Non vale per ora crucciarsi interrogandosi se sarà duratura, se il nostro difettoso eroe saprà dare continuità al ritorno o viceversa, autisticamente, tornerà a rinchiudersi nella casa popolata di fantasmi della sua anima. Ancora afasico l’uomo che come nessuno in musica ha dato potere alla parola.

Per intanto ringraziamo il patron di XL Richard Russell per essere andato a recuperarlo in galera e avergli offerto una sponda simpatetica quanto quella – anche a me piace chiudere cerchi – data a suo tempo da Rubin a Cash. Difficilmente ascolterete quest’anno un album più intenso, più emozionante.

Gil Scott-Heron 3

Le canzoni più campionate di Gil Scott-Heron 

The Revolution Will Not Be Televised (da Masta Ace, Professor Griff, Queen Latifah, Salt-n-Pepa)

The Bottle (da De La Soul, Jungle Brothers, Kenny Dope, Stop The Violence Movement)

H2Ogate Blues (da Abstract Tribe Unique, Boogie Down Productions, KMD)

Peace Go With You Brother (da Lords Of The Underground e Milkbone)

We Almost Lost Detroit (da Black Star e Grand Puba)

A Legend In His Own Mind (da Mos Def e Phife)

Gil Scott-Heron - The Nigger Factory

Il romanziere Gil Scott-Heron

Albori di ’70 USA: Malcolm X e Martin Luther King polvere alla polvere, Woodstock alle spalle, Nixon al potere, il Watergate lì. Gli anni ’60 sfioriti, con un lascito di rivoluzioni incompiute e fra esse la lotta per i diritti civili degli afroamericani. La Sutton è un’università per neri in Virginia condotta con polso fermo da un preside pur’egli di colore, con  belle battaglie alle spalle ma dimentico, in nome di un realismo spinto all’eccesso (non quello del “siate realisti! chiedete l’impossibile” del Maggio parigino), di esse. Si muove a battaglia contro costui un’unione studentesca chiamata MJUMBE, acronimo che sta per Members of Justice United for Meaningful Black Education ma che vuole pure dire, in swahili, “messaggero”. Messaggero del messaggero sarà suo malgrado il rappresentante eletto degli iscritti all’università, che gli stessi obiettivi aveva in mente ma aveva prefigurato strategie meno avventate. Contrasti generazionali e scontro fra fazioni porteranno a un epilogo violento.

Pubblicato nel 1972 da un Gil Scott-Heron appena ventitreenne e ormai propenso a preferire la parola cantata a quella scritta, tant’è che questo suo secondo romanzo resterà l’ultimo, The Nigger Factory (disponibile in italiano in una buona traduzione Shake del 2001 tuttora in catalogo, laddove The Vulture da noi non è mai uscito) è ritratto di un popolo, una generazione, un’epoca implacabile almeno quanto The Revolution Will Not Be Televised. Lo si legge, complice l’efficacia dei dialoghi, d’un fiato. Lo si medita a lungo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.669, aprile 2010.

1 Commento

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Una risposta a “Potere alla parola (bonus track 4): Gil Scott-Heron

  1. Non so se sia avvenuto volutamente, ma la pubblicazione del tuo articolo è avvenuta in concomitanza con l’edizione italiana di “The Last Holiday”, resoconto del tour del 1980 insieme a Stevie Wonder e ricapitolazione alla memoria. Aggiungo il link per gli interessati: http://www.liberaria.it/collane/lultima-vacanza-a-memoir
    Grazie per l’articolo, come sempre.

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