The Fratellis – We Need Medicine (BMG)

The Fratellis - We Need Medicine

Sarà che per gli underdogs ho un debole e mi scatta il riflesso condizionato di difenderli. Sarà che prima di leggere una riga al riguardo “We Need Medicine” me l’ero già ascoltato un paio di volte, e divertendomi assai sin dalla prima, e il “che cazzo stai dicendo?” mi è sorto spontaneo alle labbra scorrendo alcune stroncature duplicemente immotivate: per cominciare perché un disco così schiaffoni non ne merita e poi perché le argomentazioni oscillavano fra il pretenzioso, il capzioso e l’apodittico. Fatto è che più gira, questa nuova uscita dei più o meno ragazzi di Glasgow, e più certe cose che ne ho letto mi paiono sintomatiche non di un (presunto) declino della loro ispirazione – o addirittura della morte dell’indie rock: bum! – bensì dello stato patetico in cui versa la critica musicale. E non è che sia un capolavoro, è solo più onesto di certuni fra quelli che ne hanno scritto.

Strano percorso quello dei Fratellis, andati in sonno poco dopo la pubblicazione nel 2008 di un secondo album, “Here We Stand”, che aveva sì visto più che dimezzarsi le vendite rispetto al debutto “Costello Music” ma è pur sempre di un buon mezzo milione di copie che si parla e solo in Gran Bretagna, giacché oltre Atlantico sono riusciti a ignorarli persino dopo che un loro brano era stato scelto come colonna sonora per una pubblicità della Apple. Comunque profeti in patria, avrebbero potuto a quel punto provarci lo stesso più metodicamente con gli Stati Uniti. Fallimento più, fallimento meno… Invece di dedicarsi separatamente a progetti pure interessanti ma dal potenziale commerciale minore e in ogni caso da stabilire e consolidare, avendo a disposizione un marchio già affermato. Che proprio adesso Jon, Barry e Mince se ne escano con il loro lavoro di gran lunga più “americano” e meno “indie”, praticamente rinunciando alla residua base di pubblico sulla quale avrebbero potuto contare, depone a favore dell’assenza da quelle parti di qualsivoglia strategia. Hanno fatto il disco che volevano e stop. Ribadisco: a me gente così è simpatica a prescindere. E poi naturalmente a farmela piacere provvedono le canzoni, che non passeranno alla storia del rock ma di storia del rock sono intrise ed è parte dello spasso (fermo restando che un album così comincia a conquistarti dal bacino) il riconoscere da cosa, quanto, in che modi. Cogliere gli Asbury Jukes in Halloween Blues e i Rumour (con Graham Parker, ça va sans dire) in This Old Ghost Town, il piano di Ian McLagan in She’s Not Gone Yet But She’s Leaving e la chitarra di Duane Eddy in Seven Nights, Seven Days. Cose forse un tantino da intenditori, quando basta l’ABC per individuare il debito di Shotgun Shoes nei confronti degli Stones, per dire che Jeannie Nitro e Rock’n’Roll Will Break Your Heart potrebbero arrivare dal Bowie che si faceva chiamare Ziggy e la title-track è memento glorioso del breve attimo in cui gli Oasis furono una band eccitante. I Fratellis lo sono ancora.

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