Nel labirinto dei Dead Can Dance

Dead Can Dance

“Wikipedia” ci prova subito, nella prima riga di una voce peraltro non granché approfondita, a definire i Dead Can Dance. Li dice un “ethereal neoclassical world music duo”. Allora… A volere essere pignoli duo lo sono stati (e stanno per tornare a esserlo: revival che sarei pronto a scommettere che non deluderà) giusto negli ultimi due capitoli di un romanzo di sette. World music in senso stretto non ne hanno mai prodotta, a meno di non considerare tale anche (per dire) Peter Gabriel, Jon Hassell o i Talking Heads di “Remain In Light”. E infine: a un peculiare neoclassicismo hanno aspirato in qualche loro pagina ma denunciando in qualche altra (pur se solo all’inizio e in misura minore alla fine) lampanti influssi di una niente affatto eterea new wave, versante gotico, e del resto Brendan Perry arrivava addirittura dal punk, militante a fine anni Settanta nella natìa Australia in formazioni ammantate di leggenda quali Scavengers e Marching Girls. Ma non crocifiggerei l’anonimo estensore della scheda: aveva di fronte un compito davvero improbo, per l’oggettiva inafferrabilità di uno stile permeato di mille suggestioni e sempiternamente cangiante (pur mantenendo miracolosamente riconoscibilità istantanea) e ha il merito qualche riga più sotto di offrirci una citazione (dall’enciclopedista del rock degli Antipodi Ian McFarlane) quella sì centrata, illuminante. Dice che i Dead Can Dance idearono “soundscapes of mesmerising grandeur and solemn beauty… with African polyrhythms, Gaelic folk, Gregorian chants, Middle Eastern mantras and art-rock”. Non avrei saputo scriverlo meglio.

È una stupenda giornata di fine luglio, dalle mie parti il più meravigliosamente (per me che odio il caldo) fresco degli ultimi tre decenni, e va quasi da sé che mi senta – cullato oltretutto in questo momento per l’ennesima volta nell’ultima settimana dagli incantesimi di “Into The Labyrinth”; e poi rimetterò su “Spiritchaser” – più pigro del solito. Se non vi dispiace prendo ancora in prestito qualche altra parola per raccontarvi questi due doppi album ristampati qualche mese fa da Mobile Fidelity Sound Lab nella collana Silver Label. Sul sito di un’etichetta santa subito per ogni audiofilo che si rispetti quelli che furono gli ultimi due lavori in studio di Perry e Lisa Gerrard vengono descritti piuttosto puntualmente sotto il profilo puramente musicale, ma è sulle righe in cui si passa al “come suonano” che desidero soffermarmi. Del secondo (certamente bello ma nel complesso meno articolato, meno ispirato, meno ammaliante) si appunta che “ogni nota galleggia e poi sfuma con naturalezza… le chitarre rilucono e le percussioni sono sempre ben posizionate e perfettamente a fuoco… di ogni intreccio è svelato ciascun dettaglio con una chiarezza inaudita e vi sembrerà allora di essere voi pure dentro la sala  di registrazione”. Riguardo al primo sembrerebbe che si trascenda, in un autentico panegirico a base di “nitidezza stupefacente”, “profondità senza precedenti”, “particolari sovrannaturali nell’ordito”. Si finisce asserendo che da solo “Into The Labyrinth” costituirebbe una buona ragione per possedere un impianto hi-fi e sì, avrei pensato anch’io ciò che stai pensando tu, caro lettore: va bene farsi pubblicità, ma a esagerare si rischia il ridicolo. Lo avrei pensato, non le avessi prima ascoltate e riascoltate queste prodigiose quattro più quattro facciate di vinile e sai che ti dico? Che chez Mobile Fidelity sono semplicemente obiettivi. Pure mentre scrivo mi lascia a bocca aperta quanto esce dai diffusori acustici e sono tre decenni e mezzo che maneggio dischi. Quante altre volte mi sarà capitato? Si contano sulle dita delle mani e qualcuna mi sa che avanza.

Poi va da sé che non mi importerebbe nulla di avere in casa questi dischi (e anzi proprio non ce li vorrei) se si limitassero a suonare fantasticamente e la musica fosse pessima. Mai stato e mai sarò quel tipo di audiofilo, io. Vade retro, Alan Parsons. Benvenuti, Steely Dan. La grandezza di “Into The Labyrinth” è data soltanto marginalmente da un’incisione esemplare riprodotta esemplarmente (l’edizione digitale 4AD pareva cavarsela più che bene ma dal confronto esce annientata, o poco meno) da una stampa allo stato dell’arte del vinile 2011. A renderlo immenso (forse “il” capolavoro e certamente uno dei capolavori dei Dead Can Dance) è la sensazionale forza poetica di tredici tracce (sorpresa! due in più del CD ed era così anche all’epoca della prima uscita) capaci di lanciare ponti fra la brughiera scozzese, i deserti arabi e le praterie degli Indiani d’America, come avviene nell’iniziale Yulunga, e lo Scott Walker alle prese con i Joy Division di The Carnival Is Over, fra il raga-rock The Ubiquitous Mr Lovegrove e il Tim Buckley in vena Jacques Brel di Tell Me About The Forest, fra un traditional irlandese del Settecento quale The Wind That Shakes The Barley (emozionantemente porto a cappella dalla Gerrard) e i tribalismi di Bird. Fra discese oniriche e accensioni liturgiche, intarsi cameristici e bordoni. Vedeva la luce nel 1993 questo piccolo grande classico, album in studio numero sei per la sigla e il settimo lo si sarebbe aspettato tre anni, attesa ognimmodo resa meno fremente dalla pubblicazione di un eccellente live (“Toward The Within”) maggioritariamente di inediti. Insieme più “etnico” e più rock del predecessore, “Spiritchaser” non lo varrà ma si dimostrerà comunque congedo degnissimo da una vicenda gloriosa. Più che altrove nelle Indie d’America di Nierika e The Snake And The Moon, in una Indus memore dei Beatles di Within You Without You, nel levitare estatico del suggello Devorzhum.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.325, settembre 2011.

3 commenti

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3 risposte a “Nel labirinto dei Dead Can Dance

  1. Sanaview

    Finalmente i DCD su queste pagine! Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi dell’ultimo Anastasis.

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